Arcidiocesi di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

Per comunicare con il parroco

Tel. 0783.212023 (solo al pomeriggio o sera)

Cel. 347.5412899 (sempre acceso)

sanjoseph@virgilio.it    (mail ufficiale della parrocchia)

toninozedda@virgilio.it  (mail personale)

Articoli
News30 settembre 2018 Letto 48 volte
un commento al vangelo
 

Il cammino dietro a Gesù come ce lo descrive l’evangelista Marco, ha una meta Gerusalemme. Questo itinerario è un susseguirsi di insegnamenti e raccomandazioni; una specie di manuale catechetico, che serve da continuo confronto per la fede, che pure è solo agli inizi dei discepoli. L’interrogativo posto proprio dal discepolo che Gesù amava Giovanni: “Abbiamo visto uno che scacciava i demoni... ma non era dei nostri” descrive bene il rigido schematismo dentro cui, loro come noi, vorremmo imprigionare la libertà dello Spirito, che soffia sempre dove e come vuole. Non siamo noi cattolici i padroni della salvezza, che Gesù ci ha offerto gratuitamente. Sia pure avendo responsabilità e modalità diverse in seno alla Chiesa, noi cristiani abbiamo solo il compito di far incontrare, tra di noi e agli altri, con la nostra testimonianza, la nostra parola e le nostre opere, la persona del Cristo. La consapevolezza della gratuità del dono ci obbliga a valorizzare tutto ciò che, nel mondo, fa presagire e manifesta la sua presenza redentrice, perché Cristo, unico ad avere una risposta esauriente all’inquietudine presente nel cuore dell’uomo, può inviare lo Spirito Santo a illuminare il cuore di ogni persona. Il nostro desiderio più profondo dovrebbe essere quello di Mosè, quando ha esclamato: “Fossero tutti profeti nel popolo di Dio e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.

News23 settembre 2018 Letto 35 volte
la grandezza evangelica della...picolezza!
 

La grandezza del servire sta nel servire con umiltà

 

Il Vangelo di Marco ci ripresenta l'annuncio della passione da parte di Gesù. È il secondo dei tre annunci della passione. Il verbo fondamentale in tale annuncio è "consegnare". È Dio che entra in azione e lascia che il Figlio sia consegnato nelle mani degli uomini. La passione è vista come un obbedire alla volontà del Padre. I discepoli rimangono ammutoliti, non sanno che cosa dire, hanno paura di questo destino tragico. Poi la scena cambia. Si passa dalla strada alla casa. Gesù si siede come un maestro e chiede ai discepoli l'argomento da loro usato durante la strada. Gesù sapeva di cosa avessero parlato, ma i discepoli rimangono in silenzio. Gesù annuncia una catechesi sulla grandezza. Per Lui primeggiare è essere ultimi, è seguirlo sulla via della passione e della croce. La sua persona è modello di ammaestramento.  La sua autorità è nel servizio alle persone. Poi Gesù prende un bambino e lo abbraccia ponendolo nel mezzo. Chi accoglie anche uno solo di questi bambini, accoglie Gesù.

Identificandosi con loro, Gesù mette al centro persone che non contano nulla, che hanno bisogno degli altri, che cercano solo amore.

Solo facendosi piccolo come un bambino, si può entrare nel regno dei cieli. Vorrei soffermarmi su due aspetti. Il primo riguarda il rapporto tra autorità e servizio. Il più importante per Cristo è colui che serve.

Quando penso al ruolo che oggi abbiamo come insegnanti, educatori, preti, rifletto sempre sulla bellezza dell'educare. Noi siamo sempre servi umili, al servizio delle persone per aiutarle a maturare, a crescere in modo armonioso e sano, a tirare fuori ciò che di bello è presente in loro. Il nostro scopo è essere maestri di vita. È bello a distanza di dieci- quindici anni, vedere i tuoi alunni delle medie ricordarsi di te e magari chiederti di sposarli, di battezzare i loro figli.  È la gioia più bella per un educatore essere ricordato a distanza di tempo. Anche perché i ragazzi colgono subito se l'educatore li ama veramente! Un secondo ambito riguarda la grandezza e l'uso del potere. Per troppo tempo anche la stessa Chiesa è stata sottomessa al potere o comunque al potente di turno. Dialogare con le autorità è fondamentale, ma la chiesa è chiamata da Gesù a stare dalla parte di chi non ha potere, è per la gente che vive umilmente la propria esistenza e che fatica ad arrivare a fine mese, come troppo spesso succede oggi.  Una comunità che non si autogratifica, ma che sa scegliere la via del silenzio, delle piccole cose, del servizio ai ragazzi e a chi ne ha realmente bisogno.

News17 settembre 2018 Letto 55 volte
Ma voi, VOI chi dite che io sia?
 

