ARCIDIOCESI di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

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Articoli
News7 ottobre 2019 Letto 31 volte
vangelo XXVII domenica del tempo Ordinario
SERVI INUTILI o SEMPLICEMENTE SERVI?  

Per una volta partiamo dalle ultime parole del vangelo di questa domenica. Anche nella nuova edizione del Lezionario, approvato dai vescovi italiani della CEI, si è voluto conservare la traduzione tradizionale siamo servi inutili che rende, letteralmente, il testo latino servi inutiles sumus. Con questo significato il messaggio evangelico dovrebbe avere un valore quasi negativo: chi è servo (o anche chi semplicemente svolge un servizio) anche quando ha fatto lodevolmente (e in modo completo) ciò che gli è stato ordinato di compiere, dovrebbe sempre avere chiara la percezione che non è servito a nulla. Nella maggior parte dei dizionari italiani e latini il termine inutile è esattamente colui che è servito a nulla. Che non dà alcuna utilità o vantaggio. Un oggetto (esempio un utensile) diventa inutile quando ormai è inservibile perché guasto o per altri motivi; ci sono stragi e massacri inutili (es. quelli della guerra) quando non rechino alcuna utilità per la condotta delle operazioni e per la soluzione del conflitto. Riferito a una persona, sottolinea il ruolo di chi è di nessuna utilità per il suo ambiente o per la società; talvolta in italiano assume una sfumatura che lo avvicina al termine superfluo oppure inefficace, cioè che non produce il risultato voluto o sperato, che rimane senza effetto. Anche l’avverbio inutilménte, conserva lo stesso significato: senza alcuna utilità, senza risultato: es. spendere inutilmente il proprio denaro; il loro lavoro non può essere apprezzato, quindi non ha alcun valore. Credo che, nel caso delle parole di Gesù, questo tipo di traduzione invece di farci capire il vero insegnamento che voleva insegnare il Maestro ai suoi discepoli, ci allontani dal cuore del brano evangelico. La Parabola di Gesù infatti parla volutamente di servizio fatto con impegno: i servi del vangelo hanno eseguito alla perfezione ciò che il loro padrone aveva comandato.  E siccome hanno agito fino in fondo per ubbidire al loro padrone, pare perlomeno strano che questi non valuti per nulla il loro operato. In altre parabole il padrone fedele è lodato, i servi hanno ricevuto la giusta ricompensa, anzi di solito vengono ripagati generosamente (cfr. i lavoratori dell’ultima ora). Come mai questa volta l’impegno, la fatica, il senso del dovere non ottiene gratitudine e ricompensa nel cuore di Gesù? Credo che bisognerebbe fare un passo più profondo. Il servizio, e anche il ministero, si deve esercitare fino in fondo non per cambiare lo stato sociale, per avanzare in grado, per migliorare, per guadagnare, occorre fare e basta. Fare tutto… tanto per farlo. Chi serve, serve non è per ottenere le grazie del padrone, per accrescere il suo prestigio; occorre fare, e fare tutto semplicemente perché il padrone ce lo ha chiesto, questo significa avere la piena e limpida coscienza di avere fatto semplicemente il nostro dovere (non nel senso del diritto o del sindacato) ma per amore del Padrone. Un po’ come ha fatto Gesù che si è messo a nostro servizio non perché Dio un giorno gli possa dire grazie, ma solo per indicarci l’unica via della nostra personale realizzazione, cioè la nostra salvezza. Ci ha dato l’esempio. Così tutti i discepoli: una volta che abbiamo fatto tutto e solo ciò che Dio e la coscienza ci hanno chiesto, dovremmo con gioia poter dire siamo solo servi… Abbiamo fatto ciò che ci è stato richiesto… non ci attendiamo nulla… ma siamo felice di aver servito Dio e i fratelli.

 
News16 settembre 2019 Letto 51 volte
mons. Mario Carrus Ŕ tornato alla Casa del Padre
Domenica 15 settembre 2019, memoria della Vergine Addolorata, dopo una breve e intensa malattia, si è spento nella casa di accoglienza Sant’Ignazio, a Villanova Truschedu,

Mons. Mario Franco Carrus,

Arciprete del Capitolo Metropolitano.

