ARCIDIOCESI di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

Per comunicare con il parroco

Telefono fisso: 0783/296719 

Cellulare: 3475412899 

sanjoseph@virgilio.it    (mail ufficiale della parrocchia)

toninozedda@virgilio.it  (mail personale)

Articoli
News27 novembre 2019 Letto 71 volte
catechesi biblica comunitaria: il nostro patrono SAN GIUSEPPE
La nostra comunità parrocchiale è sotto la protezione di San Giuseppe.
Oltre 50 anni fa, i nostri padri, hanno scelto lo sposo di Maria e padre di Gesù come modello di vita cristiana e grande protettore.
Per conoscerlo meglio e in vista dell'ANNO GIUSEPPINO, che vivremo ad iniziare dal nuovo itinerario liturgico e pastorale che inizierà col prossimo Avvento, saranno proposte una serie di iniziative liturgiche e formative per far crescere la nostra devozione e il nostro legame con San Giuseppe lavoratore.
 
Tutta la comunità è invitata a partecipare.
 
Primo incontro MERCOLEDI' 27 NOVEMBRE ore 19.
Il prof. Michele Antonio Corona, biblista e direttore del settimanale diocesano L'Arborense, ci parlerà della figura di Giuseppe,
visto come un pio ebreo....
un uomo del tutto normale.
 
News24 novembre 2019 Letto 18 volte
Ultima domenica dell'Anno Liturgico
 

 

Santa Teresa D'Avila iniziava sempre le sue preghiere salutando Dio così: mio Re! Teresa aveva immaginato la vita di ognuno di noi come un castello. Abbiamo un giardino, delle mura tutto attorno, un grande ingresso, tantissime stanze con tantissime porte che ci conducono in altre stanze e così via, fino ad arrivare alla stanza che si trova al centro del castello. In questa stanza c'è Gesù, il Re. Se noi scegliamo di essere amici di Gesù, lui starà al centro del nostro castello, perciò al centro della nostra vita! E con un re così non possiamo che essere sereni e felici! Ma perché Gesù al centro del nostro castello ci fa felici? Che Re è Gesù?

Innanzitutto, come dice la seconda lettura di oggi, Gesù è Re perché ha partecipato con il Padre e lo Spirito alla creazione di tutte le cose, visibili e invisibili! La creazione è il suo regno! Lui ha creato i fiori, il mare, il cielo, le stelle, ... ma soprattutto Lui ha creato noi, il nostro stupore nel guardare le stelle, la nostra gioia nel giocare con le onde del mare, l'amicizia che ci fa stare bene con gli amici e la bellezza dell'essere amati. Lui ci ha creati nel Paradiso, per il Paradiso: il suo regno creato per noi! Ecco perché Gesù è Re quando sulla croce apre il Paradiso al ladrone che lo riconosce figlio di Dio: perché solo un Re può aprire le porte del regno e far entrare chi ne è degno. E ne è degno chi lo riconosce Re!

 

Da che cosa Gesù capisce che questo uomo condannato alla croce, che ha vissuto da delinquente è degno del suo Regno?

Rileggiamo le ultime parole del ladrone: "Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno".

 

Quest'uomo parla del Paradiso che sa benissimo non essere il posto per un ladro! Ma parla di regno e chiedendo di entrare domanda perdono per essere degno dell'Amore di Dio. E Dio non si nega a nessuno!

Oggi è il giorno in cui ognuno di noi deve guardare nel suo castello, guardare all'avvento che sta per iniziare come tempo per preparare la stanza al centro, perché tutto sia pronto per accogliere il RE. Il bambino Gesù che tra poco nascerà, verrà a ricordarci che il suo regno è semplicemente un regno di amore dove, per entrare, basta chiedere al RE!