Il vangelo di Marco, che ci accompagna in questo anno liturgico, giunge a punto nodale: ma attenzione, non è questione di capire, di conoscere, di sapere... dobbiamo entrare dentro per renderci conto che anche per i discepoli di oggi, cioè per noi, è un momento di svolta: una domanda cruciale: chi è Gesù per noi? La risposta deve essere espressa in modo assolutamente personale. Davvero tante cose mi colpiscono ogni volta che ascolto questo brano di vangelo: il fatto che Gesù interrogava... è come se per Gesù sia un'azione che non termina, mai conclusa. Mi dà l'idea che Gesù voglia trasmetterci questo: comunicare significa fare domande. Una volta di più non ci fa male sentirci ripetere questo: Gesù non è uno che offre risposte preconfezionate, ma apre la mia vita e quella dei miei fratelli a domande sempre nuove. Mi piacciono tantissimo anche il luogo e la direzione che Gesù sceglie per porre queste domande: Il luogo: la strada... quello che io considero un luogo magari pericoloso, minaccioso, insicuro, Gesù lo sceglie per dire le cose fondamentali, quelle più importanti... non si accontenta di fare domande lungo la strada: insegna e apre al futuro, quello che riguarda lui e la sua comunità, il tradimento, la consegna, la crocefissione, la sua morte.

La direzione: Cesarea di Filippo, città pagana, di frontiera, situata all'estremo nord di Israele... era chiamata Panion, in onore al Dio della natura Pan. Ancora una volta Gesù mostra di non avere paura del contatto con persone diverse per cultura, razza, religione... La strada che Gesù ci indica è molto semplice se volete: da una conoscenza per sentito dire alla necessaria conoscenza personale, perché è soltanto quella che ti porta, ti conduce alla fede... é un cammino lungo, complesso, che domanda di mettersi in gioco, perché come non ci si può fermare al "sentito dire", nemmeno ci si può accontentare di una "risposta giusta". Pietro si ferma alla risposta giusta: Tu sei il Cristo, tu sei Dio... e per il momento è incapace di andare più in profondità, non riesce ad accettare il fatto che Dio non sia un vincente e che quindi debba soffrire, essere tradito, morire, risorgere. Quella di Dio deve essere una marcia trionfale, non ci possono essere ostacoli! Gesù chiede anche oggi: Chi sono io per te? La fede in lui non è mai scontata, va ri-scelta ogni giorno... ciò che è decisivo per la mia vita non è ciò che si dice di Gesù, ma il vivere di lui! Con un linguaggio che ultimamente vi ho proposto e ri-proposto, (mi perdonerete se sono ripetitivo), è necessario, insieme all'ostia, mangiare un'azione di Gesù, farla propria assimilandola come si assimila il cibo, farla diventare parte di noi così come l'ostia diventa parte di noi. Ripeto... è un momento decisivo nel vangelo di Marco: riconoscere Gesù come un profeta ha voluto dire per alcuni porlo tra i tanti inviati di Dio; riconoscerlo come Messia, come Cristo... ha voluto dire per Pietro credere in colui che avrebbe portato il popolo alla salvezza ma... mancava un pezzetto, quello del come avrebbe Gesù "salva" il popolo. Il vangelo di Marco è stato scritto per rispondere ad una domanda molto semplice: Chi è Gesù? Si può dire che dal titolo (inizio del vangelo di Gesù Cristo...) in avanti, chi si accosta a questo testo ha la possibilità di vivere un progressivo processo di conoscenza della persona di Gesù... ogni incontro che vive emerge un tratto differente. Sappiamo bene che quello di Pietro è un primo passo, e la rivelazione definitiva, ampia, solare, sarà quella che sotto la croce verrà dalle labbra del centurione pagano: veramente quest'uomo era figlio di Dio... anche oggi Gesù chiede il silenzio su di lui... Pietro e i discepoli non sono ancora pronti, noi non siamo ancora pronti; al versetto 31 Gesù comincia ad insegnare dice Marco... ecco, è un nuovo inizio, è un insegnamento nuovo, vuole guidare i suoi (e noi) a capire che, senza la croce e la risurrezione è impossibile capire chi sia Gesù. Mi piace anche sottolineare, quanto Gesù dice al termine del vangelo di oggi, lo trovo importantissimo per quello che riguarda la nostra relazione personale con Lui: colui che perde la sua vita per me e per il vangelo, la salverà... mi colpisce molto questo paragone, o meglio questa uguaglianza: per me o per il vangelo. Perché Gesù dice così? Perché Gesù e il Vangelo sono la stessa cosa! Il Vangelo non è un libro, è una persona: Gesù! Non lo abbiamo qui, fisicamente in mezzo a noi, però abbiamo il vangelo, la sua Parola, e tutte le volte che prendiamo in mano il vangelo scopriamo qualcosa di bello del volto e del nome di Dio. Il volto di Dio che il vangelo ci vuole trasmettere e di conseguenza il volto del discepolo che è chiamato a prendere la sua croce e seguire il Maestro, sono ben preparati dalla prima lettura che abbiamo ascoltato: don Daniele Simonazzi dice che questo testo, nella sua radicalità pone questioni tanto serie da essere messe da parte. Insomma... sempre meglio parlare di massimi sistemi che non di spendere la propria vita. La prima lettura ci parla di qualcuno che ha deciso di pagare un prezzo, di qualcuno che, come dice una canzone ascoltata con il gruppo degli educatori, è stato disposto a perdere qualcosa...