 

Don Mario era nato a Oristano l’11 settembre 1936; dopo gli studi ginnasiali nel Seminario Arcivescovile e quelli liceali e di teologia a Cuglieri, dove conseguì la Licenza in Teologia dogmatica, venne ordinato sacerdote in Cattedrale il 9 luglio 1961 da mons. Sebastiano Fraghì; a soli 26 anni divenne Arciprete-Parroco e Vicario foraneo di Santa Giusta, incarichi che svolse con impegno e zelo fino al 1988 allorquando mons. Pier Giuliano Tiddia lo volle come suo Vicario Generale. Fin da giovane prete ricoprì importanti incarichi pastorali: animatore in Seminario, assistente diocesano della Gioventù Fem. e degli Adulti di AC; mons. Spanedda lo chiamò a dirigere l’Economato diocesano e poi lo nominò Canonico onorario nel 1978. Divenuto canonico effettivo nel 1988, nel 2004, fu eletto Arciprete del medesimo Capitolo. Preziosa la sua opera nella preparazione e nella celebrazione del Concilio Plenario Sardo; la Santa Sede lo promosse Protonotario Apostolico Soprannumerario. Mons. Carrus, in spirito di servizio e per amore alla chiesa arborense, è sempre stato disponibile prestando la sua intelligente opera sia nella predicazione sia nel governo della diocesi, con ben 4 arcivescovi. Ha collaborato per tanti anni prima nella nostra Parrocchia di San Giuseppe lavoratore, poi in quella di Sant'Efisio martire fino a poche settimane fa.

La nostra Comunità parrocchiale si unisce con affetto al dolore dell’Arcivescovo, del Presbiterio arborense, e dei familiari.

Grazie carissimo monsignore per tutto ciò che hai fatto e sei stato nella nostra comunità.

R.I.P.

 

 

 

News13 settembre 2019 Letto 71 volte
preparazione comunitaria e appuntamenti in vista del nuovo anno parrocchiale e diocesano
L'estate si sta rapidamente esaurendo e noi tutti, carissimi fratelli e sorelle, ci prepariamo a riprendere i ritmi ordinari della vita spirituale, come parrocchia e come comunità diocesana.
Prima di inaugurare il nuovo anno pastorale vi invito a prendere visione dei prossimi appuntamenti:
 
VENERDI' 13 settembre dalle 20 alle 21,30:
RIUNIONE DEI CONSIGLI PARROCCHIALI Pastorale e per gli Affari Economici.
(L'incontro si terrà nella Sala Cenacolo).
Seguiremo quest' Ordine del giorno:
1. Programmazione Anno "giuseppino", in vista della celebrazione del XX anniversario della Dedicazione della nostra Chiesa Parrocchiale.
2. Avvio anno catechistico.
3. Rilancio Caritas Parrocchiale.
4. Vari ed eventuali.
 
VENERDI' 20 settembre (ore 18-20):
Incontro diocesano dei catechisti con il vescovo.
Auditorium San Domenico.

SABATO 5 e DOMENICA 6 ottobre: (cfr programma)
CONVEGNO DIOCESANO DEI CATECHISTI 
Parrocchia San Giovanni evangelista.
 
 
News7 settembre 2019 Letto 48 volte
dom Luigi Emanuele Tiana, 58 anni, Ŕ nativo di Cabras
 AUGURI CARISSIMO padre ABATE 

 

Il monaco benedettino dom Luigi Emanuele Tiana, originario di Cabras, è stato eletto Nuovo Abate del monastero di San Pietro di Sorres. Un incarico prestigioso per il monastero maschile più importante della Sardegna, un punto di riferimento per la spiritualità e la liturgia delle Chiese sarde. Dom Luigi Emanuele è stato priore a Subiaco e Procuratore Generale della Congregazione Sublacense-Cassinese. Un grande ritorno per questo figlio della Sardegna eletto dalla piccola comunità benedettina di Sorres. Tra qualche settimana dom LUIGI riceverà la solenne benedizione abbaziale e verrà immesso come guida del monastero del Meilogu.