News19 novembre 2019 Letto 48 volte
In seguito alla decisione del Consiglio Pastorale
 Finalmente anche la nostra Parrocchia ha la sua Caritas.
Dopo la decisione maturata in seno al Consiglio Pastorale nell’ultima riunione del 16 settembre scorso, la nostra parrocchia ha deciso che era ormai giunto il tempo anche per noi di dotarci di questo importantissimo organismo pastorale, istituito per animare la parrocchia, con l'obiettivo di aiutare tutti a vivere la testimonianza, non solo come fatto privato, ma come esperienza comunitaria, costitutiva della nostra comunità parrocchiale. L’idea stessa di Caritas parrocchiale esige, pertanto, che la nostra parrocchia sia sempre di più una comunità di fede, preghiera e amore. Questo significa che non può esserci Caritas dove non c’è comunità, si tratta di investire le poche o tante energie della Caritas parrocchiale nella costruzione della comunità di fede, preghiera e amore. La testimonianza comunitaria della carità infatti è la meta da raggiungere e il mezzo, (o almeno uno dei mezzi), per costruire la comunione. L'amore del prossimo radicato nell'amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l'intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità».
Cosa ci si aspetta dalla Caritas parrocchiale?
Ogni parrocchia, che è volto della Chiesa, concretizza la propria missione attorno all’annuncio della Parola, alla celebrazione della Grazia e alla testimonianza dell’Amore scambievole. È esperienza comune che ci siano, in parrocchia, una o più persone che affiancano il parroco nella cura e nella realizzazione di queste tre dimensioni. Sono gli operatori pastorali, coloro che fanno concretamente qualcosa. Dopo il Concilio Vaticano II, la pastorale si arricchisce di una nuova figura: colui che fa perché altri facciano, o meglio, fa, per mettere altri nelle condizioni di fare: È l'animatore della pastorale della carità.
La Caritas parrocchiale, presieduta dal parroco don Tonino e diretta dal nostro diacono permanente Ignazio, è costituita da alcune persone di buona volontà disposte a collaborare sul piano dell'animazione e della testimonianza della carità.
La nostra Caritas vuole essere come il braccio operativo della comunità per il servizio dei poveri. L’obiettivo principale è guardarsi attorno, nel territorio della nostra parrocchia, per scovare concretamente i bisogni, le risorse e le emergenze – e realizzare percorsi di carità, solidarietà nei confronti dei bisognosi, di tutti i bisognosi. È urgente un cambiamento concreto negli stili di vita ordinari dei singoli e della comunità: abbiamo bisogno di occhi nuovi per vedere le necessità dei tanti fratelli in ambito ecclesiale e civile.

Ci presentiamo con mani e cuori aperti per ricevere dai nostri parrocchiani i frutti della carità (alimenti, denari, abiti e medicinali da banco) che verranno conservati nella sede parrocchiale della Caritas.
Una volta allestita la sede pubblicheremo una sorta di calendario che indicherà i giorni di apertura ai bisognosi: un giorno alla settimana in orario che verrà comunicato e poter restituire così ai bisognosi ciò che la carità di tutti ha messo nelle nostre mani. La Giornata Mondiale del Povero, istituita da papa Francesco e giunta alla terza edizione, celebrata domenica 17 novembre, ha segnato per la nostra comunità il battesimo del Gruppo Caritas San Giuseppe. Possiamo contare su un piccolo gruppo di animatori della carità (diacono Ignazio, Teresina, Barbara, Zaira, Maria Rita, Giovanni e Anna), su una sede parrocchiale piccola ma accogliente dove raccogliere e i frutti della carità; ora rimane la gara di solidarietà e di amore che, come negli anni scorsi, siamo certi caratterizzerà il piccolo gregge della nostra comunità parrocchiale.
News16 novembre 2019 Letto 26 volte
mons. Giuseppe Baturi Ŕ il primo siciliano alla guida di una diocesi sarda
 

Il Santo Padre ha nominato Arcivescovo Metropolita di Cagliari (Italia) il Rev.do Mons. Giuseppe Baturi, Sotto-Segretario della Conferenza Episcopale Italiana.