C'è, dice don Daniele, la sofferenza del profeta che ne accompagna la missione, c'è la celebrazione della sua incrollabile fiducia nel Signore. La sofferenza del servo è la conseguenza diretta della propria missione profetica; il profeta non è soltanto un annunziatore della parola di Dio, ma ne è testimone con la sua stessa vita. Fin dalla sua vocazione egli è coinvolto in un'esistenza di dolore che gli deriva dal compimento della missione ricevuta, eppure rimane profondamente fiducioso nel Signore. Egli sa che la parola per la quale vive e che ritma i suoi giorni (al mattino fa attento il mio orecchio..) gli è stata donata e che egli non può disporne a piacimento, ma piuttosto deve metterla al di sopra della sua stessa vita. Non è lui a plasmare la parola di Dio, ma è la parola di Dio a plasmare la sua vita.  Il Signore Dio mi ha fatto udire le sue parole e io non ho opposto resistenza. Il profeta Isaia oggi ci dice cose molto importanti riguardo al rapporto con la parola di Dio: sei chiamato a farla entrare nella tua vita senza opporre resistenza, perché la tua vita possa cambiare, trasformarsi, divinizzarsi. Lasciarla entrare senza costruire muri, tra se stessi e Dio tra se stessi e i fratelli e le sorelle che incontriamo.

 

News12 settembre 2018 Letto 86 volte
Giovedì 13 settembre ore 20: incontro congiunto CPP e CPAE
SORELLE e FRATELLI in Cristo: salute, pace e grazia nel Signore nostro Gesù Cristo:
vi comunico che Giovedì 13 settembre 2018 alle ore 20, nella Sala Cenacolo, sono convocati i Consigli Pastorale PARROCCHIALE e PER GLI AFFARI ECONOMICI.
Sarà un momento comunitario importante in vista del nuovo anno pastorale che inaugureremo
DOMENICA 14 OTTOBRE con la celebrazione eucaristica delle ore 10,30.
Invito i componenti dei due importantissimi organismi ecclesiali della Nostra parrocchia non solo alla partecipazione e alla presenza, ma anche a farsi portavoce delle istanze, delle richieste e delle esigenze dei vari settori della vita  parrocchiali.
Durante l'incontro cercheremo di stilare il calendario pastorale annuale per la vita della nostra comunità al fine di consegnare a tutti i fedeli il CALENDARIO di tutti i momenti comunitari per  il nuovo anno pastorale.
In allegato la lettera di convocazione.
un forte abbraccio
don TOZ
 
News12 settembre 2018 Letto 36 volte
Effatà: Apriamoci alla novità della Parola di Dio.
 

 

Gesù, come fa spesso, anche oggi ci è presentato fuori dai confini e fuori dagli schemi. Esce dalla Palestina e si dirige in pieno territorio pagano identificato con la regione della Decapoli, sul Mare di Galilea. Gesù, che è la Parola di Dio fatta carne, invita tutti gli uomini ad aprirsi alla parola e alla novità. Lo fa sturando, letteralmente, gli orecchi a un sordomuto, che grazie al dire e al suo tatto recupera le facoltà sensoriali e viene al contempo sospinto ad aprirsi all'ascolto e alla comunicazione. Effatà, cioè apriti, è l'esortazione che Gesù gli rivolge. Il segno che Gesù opera attesta la presenza di qualcosa di immediatamente vicino o presente, come il fumo che ci dice che nelle vicinanze c'è del fuoco. A differenza del simbolo che rappresenta una realtà globale o un'idea generale (la bandiera indica lo Stato); il segno che Gesù opera con le mani e con la saliva sul sordomuto attesta che Dio è presente in questo preciso istante e nella persona del Signore che realizza la guarigione fisica. In Cristo Dio opera oltre che con il segno anche con la parola, che ha la sua efficacia perché essa stessa oltre che a proferire realizza e attualizza. La guarigione di questo povero malato, impossibilito a parlare e a udire, avviene con parole e segni esplicativi che ne esprimono il messaggio. E il sordomuto recupera vista e udito. Solitamente noi pensiamo che il termine effata=apriti sia un’esortazione rivolta solo al sordomuto e per esteso a tutti coloro che si collocano davanti alla parola di Dio. Papa Benedetto XVI in una sua omelia faceva però un'osservazione importante: è stato innanzitutto Dio ad aprirsi all'uomo facendosi Verbo, ossia Parola Incarnata. E' stato lui che, nel sul Figlio Gesù Cristo, ha comunicato all'uomo la Parola, rivelando tutto ciò che aveva da dire e sempre nell'umiliazione del Figlio che si è fatto uomo Dio si è umiliato al punto di ascoltare, di aprirsi e interiorizzare. Come si sa infatti Gesù, nonostante fosse egli stesso la Parola fatta carne, da Dio - Uomo si è abbassato fino a farsi obbediente, servo e sottomesso e di conseguenza si è disposto all'ascolto del Padre, aprendosi alla sua Parola di verità. Proprio in forza di questa sua umiliazione, Gesù adesso può dire al sordomuto: apriti, ossia disponiti all'ascolto e alla comunicazione, invitando così a prestare attenzione e ad assimilare facendo tesoro di ogni Parola che ci venga proposta. Ciò tuttavia non è sufficiente quando all'ascolto non fa seguito la condivisione e la comunicazione ed è impensabile dover solamente ascoltare senza comunicare. Nella persona di questo sordomuto Dio ci vuole quindi ricettivi, ma non passivi. Ci esorta all'ascolto accompagnato dalla comunicazione costruttiva ed edificante. Un autore anonimo ammonisce: La comunicazione parte non dalla bocca che parla, ma dall'orecchio che ascolta e Dio, che si è dimostrato capace di ascoltare e di parlare invita l'uomo a fare altrettanto.