 

News15 agosto 2019 Letto 49 volte
una profonda riflessione di 50 anni fa
 

FESTIVITÀ DELL’ASSUNTA

OMELIA DI PAOLO VI

Venerdì, 15 agosto 1969

 

Questo incontro, questo momento di unità spirituale, non è fine a se stesso, giacché pone sulle labbra di tutti la domanda: perché siamo qui? che cosa vogliamo fare questa mattina? Desideriamo tutti rivolgere un pensiero, un atto di omaggio e di devozione particolare a Maria Santissima, per onorare il mistero della sua Assunzione al Cielo.

È una cosa tanto bella che esige una certa tensione di spirito. Allorché celebriamo le feste della Madonna, notiamo come le pagine del Vangelo ci fanno vedere e sentire Maria più vicina a noi. Si tratta di incontri familiari: ad esempio l’Annunciazione, la Nascita del Signore, la visita ad Elisabetta (ricordato proprio nel Vangelo di questo giorno), che rendono facile la nostra conversazione con la Madre di Dio, una conversazione che si svolge con linguaggio umano. Ne è conferma l’«Ave Maria», poiché Ella è nostra, nostra sorella nella umanità.

L’EPILOGO MERAVIGLIOSO D’UNA VITA ECCELSA

I vari misteri della Madonna, anche quelli dolorosi, sono quadri di vita ai quali ci è facile accedere almeno in parte, pur rimanendo noi sempre attoniti di fronte alla loro grandezza e sublimità. Ma il ricordo degli ultimi punti del Santo Rosario: l’Assunzione e la Gloria di Maria, invece, ce la portano lontano. La Madonna esce dalla ,sfera della nostra vita umana; sale, scompare, entra in quell’al di là che conosciamo solo per fede ed anche per una certa intuizione in fondo al nostro spirito, predisposto a tale avvenire meraviglioso. Intuiamo qualche cosa di questo al di là, ma ci manca ogni esperienza. Allora bisogna affidarsi alla immaginazione; bisogna rendere superlativi ed assoluti i termini da noi usati nel linguaggio terreno, temporale, per figurarci in piccola dimensione l’eterno.

Oggi noi celebriamo proprio l’al di là della Madonna, e possiamo considerarlo in due momenti: l’istante della sua resurrezione e quello della sua «entrata» e dimora nel Paradiso, che durerà per tutti i secoli nella gloria del Signore.

Che cosa stiamo guardando?

L’epilogo della storia di Maria. Ci sarebbe più facile trovarne le ragioni che dirne l’essenza: Maria era senza macchia di peccato: il peccato è la causa della morte e quindi è chiaro che la Madonna non doveva subire la pena della morte anche se Ella ne ha subito la sorte: la «dormitio Virginis», come si dice nell’antica liturgia, specialmente in quella orientale. Ma poi quelle membra santissime, innocenti, ,si sono rianimate: hanno ripreso una vita nuova, leggera, trasparente, trasfigurante, e la Madonna è passata da questo nostro piano di vita temporale, terrena, a quell’altro per cui noi restiamo senza parole. Guardiamo, però, e siamo abbagliati, come quando si guarda il sole e ,si vede che è sorgente di luce e vince la forza della nostra capacità visiva. Restiamo confusi a tanta luce e allora avviene il fatto comune di quando si guarda la luce: si accende un lume: il primo sguardo è al lume, il secondo alle cose circostanti che ne sono illuminate. Così avviene nella celebrazione del mistero dell’Assunzione : vediamo Maria diventare una stella del Cielo: la stella più bella; diventare, dice sempre la Scrittura adattata alla figura della Vergine, splendida come il sole, bella come la luna, cioè un astro che illumina l’universo, il nostro panorama terreno.

I PERFETTI RAGGI D’UN GRANDE SOLE

E quale luce ci dà in modo speciale questo mistero di Maria?