Rev.do Mons. Giuseppe Baturi
Il Rev.do Mons. Giuseppe Baturi è nato il 21 marzo 1964 a Catania, nell’omonima provincia ed arcidiocesi. Dopo la maturità scientifica, ha ottenuto la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Catania. Come alunno del Seminario Arcivescovile ha frequentato lo Studio Teologico San Paolo di Catania, conseguendo il Baccalaureato in Teologia. Successivamente, presso la Pontificia Università Gregoriana, ha ottenuto la Licenza in Diritto Canonico.

È stato ordinato sacerdote il 2 gennaio 1993, per il clero di Catania.

Dopo l’ordinazione è stato Parroco della parrocchia di Valcorrente, frazione di Belpasso (1993-2002) ed Economo Diocesano (1999-2008). È stato, inoltre, Vicario Episcopale per gli Affari Economici, Membro del Consiglio Presbiterale, Procuratore Generale dell’Arcivescovo, Vicepresidente dell’Opera Catanese per il Culto e la Religione, Membro dei Consigli di Amministrazione dell’Opera Pia dei Chierici Poveri, del Pio Istituto Educativo San Benedetto e dell’Associazione Comitato Regina Pacis di Belpasso, Membro del Comitato Direttivo della Fondazione Michelangelo Virgilito di Palermo. È stato anche Responsabile di Comunione e Liberazione per la Sicilia

È Cappellano di Sua Santità dal 2006 e Canonico Maggiore del Capitolo Cattedrale di Catania dal 2012.

Dal 2012 all'aprile 2019 è stato Direttore dell’Ufficio Nazionale per i Problemi Giuridici e Segretario del Consiglio per gli Affari Giuridici della Conferenza Episcopale Italiana.

Dal 2015 è Sotto-Segretario della medesima Conferenza.

Auguri alla Chiesa sorella...e al nuovo Pastore diocesano calaritano

News25 ottobre 2019 Letto 67 volte
turno dei lettori (ottobre-dicembre 2019)
 pubblichiamo nell'apposito spazio di questo sito il Nuovo Turno per il servizio dei lettori.

Chi pur essendo nel turno se è impossibilitato a svolgere il ministero chieda per tempo la sostituzione segnalandolo nella pagina del gruppo lettori di Watzapp.
GRAZIE
News25 ottobre 2019 Letto 35 volte
variazione orario delle Celebrazioni Comunitarie
Nella notte tra sabato e domenica torna l'orario solare. Le celebrazioni subiranno piccole variazioni.

GIORNI FERIALI
Le celebrazioni del mattino saranno sempre alle ore 7,30.
Le celebrazioni della sera inizieranno alle ore 17,30.
 
DOMENICA E FESTIVI
nessuna variazione:
cioè le celebrazioni continueranno a iniziare
ore 8: Invitatorio, Ufficio delle Letture e Lodi
ore 8,30: Santa Messa (nella Cappella dell'adorazione)
ore 10,30: Santa Messa comunitaria (sono presenti i ragazzi della catechesi)
 
SABATO sera:
 
ore 18,10: Vespri 
ore 18,30: Santa Messa
 
I funerali verranno, di solito, celebrati con inizio alle ore 15,30
News7 ottobre 2019 Letto 48 volte
vangelo XXVII domenica del tempo Ordinario
SERVI INUTILI o SEMPLICEMENTE SERVI?  