Nel territorio della Decapoli ci invita ad accogliere, assimilare, ascoltare la Parola di Dio che ha mostrato già la sua efficacia e ci invita conseguentemente a condividerla e a donarla. Come affermava Paolo, non si può tacere una volta assimilato un messaggio divino e non lo si può limitare ai nostri interessi: occorre parlarne ad altri: Non è per me un vanto annunciare il Vangelo. Necessità mi spinge e guai a me se non predico il vangelo (1Cor 9, 16). Anche Geremia, pur proponendosi di non predicare più nel nome di Dio per paura dei nemici, non riesce a trattenere un fuoco interiore che lo sollecita a questo (Ger 9,20). Nella prima Lettura il profeta Isaia denuncia che il mancato ascolto della Parola è stato causa di condanna per gli Israeliti, condannati all'esilio di Babilonia; comunica poi un messaggio di speranza: la liberazione è vicina e vicino è anche il Signore che la realizzerà, tuttavia non senza l'attenzione e l'ascolto alla sua Parola che è indispensabile alla salvezza. Ascoltare e mettere in pratica è sinonimo di salvezza, ma torna irrinunciabile la necessità di annunciare e comunicare in seguito all'attenzione e all'ascolto. È risaputo che il segno dell'effatà= apriti viene ritualizzato dopo il sacramento del Battesimo di ogni bambino, al quale il sacerdote, tracciando il segno di croce sull'orecchio e sulla bocca, augura al nuovo arrivato nella figliolanza divina di poter ascoltare presto la sua parola e di professare presto la sua fede in lui. Il sacramento del Battesimo in effetti ci ha aperti alla Parola e predisposti al suo ascolto, mentre tuttavia attorno a noi si imposta la vita sulla vacuità di parole futili con le quali si rumoreggia e non si ha nulla da dire. Nel consorzio sociale odierno siamo avvinti dalla vanità del frastuono e della propaganda, con innumerevoli parole che si perdono per aria o non raggiungono i loro destinatari. Manca di fatto la propensione all'ascolto e restiamo nella condizione iniziale del personaggio sordomuto prima dell'intervento di Gesù: siamo isolati e inerti e la Parola non prende corpo. Aprirsi, ascoltare e comunicare è l'auspicio che dovremmo rivolgere a noi stessi nella Decapoli dei nostri tempi.

GRT

News5 settembre 2018 Letto 35 volte
oltre le apparenze
 

Con questa prima domenica di settembre la Liturgia riprende la proclamazione del vangelo di Marco che ci accompagnerà fino alla fine dell’anno liturgico. Gesù, prima di questo episodio, ha avuto tre esperienze fortissime nel contesto del Lago di Galilea. La prima sulle rive del lago: molta gente lo seguiva perché erano come pecore senza pastore. Avevano lasciato lavori, campi e si erano perfino disinteressati del cibo pur di ascoltarlo. E proprio per loro Gesù compie la moltiplicazione dei pani. Gesù accoglie la gente assettata, affamata, tante persone che vogliono sapere, vogliono nutrirsi, vogliono il cibo di vita.

La seconda mentre attraversa il lago: i suoi discepoli sono angosciati per il forte vento e non riescono a remare. Gesù va loro incontro e i discepoli lo vedono camminare sopra le acque. I discepoli sono terrorizzati e credono sia un fantasma. Ma Gesù li incoraggia dicendo: Coraggio sono io, non abbiate paura? (6,45-52). Gesù percepisce la paura, il terrore dei suoi amici: il terrore di affondare nel vento, il terrore nel vederlo, nel vedere cose angoscianti.

La terza, sbarcati sulla spiaggia: tutta la gente arriva da lui, portando i malati e chiunque lo tocca guarisce (6,53-56). Gesù sente il dolore della malattia, della sofferenza, del limite, dei condizionamenti.