Ce ne dà molte, di luci. Ma quella che ci sembra specifica, essenziale, caratteristica è che ci ricorda che la sorte di Maria sarà la nostra; che anche noi siamo dei «resurrecturi», siamo vite che il Signore così ha creato da rendere immortali, da destinare a una vita che trapassa i confini del tempo e gli anni trascorsi quaggiù, così labili, così fugaci, così logoranti, per darci, invece, una vita piena, perfetta, santa e soprattutto, fuori del tempo: non ha orologio, limiti, non ha calendario, non si esaurisce nella sua durata, ma resta assorbita nella sempre fresca, viva, nuova visione di Dio; è la vita eterna. La Madonna ha avuto il privilegio di anticipare questa sorte e di goderla in una pienezza, in una perfezione che noi non raggiungeremo, sia pure se noi avremo la stessa sorte, cioé di riprendere dopo la lunga stagione del nostro sonno nel sepolcro questa nostra stessa carne, queste stesse nostre membra, la nostra stessa persona fisica nel tempo.

Vorremmo domandare, alla luce di tali verità, che il Credo ci fa ripetere ogni giorno - . . . carnis resurrectionem, vitam aeternam - se siamo veramente convinti che sarà così; se siamo sicuri, se crediamo e avvertiamo la meraviglia stupenda che tale verità colloca nella nostra maniera di valutare l’esistenza presente, la quale ha sì una importanza grandissima, ma è fugace, effimera e destinata all’altra esistenza, quella garantita dalla parola del Signore e della quale, nell’odierna festa, abbiamo splendida conferma.

LA VITA UMANA È DESTINATA ALLA BEATITUDINE

Come la gente comune, come noi cristiani, valutiamo il destino a noi preparato? Naturalmente ci crediamo, magari in penombra, per sentimento ed abitudine, magari perché sarebbe troppo doloroso il pensare che tutto diventi cenere e sia distrutto dopo la morte. Tuttavia, appunto perché cristiani, e possessori di questa fede nella resurrezione dei corpi e nell’immortalità dell’anima, vogliamo domandarci, oggi, se tale realtà è presente sia per la indicibile consolazione che offre, sia per la -dignità altissima e l’importanza senza paragone che essa imprime all’esistenza umana. Per siffatta realtà la Chiesa è così gelosa nella difesa della vita che nasce, della vita sofferente, della vita che muore. Tutto concorre ad un atto che Iddio compie per l’eternità, e perciò la dignità della vita umana diviene qualificata con statura incommensurabile, bellissima, grandissima. È la sorte di beatitudine che esige da tutti vicendevole amore.

Una seconda domanda, più pratica ma non meno importante: che rapporto c’è tra la vita presente e quella futura? le cose avvengono automaticamente? si nasce cioè, si muore e un giorno si risorgerà tranquillamente, siccome fatti naturali, insopprimibili? No. Esistono condizioni precise. La resurrezione esige il presupposto, da parte nostra, di essere buoni, veri cristiani, di conoscere la sorte d’essere veramente inseriti nella sorgente della vita che è Cristo, di essere sin da ora attratti e compaginati nella sua misteriosa esistenza. Cristo è la vita: non vi sono su ciò dubbi o riserve; noi dobbiamo essere cristiani, dobbiamo essere uniti a Cristo, giacché se vogliamo davvero che il prodigio della sua vita risorta sia pure nostro, dobbiamo agire in modo di credere ed operare secondo la unione indispensabile con Lui. È la cosa più importante del nostro tempo presente: o cristiani, o falliti; e il fallimento sarebbe di una portata incalcolabile, Dio mio!, perché eterno.