Per una volta partiamo dalle ultime parole del vangelo di questa domenica. Anche nella nuova edizione del Lezionario, approvato dai vescovi italiani della CEI, si è voluto conservare la traduzione tradizionale siamo servi inutili che rende, letteralmente, il testo latino servi inutiles sumus. Con questo significato il messaggio evangelico dovrebbe avere un valore quasi negativo: chi è servo (o anche chi semplicemente svolge un servizio) anche quando ha fatto lodevolmente (e in modo completo) ciò che gli è stato ordinato di compiere, dovrebbe sempre avere chiara la percezione che non è servito a nulla. Nella maggior parte dei dizionari italiani e latini il termine inutile è esattamente colui che è servito a nulla. Che non dà alcuna utilità o vantaggio. Un oggetto (esempio un utensile) diventa inutile quando ormai è inservibile perché guasto o per altri motivi; ci sono stragi e massacri inutili (es. quelli della guerra) quando non rechino alcuna utilità per la condotta delle operazioni e per la soluzione del conflitto. Riferito a una persona, sottolinea il ruolo di chi è di nessuna utilità per il suo ambiente o per la società; talvolta in italiano assume una sfumatura che lo avvicina al termine superfluo oppure inefficace, cioè che non produce il risultato voluto o sperato, che rimane senza effetto. Anche l’avverbio inutilménte, conserva lo stesso significato: senza alcuna utilità, senza risultato: es. spendere inutilmente il proprio denaro; il loro lavoro non può essere apprezzato, quindi non ha alcun valore. Credo che, nel caso delle parole di Gesù, questo tipo di traduzione invece di farci capire il vero insegnamento che voleva insegnare il Maestro ai suoi discepoli, ci allontani dal cuore del brano evangelico. La Parabola di Gesù infatti parla volutamente di servizio fatto con impegno: i servi del vangelo hanno eseguito alla perfezione ciò che il loro padrone aveva comandato.  E siccome hanno agito fino in fondo per ubbidire al loro padrone, pare perlomeno strano che questi non valuti per nulla il loro operato. In altre parabole il padrone fedele è lodato, i servi hanno ricevuto la giusta ricompensa, anzi di solito vengono ripagati generosamente (cfr. i lavoratori dell’ultima ora). Come mai questa volta l’impegno, la fatica, il senso del dovere non ottiene gratitudine e ricompensa nel cuore di Gesù? Credo che bisognerebbe fare un passo più profondo. Il servizio, e anche il ministero, si deve esercitare fino in fondo non per cambiare lo stato sociale, per avanzare in grado, per migliorare, per guadagnare, occorre fare e basta. Fare tutto… tanto per farlo. Chi serve, serve non è per ottenere le grazie del padrone, per accrescere il suo prestigio; occorre fare, e fare tutto semplicemente perché il padrone ce lo ha chiesto, questo significa avere la piena e limpida coscienza di avere fatto semplicemente il nostro dovere (non nel senso del diritto o del sindacato) ma per amore del Padrone. Un po’ come ha fatto Gesù che si è messo a nostro servizio non perché Dio un giorno gli possa dire grazie, ma solo per indicarci l’unica via della nostra personale realizzazione, cioè la nostra salvezza. Ci ha dato l’esempio. Così tutti i discepoli: una volta che abbiamo fatto tutto e solo ciò che Dio e la coscienza ci hanno chiesto, dovremmo con gioia poter dire siamo solo servi… Abbiamo fatto ciò che ci è stato richiesto… non ci attendiamo nulla… ma siamo felice di aver servito Dio e i fratelli.

 
News8 luglio 2019 Letto 128 volte
Le prime parole del nuovo Arcivescovo: un programma pastorale...condiviso!

PRIMA OMELIA DEL NOSTRO NUOVO ARCIVESCOVO

Mons. Roberto Carboni

 

 

Carissimi fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace!

La vostra partecipazione a questa solenne celebrazione manifesta in modo immediato e visibile che il cammino di ciascuno di noi nella Chiesa, il mio cammino come vescovo di questa Chiesa, non è solitario. Infatti, vedo qui tanti volti amici e altri che lo diventeranno.

Ringrazio i confratelli vescovi per la loro presenza Mons. Paolo Atzei, Mons. Giovanni Dettori, Mons. Mosè Marcia, Mons. Mauro Maria Morfino e gli altri vescovi della Sardegna che mi hanno manifestato la loro vicinanza e amicizia ma, a causa di impegni improrogabili nelle loro diocesi, non possono essere qui con noi.