Per noi è importante capire quali fatti precedono questi episodi, perché in queste esperienze Gesù si sente immerso nella vita, nelle profondità dell’esistenza, dove la vita scorre, dove si freme, dove si cerca di vivere, dove si piange e ci si dispera, dove ci si rialza, si confida e si dubita, dove, insomma, c’è intensità. Mentre Gesù vive tutto questo arrivano alcuni farisei e scribi (provenienti da molto lontano: da Gerusalemme) e cercano di mettergli insidie di coglierlo in fallo per avere di che accusarlo). I farisei avevano visto alcuni dei discepoli di Gesù prendere cibo con mani sporche, cioè non lavate. Poiché si credeva che chi toccava certe persone o oggetti ritenuti impuri, o faceva lavori impuri, si contaminava, per essere di nuovo puri bisognava lavarsi le mani. Se poi si andava al mercato, e lì in mezzo alla folla si sa che è facile toccarsi o toccare qualcosa di impuro, bisognava ancora purificarsi. Di fronte a questo grande problema Gesù interviene con forza: diventa furibondo contro questi legalisti. In nessun periodo storico come in quello di Gesù la legge ebraica fu così scrupolosamente rispettata. Gli ebrei non erano gente malvagia. I farisei erano delle brave persone che seguivano la saggezza convenzionale. I farisei, coloro che rifiutarono Gesù, facevano delle cose giuste. Erano dei bravi cittadini; andavano sempre in sinagoga e rispettavano tutti i precetti religiosi. Compivano anche digiuni e non prescritti dalla legge. Il favore di cui i farisei godevano fra la popolazione di quel tempo è fuori di dubbio. Quindi Gesù, che li critica, si scaglia non solo contro di loro ma contro un sistema popolare di valori, che era accettato dalla società. Ciò che Gesù dice è contro la morale comune. Ciò che Gesù diceva era altamente scandaloso.  Le regole dei farisei non erano stupide, è che avevano perso la loro anima. Forse, alcuni secoli prima, lavarsi le mani o rispettare il sabato aveva un senso molto profondo. Era un modo con cui l’ebreo diceva: Devo avvicinarmi a Dio con le mani e soprattutto con il cuore puro; ritaglierò un tempo, il sabato, di preghiera, di silenzio, di pace, per ricordarmi e per vivere che Dio è il signore del tempo e di ogni giorno. In quel giorno non farò niente non perché Dio voglia che io non faccia niente, ma perché nessun lavoro può essere paragonato a Dio. Ma nel corso dei secoli e degli anni questi precetti rimasero senz’anima, vuoti. Non avevano più significato, si facevano perché lo si era sempre fatto, perché si era stati abituati così. Quando un gesto perde la sua anima, allora diventa superficiale, abitudinario e talvolta rischia di diventare fondamentalista.

Un gesto esprime (dovrebbe) un senso, un sentimento del cuore. Un gesto è la conseguenza di un impulso del cuore, di ciò che hai dentro. Se non lo esprime è vuoto. Se perdi di vista l’obiettivo, se il tuo gesto non esprime più l’intenzione è inutile, formale, e perciò falso. Può succedere anche a noi quando diciamo: Sono un bravo cristiano! Vado sempre a messa, non faccio male a nessuno, non rubo e non uccido. Tutto questo è buono. Ma non può bastare. il Dio di Gesù Cristo vuole ben altro: è il Dio della misericordia, dell’amore, del perdono, della vita vera. Dio non è mai formale, superficiale, devozionale. Dio vuole entrare nella nostra vita, vuole scaldare il nostro cuore col suo amore. Vuole fede e azioni…. Non pratiche e devozioni.

 

News21 agosto 2018 Letto 50 volte
Prendete e mangiate: questo pane dona la vita eterna
 

Dopo la meravigliosa e significativa parentesi della solennità dell'Assunta, la Parola di questa XX domenica del tempo ordinario torna al discorso eucaristico del pane di vita, riportato dal vangelo di Giovanni, un discorso così nuovo, così fuori da ogni tradizione e perciò così difficile da ascoltare e ancor più difficile da accogliere per i discepoli di Gesù. Come tante volte è stato detto – col rischio di diventare noioso - l'Eucaristia (soprattutto quella domenicale) si intromette nel ritmo della settimana, scandito dal lavoro e perciò dalla produzione, l'Eucaristia manda in crisi, o, almeno, mette seriamente in discussione lo stereotipo dell’uomo visto solo in ottica di mercato, e (mette in discussione) il mercato stesso, quello reale di beni e servizi, e quello virtuale della speculazione finanziaria. Intendiamoci bene: Gesù non è ostile ai beni materiali e non materiali; Gesù ci ricorda che l'uomo è più importante di ciò che produce e consuma. E proprio perché l'uomo è più importante, l'uomo sa riconoscere ciò che veramente conta nella vita, ciò che è degno di lui, degno di un uomo, degno di tutti gli uomini; perché è stato fatto per lui, soltanto per lui! È il pane del Cielo. Lo ripeto: questo pane è fatto apposta per l'uomo, e l'uomo per questo pane! Ma ecco che iniziano le polemiche!

Curioso e drammatico: Giovanni annotta che "i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Costoro sono un po' come molti rappresentanti autorevoli della cultura odierna, della politica, dell'economia... un circolo privato, un'accademia per addetti ai lavori... hanno perso il contatto con la realtà, con Gesù - ammesso che lo abbiano mai avuto, il contatto reale con Gesù - e discorrono, si perdono in strani ragionamenti, chiusi nel loro mondo di principi assoluti, indiscussi e indiscutibili. Mi vengono in mente i due discepoli che scendevano da Gerusalemme a Emmaus, la sera di Pasqua e, strada facendo discorrevano tra loro dei fatti della passione (cfr. Lc 24).  Possiamo discorrere tra noi sui principi fondamentali della morale, sui massimi sistemi. Ma se ci fermiamo lì, facciamo solo teoria! e con la teoria e con le prediche non si salva il mondo e non si salvano neanche gli uomini! È necessario uscire dalla teoria, dai principi primi, dai massimi sistemi! È necessario uscire dalle nostre (comode) accademie, per ritornare a vivere nel mondo, a contatto con i problemi reali, i nostri problemi; con le sofferenze reali, le nostre sofferenze. Ci eravamo illusi che i problemi si potessero risolvere parlandone soltanto.

Non voglio sembrare di quelli che ce l'hanno contro lo studio, contro la riflessione, contro le medaglie e i titoli di laurea...eppure non sopporto quelli che parlano, parlano, parlano... sanno solo parlare! ma non sudano, non si sporcano le mani... In altre parole, sono disincarnati.