SE UNITI A CRISTO ASCENDEREMO CON LA MADRE CELESTE

Ed ecco che la Madonna, con la sua Assunzione al Cielo, ci garantisce la possibilità di ascendere anche noi, se siamo, come Lei, uniti al Cristo. Con tanta Madre, la distanza fra noi e Cristo è abbreviata, annullata; e il Signore ci viene incontro e ci ripete «Mangia di questo Pane e avrai la vita eterna». In tal modo si raggiunge l’immortalità, cioè l’inserimento della vita nuova nella nostra povera giornata terrena, che da sé sarebbe enigmatica e forse tormentata e inghiottita dal dubbio. Siamo esseri mortali che devono rinunciare al grande sogno della vita perfetta e della vita eterna? No, di certo. Il Signore ci dice: Io ti prometto, se tu credi, se rimani unito a me, se accetti di vivere così, che la tua vita sarà un giorno come quella della Madonna: nella unione eterna con Cristo SI da formare con Lui quella luminosa società ed unità del Corpo Mistico, che è il segreto dell’intera creazione, e d’ogni opera di bontà del genio cristiano.

Celebriamo perciò l’odierna festa nella fede della vita eterna, cercando di raggiungere le supreme conseguenze di tale fede.

Se sono eterno, come devo vivere? e basta forse pensare a tale eternità, quasi che essa annulli i valori, gli interessi della vita vissuta nel tempo? Affatto. Tanto più noi abbiamo la fiducia, la sicurezza, il dovere di raggiungere la vita eterna, tanto maggiore è l’obbligo di vivere bene là dove il Signore ci ha posti; di impegnare le nostre facoltà, di ben trafficare, come ci insegna il Vangelo, i talenti datici da Dio per accumulare un vero capitale assicuratoci nella vita eterna.

E il fatto che la Madonna, dall’alto del suo seggio di gloria, ci tende le braccia fa sì che noi sentiamo ancor meglio l’invito, e la certezza della sua protezione, l’esempio e il flusso della sua intercessione. Ella viene sempre in nostro soccorso.

È bello vivere, con questa agilità e levitazione spirituale, la vita presente: i dolori, le fatiche, le delusioni, i pesi, le responsabilità cambiano di gravità; e invece di essere ostacoli diventano i gradini per raggiungere il traguardo, la vetta a cui siamo indirizzati.

Che la Madonna ci aiuti: confidiamo in Lei. La visione, la realtà del suo mistero illumini la nostra vita di speranza, di gaudio anticipato, di forza morale, di gioia cristiana; e ripetiamo così con Lei; quanto è grande il Signore! Magnificat anima mea Dominum. Perché Egli ha fatto cose grandi a Maria e anche a noi che siamo, per divina adozione, fratelli di Cristo e fratelli, nella umanità, di Maria Santissima.

 

News21 luglio 2019 Letto 82 volte
Marta e Maria due facce di una stessa medaglia: il vero discepolo

 

 

 