Sono particolarmente grato al vescovo Ignazio per il servizio alla nostra Chiesa di Oristano durante i suoi anni di episcopato. La sua presenza qui, oggi, testimonia la comunione e la continuità che deve animare i diversi ministeri nella Chiesa anche nell’avvicendarsi delle persone, per riportare sempre alcentro l’essenziale, cioè l’annuncio di Gesù Cristo. Saluto i presbiteri e diaconi dell’Arcidiocesi di Oristano che sono qui con tanti cristiani provenienti dalle loro comunità. Mi accosto con rispetto a ciascuno di voi, per condividere il servizio che da tempo offrite al popolo di Dio, insieme alle preoccupazioni che pure l’accompagnano. vi invito già da ora ad approfondire il dialogo fra noi e prestare insieme ascolto allo Spirito Santo, coinvolgendo i laici, uomini e donne, per fare discernimento su come rispondere oggi a ciò che il Signore ci dice attraverso i segni dei tempi. Saluto i presbiteri, i diaconi e le comunità cristiane della Diocesi di Ales-Terralba che mi accompagnano con la loro preghiera, amicizia e sostegno: spero, con l’aiuto della Grazia di Dio, di continuare a servire quell’amata Chiesa come ho imparato a fare in questi anni. Ai presbiteri dell’una e dell’altra Diocesi chiedo di trovare insieme quei percorsi di comunione e condivisione che la Chiesa si attende da noi.

Saluto le Autorità che hanno voluto essere presenti a questa celebrazione di inizio del mio ministero episcopale nella Arcidiocesi di Oristano: il Signor Prefetto Dott. Gennaro Capo, il signor Sindaco di Oristano Dott. Andrea Lutzu, il Questore Dott.ssa Giusy Stellino, le autorità Militari, i sindaci che provengono dal territorio della Diocesi di Ales-Terralba e dalla Provincia di Oristano. Grazie a tutti!

Permettetemi di rinnovare a tutti voi il saluto di san Francesco: “Il Signore vi dia pace!”. Esso mi pare oggi particolarmente adatto, sia per rendere omaggio al Serafico Padre san Francesco che mi ha insegnato l’amore alla Chiesa e al popolo di Dio, sia perché in esso il protagonista è il Signore Gesù. Egli, nel presentarsi ai discepoli dopo la Sua Resurrezione offre la “Sua pace”, cioè quell’atteggiamento del cuore in cui il dialogo con Dio, con i fratelli, con il mondo si trasforma in stile di accoglienza e amore. La nostra vocazione comune trova qui il suo significato più profondo: farsi messaggeri di questa pace, dato che in modo speciale oggi – nel nostro mondo segnato dalla violenza e dalla divisione – ne abbiamo maggior bisogno: nelle nostre famiglie, dentro la società, nella comunità ecclesiale, nelle comunità religiose e nella stessa comunità presbiterale.

Nel perìodo che ha accompagnato la mia preparazione a questo momento solenne, ho riflettuto spesso sul ministero episcopale e sull’atteggiamento con cui accogliere questo nuovo servizio che il Signore, attraverso la Chiesa e il Papa, mi ha chiesto. Nei dialoghi e negli auguri di tanta gente ho sentito utilizzare con affetto espressioni che certo fanno parte del linguaggio giuridico-ecclesiastico della Chiesa, ma che al tempo stesso mi sono sembrate limitate e bisognose di essere rivisitate. Ho sentito parlare di “promozione”, di “avanzamento”. Permettetemi di dire, senza voler scandalizzare nessuno, che non vedo adeguate queste parole per descrivere il Ministero episcopale. La Chiesa tre anni fa mi ha affidato la comunità cristiana della Diocesi di Ales-Terralba per amarla, servirla e guidarla e mi chiede ancora di continuare a farlo, e oggi mi affida la comunità cristiana dell’Arcidiocesi di Oristano. Parlando di Chiesa, di cristiani, di fede che tutti ci unisce, credo non siano adeguati i concetti di “piccolo e grande, più e meno, modesto e importante”. Certo la storia, la geografia, le tradizioni, i campanili hanno e avranno il loro peso, ma considero questo ministero – e invito anche voi a farlo – più nella prospettiva di un servizio all’unica comunità cristiana riunita attorno a Gesù Cristo, chiamata a testimoniarlo, piuttosto che solo in termini di strutture o di organizzazione, seppure esse siano di certa utilità.