L'Incarnazione è il principio cristiano che deve guidare e sostenere lo studio, il nostro lavoro, la nostra produzione,... a servizio di Dio, del mondo e dell'uomo! In-carnarsi fu la scelta del Figlio di Dio. In-carnarsi ha a che fare con la carne di Cristo e il sangue di Cristo, proprio come insegna il Vangelo di oggi. Forse era questa l'idea che ispirò la Chiesa italiana degli anni 70 a lanciare slogan come "Evangelizzazione e promozione umana", "Evangelizzazione e sacramenti". Del resto, anche Gesù scelse di non insegnare e predicare soltanto, come facevano i rabbini del suo tempo e i maestri della Legge. Gesù operava… diceva e faceva, guariva le persone, Gesù condivideva la vita con gli amici, Gesù serviva i poveri, Gesù lavava i piedi ai discepoli...Il Signore non era un intellettuale ozioso, il Signore era un uomo completo, talmente completo da non potersi identificare in nessuna categoria né umana, né professionale.  Dunque, non basta ascoltare gli insegnamenti di Gesù; è necessario vivere come Lui è vissuto; è necessario fare le stesse scelte; è necessario assumere gli stessi atteggiamenti nelle situazioni analoghe. Inutile obbiettare: "Ma Lui era il Signore, Lui era Dio, io non sono Dio!". I santi hanno capito che si crede non solo a parole, si predica non solo a colpi di proclami e di frasi ad effetto... I santi sono persone come noi...ma con un po' più di coraggio. Hanno incontrato il PANE DI VITA e lo hanno mangiato… nella loro vita non hanno aspettato che il pane divenisse duro… lo hanno mangiato prima.

News14 agosto 2018 Letto 58 volte
Dov'è il Figlio c'è anche la Madre... dove è la Madre ci saremo un giorno anche noi.
“ Nel mistero dell’assunzione si esprime la fede della Chiesa, secondo la quale Maria è unita da uno stretto ed indissolubile vincolo a Cristo, perché, se madre-vergine era a lui singolarmente unita nella sua prima venuta, per la sua continuata cooperazione con lui lo sarà anche in attesa della seconda…[...] Maria, serva del Signore, ha parte in questo Regno del Figlio. La gloria di servire non cessa di essere la sua esaltazione regale: assunta in cielo, ella non termina quel suo servizio salvifico, in cui si esprime l mediazione materna, fino al perpetuo coronamento degli eletti. Così nella sua assunzione al cielo, Maria è come avvolta da tutta la realtà della comunione dei santi, e la stessa sua unione col Figlio nella gloria è tutta protesa verso la definitiva pienezza del Regno, quando ‘Dio sarà tutto in tutti’. ” Redemptoris Mater di Giovanni Paolo II L'odierna festività chiude il ciclo delle tre grandi celebrazioni liturgiche che riguardano la Santa Vergine Maria, nelle quali si sintetizza il suo 'ruolo' nella Storia della salvezza: l'Immacolata, l'Annunciazione, l'Assunzione. Sono 'momenti' significativi, che la Chiesa esalta e canta, anche come momenti iconici della vita cristiana. Una prima riflessione. L'Immacolata e l'Assunta fanno inclusione. Sono come un mistico prezioso anello che incastona il fulgore della gemma preziosissima: l'Annunciazione del Verbo che si fa carne nel seno purissimo di Maria. L'Immacolata celebra l'intatta, creaturale bellezza di Maria, la "Panaghia", la "Tutta santa", la "Tota Pulchra", mai sfiorata dal peccato. L'Assunta celebra la perfezione assoluta di quella bellezza, raggiunta attraverso il cammino esistenziale della fede obbediente a Dio. Nell’Annunciazione Maria con il perfetto "Sì" della fede obbediente sotto l'onnipotente azione dello Spirito Santo, ha potuto offrire nel suo grembo la carne umana al Figlio di Dio nella sua discesa redentrice nella storia dell'umanità (e del cosmo), divenendo la Madre di Dio, la "Theotokos"! Ma in queste tappe esistenziali di Maria possiamo leggere in filigrana anche la nostra storia. Nell'Immacolata infatti possiamo intravederne la prima pagina: nel divino disegno creaturale l’uomo avrebbe dovuto avere l'intatta freschezza dell'Immacolata. Quel disegno, compromesso, ma non distrutto dal peccato, è stato faticosamente ricomposto sulla croce dal Verbo incarnato e restituito alla libera accettazione dell'uomo nella fede obbediente. Così, mentre nell'Immacolata intravediamo quale avremmo dovuto essere nel piano creaturale di Dio, nell’Assunta, nella quale la nostra ritrovata integrità rifulge nella sua definitiva immutabile pienezza, contempliamo ciò che siamo chiamati a raggiungere nella fede della sequela pasquale di Cristo Signore e nell'obbedienza alla sua Parola, al termine del nostro cammino esistenziale sulla terra. Maria cosi a buon diritto è detta icona escatologica della Chiesa, la quale nelle celebrazioni liturgiche a Lei dedicate, attualizza quella che è chiamata a diventare quando si trasmuterà nella Gerusalemme celeste, suo destino e meta, mentre da voce alla inespressa nostalgia di quello che l'umanità avrebbe dovuto essere nel piano di Dio se non ci fosse stato il peccato... In quest'ottica diamo un rapido sguardo alle Letture della odierna celebrazione eucaristica. La 1^ Lettura tratta dal capitolo 12 della Apocalisse, è una splendida profezia simbolica: "Nel cielo apparve una segno grandioso: una Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul capo." Questa Donna che sta per dare alla luce un Figlio, è insidiata da un dragone, il serpente della Genesi il seduttore della donna, la quale a sua volta indusse al peccato Adamo, quel peccato che secondo la lettera ai Romani (8,21s) ha avuto tragica ripercussione sul cosmo intero, perché coinvolto nella sorte dell’uomo, suo vertice. La profezia della Genesi (3,15) annunciava l'insidia di quel serpente che avrebbe perseguitato la discendenza della donna. L'Apocalisse vede in atto quell'insidia alla quale fa Donna sfugge perché salvata da Dio. II cosmo, ormai riscattato dalla redenzione pasquale dell'uomo, riveste della sua bellezza la Donna che da alla luce un Figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni, perché il suo luogo è lo stesso trono di Dio: è Gesù Cristo. Questa Donna chiaramente 'simbolica, vincitrice del serpente antico, nell'interpretazione dei Padri è il simbolo del popolo santo dei tempi messianici, quindi della Chiesa, ma anche di Maria, la Madre del Redentore, che schiaccia la testa del drago con la vittoria pasquale del Figlio. Nella Liturgia odierna l'Assunta è quella Donna definitivamente vittoriosa. È Lei che viene cantata nel Salmo responsoriale, Lei Regina che sta alla destra del Re, suo Figlio, nello splendore delle sue vesti di Sposa. Nella II^ Lettura Paolo dopo l'affermazione fondamentale della risurrezione di Cristo, con estrema chiarezza afferma che nella sua risurrezione saranno coinvolti tutti gli uomini, come il primo Adamo li ha tutti coinvolti nella morte, conseguenza del peccato. La fede della Chiesa, maturata attraverso secoli di riflessione, alla luce dello Spirito promesso dal Signore quale guida che avrebbe gradatamente introdotto "in tutta la Verità" (Gv 16,13), è approdata (nel 1950) alla dichiarazione del dogma della Assunzione in cielo della B.V. Maria, prima redenta e pertanto prima partecipe della risurrezione del Figlio, dopo averlo 'seguito' nel suo momentaneo passaggio attraverso la morte. È come il frutto per eccellenza della Pasqua di Cristo, nel suo ritorno al Padre e del dono della Vita nuova nello Spirito. Infine nel vangelo di Luca l’esplosione dell'esultanza del 'magnificat' di Maria, nella quale l'attualizzazione liturgica coinvolge la Chiesa e in essa ogni assemblea della celebrazione eucaristica odierna. "La mia anima esulta nel Signore… grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente! Veramente grandi cose si sono realizzate in te, Maria, ma non soltanto in te, perché in ogni uomo redento già vanno compiendosi le meraviglie frutto della Pasqua del Signore. Mentre in Te, Maria, oggi le contempliamo già compiutamente realizzate, sono per noi garanzia dello stesso pieno compimento che un giorno sarà nostro nella Gerusalemme del cielo.
News14 agosto 2018 Letto 48 volte
Un Pane donato... un pane da donare!
 