Il vangelo di questa domenica ci racconta la visita di Gesù a casa di Lazzaro e delle sorelle Marta e Maria. Una casa amica: un luogo spesso cercato da Gesù. Ha bisogno di trovare i suoi amici più cari. Gesù dice a Marta: "Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta!" Lungo i secoli, molte volte queste parole sono state interpretate come se fosse una conferma da parte di Gesù del fatto che la vita contemplativa nascosta nei monasteri è migliore e più sublime della vita attiva di coloro che si adoperano nel campo dell'evangelizzazione. Questo modo di leggere mi sembra poco corretto; mi pare molto superficiale, manca di fondamento nel testo. Per capire il significato di queste parole di Gesù (e di qualsiasi parola) è importante sempre prendere in considerazione il contesto, in questo caso sia il contesto del vangelo di Luca sia quello più ampio dell'opera lucana: il Vangelo e gli Atti degli Apostoli. Prima di verificare il contesto più ampio degli Atti degli Apostoli, cerchiamo di gettare uno sguardo al testo in sé e di vedere come è collocato nel contesto immediato. Dovremo riuscire a sentirci anche noi nella casa di Betania, in quell’ambiente familiare che Gesù amava tanto. Col versetto 51 del capitolo 9 Luca ci descrive la seconda tappa dell'attività apostolica di Gesù, il lungo viaggio dalla Galilea fino a Gerusalemme. All'inizio del viaggio, Gesù esce dal territorio di Giudea ed entra nelle terre dei samaritani. Pur essendo mal ricevuto dai samaritani, continua nel loro territorio e perfino corregge i discepoli che pensano in modo diverso. Nel rispondere a coloro che chiedono di seguirlo, Gesù esplicita il significato di quanto accaduto, ed indica loro le esigenze della missione. Poi Gesù designa altri settantadue discepoli per andare in missione davanti a lui. L'invio dei dodici era per il mondo dei giudei. L'invio dei settantadue è per il mondo dei pagani. Terminata la missione, Gesù e i discepoli si riuniscono e valutano la missione; i discepoli raccontano le molte attività svolte, Gesù assicura i discepoli sulla speranza che i loro nomi sono scritti nel cielo. Dopo viene il nostro testo che descrive la visita di Gesù a casa di Marta e Maria. Luca non specifica dove si trova il villaggio di Marta e Maria, ma nel contesto geografico del suo vangelo, sappiamo che il villaggio si trova in Samaria. Dal Vangelo di Giovanni sappiamo che Marta e Maria abitavano a Betania, un villaggio vicino a Gerusalemme. Giovanni ci dice inoltre che avevano un fratello di nome Lazzaro. L'entrata nel villaggio e nella casa di Marta e Maria è una tappa in più di questa lunga camminata fino a Gerusalemme e fa parte della realizzazione della missione di Gesù. A Betania ecco dunque è preparata una cena, una cena normale in casa, in famiglia. Mentre alcuni parlano, altri preparano il cibo. I due compiti sono importanti e necessari, i due si complimentano, soprattutto quando si tratta di accogliere qualcuno che viene da fuori. Nell'affermare che "Marta era tutta presa dai molti servizi" (diaconia), Luca evoca i settantadue discepoli anche loro occupati in molte attività del servizio missionario. Marta fattasi avanti, disse: Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. Un'altra scena familiare, eppure c’è qualcosa di strano. Marta si sta occupando da sola della preparazione del cibo, mentre Maria è seduta, e ascolta il Maestro. Marta reclama. Forse Gesù interferisce e dice qualcosa alla sorella per vedere se l'aiuta nel servizio, nella diaconia. Marta si considera una serva e pensa che il servizio di una serva è quello di preparare il cibo e che il suo servizio in cucina è più importante che quello di sua sorella che zitta, ascolta Gesù. Per Marta, ciò che fa Maria non è servizio, poiché dice: Non ti importa che mia sorella mi lasci servire da sola? Ma Marta non è l'unica serva. Anche Gesù assume il ruolo di servo, cioè di Servo annunciato dal profeta Isaia. Isaia aveva detto che il servizio principale del Servo è quello di stare davanti a Dio in ascolto di preghiera per poter scoprire una parola di conforto da portare a coloro che sono sfiduciati. Ora, Maria ha un atteggiamento di preghiera dinanzi a Gesù. La domanda che dobbiamo porci è allora; chi svolge meglio il servizio di serva: Marta o Maria? Il Signore allora rispose: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». Una bella risposta, molto umana. Per Gesù, una buona conversazione con persone amiche è importante e perfino più importante del mangiare. Gesù non è d'accordo con la preoccupazione di Marta. Lui non vuole che la preparazione del pranzo interrompa la conversazione. Ed è come se dicesse: Marta, non c'è bisogno di preparare tante cose! Basta una piccola cosa! E dopo vieni a partecipare nella conversazione, così bella! Questo io credo possa essere il primo significato, parole semplici e umane di Gesù. A Gesù piaceva parlare e conversare. E una buona conversazione con Gesù produce sempre una vera conversione. Ma nel contesto del vangelo di Luca, queste parole decisive di Gesù assumono un significato simbolico più profondo: Come Marta, anche i discepoli, durante la missione, si erano preoccupati di molte cose, ma Gesù chiarisce bene che la cosa più importante è quella di avere i nomi scritti nel cielo, cioè, essere conosciuti e amati da Dio. Gesù ripete a Marta: Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Poco prima il dottore della legge aveva ridotto i comandamenti a uno solo: "Amerai il Signore Dio tuo su tutte le cose ed il prossimo tuo come te stesso". Osservando quest’unico e migliore comandamento, la persona sarà pronta ad agire con amore, come il Buon Samaritano e non come il sacerdote ed il levita che non compiono bene il loro dovere. I molti servizi di Marta devono essere svolti a partire da questo unico servizio veramente necessario che è l’accoglienza delle persone. Questa è la migliore parte che Maria ha scelto e che non le sarà tolta. Marta si preoccupa di servire. Lei voleva essere aiutata da Maria nel servizio a tavola. Ma qual è il servizio che Dio desidera? È questa la domanda di fondo. Maria concorda maggiormente con l'atteggiamento del Servo di Dio, poiché, come il Servo, lei si trova in atteggiamento di preghiera dinanzi a Gesù. Maria non può abbandonare il suo atteggiamento di preghiera in presenza di Dio. Poiché se lo facesse, non scoprirebbe la parola di conforto da portare agli sfiduciati. Questo è il vero servizio che Dio sta chiedendo da tutti.