Una seconda parola si è affacciata talvolta in questi mesi: “la presa di possesso”. Anche in questo caso siamo debitori al linguaggio giuridico e tradizionale e non ce ne scandalizziamo. Ma sappiamo bene che il servizio alla Chiesa e nella Chiesa non è una “appropriazione”, ma appunto un “servizio”. Non sono, queste, parole mie, ma del Vangelo, dove Gesù insegna ai discepoli che “potere” significa “servire”. La Chiesa, la Diocesi, non è mia, non è dei preti o religiosi o dei diaconi, non è neanche solo dei cristiani. Come non possiamo dire che qualcuno è “proprietario” della propria famiglia, sia esso il padre, la madre o i figli, così dobbiamo ricordarci che la Chiesa siamo noi e noi siamo di Cristo. Essa si costruisce nella fedeltà a Cristo e vive dell’apporto di ciascuno e ciascuno ha la sua responsabilità nel renderla ospitale oppure ostile, accogliente o distante.

La Liturgia della Parola illumina oggi questa celebrazione, indicando a ciascuno – e per primo a me come vescovo – la strada da percorrere. Il Signore ci chiama per mandarci. Nessuno di noi riceve una chiamata, la vocazione, come un titolo di gloria o una medaglia al valore. Si tratta piuttosto di una “spinta” ad uscire da noi stessi e metterci in cammino. Essere discepoli del Signore non è dunque un privilegio da coccolare e tenere “ben conservato sotto spirito”, come direbbe Papa Francesco, ma piuttosto si tratta di un dono, di un compito e di una responsabilità, oltre che di un Mistero. UN DONO: dato che nessuno può “chiamare se stesso” se non a rischio di fondare la vocazione su motivazioni umane; di UN COMPITO: poiché è una chiamata esigente, che inizia dal battesimo che tutti ci unisce, per arrivare poi alle molte vocazioni che qui oggi sono rappresentate. È pure una RESPONSABILITÀ: che mette specialmente noi ministri ordinati nell’esigenza di non usare per noi la vocazione; non “servirci” delle cose di Dio ma servire le cose di Dio.

Mi è stato chiesto quale fosse il mio “programma di lavoro” entrando nella Arcidiocesi di Oristano. Non vi sono altri programmi diversi da questo: annunziare Gesù Cristo, aiutare le persone ad incontrarLo e trasformare l’incontro con il Signore in carità verso gli altri. Fuori di questo si rischia di trasformare le nostre comunità in moltiplicatrici di attività, erogatrici di servizi, in agenzie sociali, ma forse perdendo l’essenziale: il Signore.

C’è bisogno di questo annuncio oggi, nella nostra Chiesa, nelle nostre comunità cristiane? Sebbene tutti aspiriamo alla salvezza che è fatta di pace, di amore, di giustizia, sappiamo bene che siamo anche capaci di produrre mostri, di creare violenza, negazione e rifiuto. Come cristiani dobbiamo farci annunciatori di una speranza che è fede nel Signore ma anche impegno di ciascuno. È vero che solo il Signore può salvarci dal male, ma, come dice san Paolo, noi siamo “ambasciatori di Cristo” e dobbiamo dire a noi stessi e agli altri “Lasciatevi riconciliare”.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato dice con chiarezza che nel cammino del discepolo missionario bisogna mettere in conto la croce. Se prendiamo sul serio la nostra missione sappiamo che troveremo anche persecuzioni. La croce del Signore, così difficile da accettare per ciascuno di noi, è il segno della vittoria sul male e sulla morte. La croce non è solo ascesa, neanche occasione di itinerario morale, neanche solo una semplice imitazione della croce di Gesù, ma è insieme luogo della speranza e anche della profezia. Come discepoli siamo chiamati a proclamare con la parola e con la vita che è possibile una nuova logica, che non è quella del “mondo di lupi dominati dall’aggressività”, ma di persone che riconoscono l’umanità dell’altro e il segno indelebile della figliolanza di Dio. Nell’invio del discepolo c’è una nuova logica; non quella dell’apparenza, dell’avere, ma quella dell’accoglienza, della condivisione. Non dobbiamo nasconderci che il nostro mondo non sente più bisogno di Dio. Forse tocca anche noi quel sottile pensiero che affascina anche tanti nostri giovani: “si può fare senza di Lui”, si può essere felici (forse) senza di Lui. Non siamo chiamati a lamentarci della prima “generazione incredula” come è stata chiamata, ma piuttosto a svegliarci dal sonno e stimolare in noi la domanda: siamo ancora capaci di far risplendere la bellezza della nostra vocazione cristiana, dell’incontro con Gesù Cristo, della novità portata dalla Sua presenza e Parola? La Parola di Gesù ci ricorda che la messe è abbondante ma sono pochi gli operai.