Il pane non è solamente alimento che nutre e che appaga la nostra fame fisica, ma si qualifica anche come elemento di forza e di determinazione. Ogni volta che se ne mangia si riacquista infatti vigore e necessaria tenacia, si recuperano le forze eventualmente disperse nel lavoro precedente e ci si immette nella novità delle varie iniziative. Il pane in un certo qual modo nei suoi enzimi e carboidrati dona un sostegno che va ben oltre la fame fisica. Il pane vivo disceso dal cielo che è Gesù si presenta oggi come alimento di sostegno di forza per tutti e noi siamo incoraggiati a nutrircene appunto per vincere le nostre difficoltà e far fronte ai nostri problemi.
Agli scoraggiamenti siamo soggetti tutti quanti, qualsiasi attività svolgiamo e qualunque sia la nostra posizione. Anche le persone più coraggiose e solitamente determinate ed efficienti non di rado affrontano demoralizzanti esperienze di crisi e di abbattimento, soprattutto quando i risultati non sono proporzionati alle fatiche e quando i meriti sono ricambiati con umiliazioni e deprezzamenti. In casi come questi ci si deprime e si vorrebbe farla finita e piantare tutto in asso.
Se tuttavia lo scoramento sorprende tutti, coloro che sono depositari del mandato della Parola del Signore ne sono maggiormente esposti. Vescovi, sacerdoti, operatori pastorali e missionari impegnati nell'annuncio del Verbo di Dio subiscono infatti non poche contrarietà e opposizioni nel loro servizio e ben pochi sono convinti di quanto sia necessario che vadano sostenuti e incoraggiati costantemente. Un'espressione o una parola di conforto è sempre risolutiva perché il nostro ministero sia qualitativamente proficuo e produttivo; il sostegno dei parrocchiani contribuisce non poco a rianimare il sacerdote nelle immancabili occasioni di sconforto e di insuccesso pastorale. La preghiera e l'assistenza spirituale contribuisce poi ulteriormente ad eludere le tentazioni alla resa e i sentimenti di sconfitta e lo Spirito Santo, quando pregato con fede viva e profonda, non manca mai di recuperarci nella parresia apostolica e nello slancio missionario. Quando ci si scoraggia è sempre di ausilio una sola parola di conforto da parte degli altri, ma non si deve abbandonare la fiducia risoluta in Dio. Così il Signore sostiene Elia quando questi, dopo essere sfuggito all'ira della regina Gezabele per aver ucciso oltre 450 profeti di Baal, si abbandona allo sconforto, si contrista per non aver ottenuto meritate ricompense per il suo successo e viene catturato dalla sfiducia e dall'abbattimento. Dice infatti: Signore, prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri. Dio risponde semplicemente rifocillandolo e il pane con cui lo nutre gli ricupera la forza fisica, morale e spirituale. Riacquista cioè serenità e fiducia in se stesso quanto basta per poter andare avanti nel cammino. Nel pane materiale di cui il profeta si nutre vi è anche l'alimento di sostegno del Signore, il costitutivo del coraggio e della perseveranza, l'imput ad andare oltre e a perseverare. Il pane vivo che da' forza e vigore a chi lo assume con fede.
La scorsa Domenica riflettevamo su come Cristo stesso sia il pane vivo disceso dal cielo e mangiare di lui è appunto occasione per vincere ogni forma di scoramento e di abbattimento. Gesù ci sostiene nella lotta e nelle prova è sempre con noi e nell'Eucarestia ci si propone come farmaco di immoralità e alimento di costanza e di fortezza.
Come Elia fu nutrito dal pane che Dio gli provvide, così noi siamo nutriti e sostenuti da Gesù pane vivo disceso dal cielo. Non è possibile però dissociare il pane dalla Parola, come del resto abbiamo evinto nelle liturgie precedenti: il popolo di oltre cinquemila persone che venne sfamato sull'erba del prato era stato innanzitutto affascinato dalla parola divina che scaturiva dalle labbra di Gesù: si era nutrito della Parola ed era stato saziato con il pane materiale, indicando entrambe le cose che Gesù Cristo è sia l'una che l'altro. Gesù è il vero pane perché è la Parola Incarnata di verità e la fede ci invita ad immedesimarci in ambedue gli aspetti che ci vengono proposti. Nessuno viene a me se non lo attira il Padre, poiché chi possiede il Figlio possiede anche il Padre e Gesù è di fatto il Figlio di Dio fatto uomo, la sua Parola che si è incarnata. E che si è fatta nostro alimento. Mi sovviene una battuta spiritosa in un vecchio film di Totò, nel quale in una manifestazione di protesta gli scioperanti invocavano pane e lavoro. Totò disse: Mah io mi accontenterei solo del pane. In realtà come non si può dissociare il pane dal lavoro, così non è ammissibile disgiungere il pane vivo disceso dal Cielo dalla Parola che esso stesso contiene e ci comunica e per ciò stesso dalla verità. Del resto è pur vero che nell'esperienza eucaristica siamo introdotti per mezzo del Figlio alla comunione con il Padre nello Spirito Santo. Il pane vivo ci dischiude l'accesso al Padre, unico che possa farci conoscere il Figlio e questi nella comunione con lui ci fa dimorare. Alimentarci del pane eucaristico è quindi anche preambolo di piena in Dio, soprattutto nel Dio della comunione trinitaria Padre, Figlio e Spirito alla quale per l'appunto siamo costantemente invitati. La stessa comunione che si dispiega di conseguenza nei confronti dei fratelli e di tutti perché la nostra adesione sia davvero efficiente.  Nutriamoci del pane che è Gesù ma poniamoci innanzitutto in ascolto di lui facendo nostro il suo messaggio vitale, affinché il nutrimento che da questo pane traiamo possa essere apportatore di costanza e di coraggio in tutte le prove della vita. Gesù infatti ci accompagna e ci sostiene quale alimento che si dona per noi, ma anche come Verbo attraverso il quale nello Spirito Santo si approda ai lidi certi della vita piena.