 

 

Non basta accogliere e servire i fratelli…… è necessario prima di tutto essere disposti ad ascoltarli. Tante volte, più che di pane e di casa… i bisognosi hanno un urgente bisogno di essere riconosciuti come fratelli. Non basta accogliere per un momento e poi fregarsene del destino di tanti che bussano alle porte e ai porti della nostra società… occorre con verità ascoltare il loro grido di giustizia e di condivisione. questo manca nei tanti politici europei che non vogliono ascoltare e soprattutto sanno SOLO demandare ad altri il dovere dell’accoglienza.

Don TOZ

News8 luglio 2019 Letto 101 volte
Le prime parole del nuovo Arcivescovo: un programma pastorale...condiviso!

PRIMA OMELIA DEL NOSTRO NUOVO ARCIVESCOVO

Mons. Roberto Carboni

 

 

Carissimi fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace!

La vostra partecipazione a questa solenne celebrazione manifesta in modo immediato e visibile che il cammino di ciascuno di noi nella Chiesa, il mio cammino come vescovo di questa Chiesa, non è solitario. Infatti, vedo qui tanti volti amici e altri che lo diventeranno.

Ringrazio i confratelli vescovi per la loro presenza Mons. Paolo Atzei, Mons. Giovanni Dettori, Mons. Mosè Marcia, Mons. Mauro Maria Morfino e gli altri vescovi della Sardegna che mi hanno manifestato la loro vicinanza e amicizia ma, a causa di impegni improrogabili nelle loro diocesi, non possono essere qui con noi.

Sono particolarmente grato al vescovo Ignazio per il servizio alla nostra Chiesa di Oristano durante i suoi anni di episcopato. La sua presenza qui, oggi, testimonia la comunione e la continuità che deve animare i diversi ministeri nella Chiesa anche nell’avvicendarsi delle persone, per riportare sempre alcentro l’essenziale, cioè l’annuncio di Gesù Cristo. Saluto i presbiteri e diaconi dell’Arcidiocesi di Oristano che sono qui con tanti cristiani provenienti dalle loro comunità. Mi accosto con rispetto a ciascuno di voi, per condividere il servizio che da tempo offrite al popolo di Dio, insieme alle preoccupazioni che pure l’accompagnano. vi invito già da ora ad approfondire il dialogo fra noi e prestare insieme ascolto allo Spirito Santo, coinvolgendo i laici, uomini e donne, per fare discernimento su come rispondere oggi a ciò che il Signore ci dice attraverso i segni dei tempi. Saluto i presbiteri, i diaconi e le comunità cristiane della Diocesi di Ales-Terralba che mi accompagnano con la loro preghiera, amicizia e sostegno: spero, con l’aiuto della Grazia di Dio, di continuare a servire quell’amata Chiesa come ho imparato a fare in questi anni. Ai presbiteri dell’una e dell’altra Diocesi chiedo di trovare insieme quei percorsi di comunione e condivisione che la Chiesa si attende da noi.