È noto che esiste un calo notevole di vocazioni al sacerdozio, sia in generale nella Chiesa come nelle nostre Diocesi. Le motivazioni sono molteplici. Fattori che si condizionano reciprocamente con un effetto a catena a cui non è facile dare risposte o soluzioni immediate.

La vocazione è certo un dono di Dio, un’ispirazione dello Spirito Santo, ma come ci insegna la Scrittura, essa ha bisogno di mediazioni per farsi strada. Si tratta di quella che Benedetto XVI, ripreso poi da Papa Francesco, chiama la logica “dell’attrazione e non del proselitismo”. Ciascuno di noi in questa prospettiva ha la propria responsabilità: i laici, la famiglia, gli educatori, i catechisti e certo anche e soprattutto i presbiteri che con la loro testimonianza di una vita donata possono dire, anche senza tante parole, che ne vale la pena, che si può amare e servire il Signore nella vocazione sacerdotale.

A conclusione di questa riflessione, dove ho toccato velocemente e condiviso con voi alcuni temi che mi stanno a cuore e che la Parola di Dio oggi ripropone, desidero ringraziare e lodare La Ss. Trinità, per i grandi doni che ha fatto alla mia vita, attraverso le tante persone che hanno segnato e attraversato il mio percorso umano e spirituale. La bontà di Dio si manifesta nella storia della salvezza, in quella universale che tutti ci accomuna, e in quella di ciascuno di noi e si realizza in persone, avvenimenti, momenti difficili e scelte ispirate dallo Spirito del Signore. Affido il mio cammino e quello della Arcidiocesi di Oristano e della Diocesi di Ales-Terralba alla Madre del Signore – la Vergine Maria – che veneriamo con il titolo di Madonna del Rimedio, Madonna Di Bonacatu e di Santa Mariaquas. È sempre la stessa Madre di Dio, colta nei suoi diversi atteggiamenti di misericordia e intercessione per noi. È Lei che rinnova l’invito per il cammino spirituale di ciascuno di noi dicendoci: “Fate quello che Egli, Gesù, vi dirà”. Amen

Cattedrale di Oristano domenica 7 luglio 2019

 
News1 giugno 2019 Letto 170 volte
L'Amministratore Apostolico mons. Ignazio Sanna ha ordinato don Enrico Porcedda

 La bella e spaziosa chiesa parrocchiale di Seneghe, a stento, ha potuto accogliere la grande folla di fedeli del paese e di molte comunità della Diocesi, accorsi per la toccante Celebrazione eucaristica, presieduta da mons. Arcivescovo e concelebrata da oltre 40 presbiteri, alla presenza di molti seminaristi (del Regionale e del Minore).

Don Enrico, pur nella sua giovane età (ancora non ha compiuto 25 anni), ha mostrato emozione e serenità nell'accogliere il grandissimo dono del ministero sacerdotale che ha ricevuto per l'imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione del Nostro Pastore.

Al novello sacerdote gli auguri e le preghiera della nostra comunità parrocchiale.

[ 1 ]  2  >>
Copyright © 2011 Parrocchia San Giuseppe Lavoratore - TharrosNet © 2011