News3 luglio 2018 Letto 86 volte
domenica 1 luglio 2018
Domenica 1 luglio 2018 il Gruppo dei Catechisti della nostra comunità parrocchiale ha vissuto un momento importante e gioioso. Ospiti della casa di Anna Bassu, nella pineta marina de Is Arenas, ci siamo ritrovati per verificare il percorso catechistico appena concluso e per programmare il nuovo anno. Alcune ore per analizzare in spirito fraterno e comunionale il cammino svolto coi ragazzi e con la comunità e la celebrazione eucaristica domenicale. Abbiamo pregato, riflettuto e analizzato le varie dinamiche spirituali e di accompagnamento che hanno caratterizzato l'anno catechistico. Abbiamo poi ascoltato la Parola e celebrato la Santa Eucaristia. In conclusione ci siamo trattenuti fraternamente con un Agape fraterna, gioiosa e saporita: segno concreto di amore e di vicinanza ministeriale. Mentre ringrazio tutti per la collaborazione generosa e intelligente auguro un'estate ricca di riposo e di serenità. Arrivederci a settembre per un nuovo cammino di accompagnamento catechistico e di fraterna crescita spirituale.
 
il vostro prete don Tonino
[ 1 ]  2   3  >>
Copyright © 2011 Parrocchia San Giuseppe Lavoratore - TharrosNet © 2011