Saluto le Autorità che hanno voluto essere presenti a questa celebrazione di inizio del mio ministero episcopale nella Arcidiocesi di Oristano: il Signor Prefetto Dott. Gennaro Capo, il signor Sindaco di Oristano Dott. Andrea Lutzu, il Questore Dott.ssa Giusy Stellino, le autorità Militari, i sindaci che provengono dal territorio della Diocesi di Ales-Terralba e dalla Provincia di Oristano. Grazie a tutti!

Permettetemi di rinnovare a tutti voi il saluto di san Francesco: “Il Signore vi dia pace!”. Esso mi pare oggi particolarmente adatto, sia per rendere omaggio al Serafico Padre san Francesco che mi ha insegnato l’amore alla Chiesa e al popolo di Dio, sia perché in esso il protagonista è il Signore Gesù. Egli, nel presentarsi ai discepoli dopo la Sua Resurrezione offre la “Sua pace”, cioè quell’atteggiamento del cuore in cui il dialogo con Dio, con i fratelli, con il mondo si trasforma in stile di accoglienza e amore. La nostra vocazione comune trova qui il suo significato più profondo: farsi messaggeri di questa pace, dato che in modo speciale oggi – nel nostro mondo segnato dalla violenza e dalla divisione – ne abbiamo maggior bisogno: nelle nostre famiglie, dentro la società, nella comunità ecclesiale, nelle comunità religiose e nella stessa comunità presbiterale.

Nel perìodo che ha accompagnato la mia preparazione a questo momento solenne, ho riflettuto spesso sul ministero episcopale e sull’atteggiamento con cui accogliere questo nuovo servizio che il Signore, attraverso la Chiesa e il Papa, mi ha chiesto. Nei dialoghi e negli auguri di tanta gente ho sentito utilizzare con affetto espressioni che certo fanno parte del linguaggio giuridico-ecclesiastico della Chiesa, ma che al tempo stesso mi sono sembrate limitate e bisognose di essere rivisitate. Ho sentito parlare di “promozione”, di “avanzamento”. Permettetemi di dire, senza voler scandalizzare nessuno, che non vedo adeguate queste parole per descrivere il Ministero episcopale. La Chiesa tre anni fa mi ha affidato la comunità cristiana della Diocesi di Ales-Terralba per amarla, servirla e guidarla e mi chiede ancora di continuare a farlo, e oggi mi affida la comunità cristiana dell’Arcidiocesi di Oristano. Parlando di Chiesa, di cristiani, di fede che tutti ci unisce, credo non siano adeguati i concetti di “piccolo e grande, più e meno, modesto e importante”. Certo la storia, la geografia, le tradizioni, i campanili hanno e avranno il loro peso, ma considero questo ministero – e invito anche voi a farlo – più nella prospettiva di un servizio all’unica comunità cristiana riunita attorno a Gesù Cristo, chiamata a testimoniarlo, piuttosto che solo in termini di strutture o di organizzazione, seppure esse siano di certa utilità.

Una seconda parola si è affacciata talvolta in questi mesi: “la presa di possesso”. Anche in questo caso siamo debitori al linguaggio giuridico e tradizionale e non ce ne scandalizziamo. Ma sappiamo bene che il servizio alla Chiesa e nella Chiesa non è una “appropriazione”, ma appunto un “servizio”. Non sono, queste, parole mie, ma del Vangelo, dove Gesù insegna ai discepoli che “potere” significa “servire”. La Chiesa, la Diocesi, non è mia, non è dei preti o religiosi o dei diaconi, non è neanche solo dei cristiani. Come non possiamo dire che qualcuno è “proprietario” della propria famiglia, sia esso il padre, la madre o i figli, così dobbiamo ricordarci che la Chiesa siamo noi e noi siamo di Cristo. Essa si costruisce nella fedeltà a Cristo e vive dell’apporto di ciascuno e ciascuno ha la sua responsabilità nel renderla ospitale oppure ostile, accogliente o distante.

La Liturgia della Parola illumina oggi questa celebrazione, indicando a ciascuno – e per primo a me come vescovo – la strada da percorrere. Il Signore ci chiama per mandarci. Nessuno di noi riceve una chiamata, la vocazione, come un titolo di gloria o una medaglia al valore. Si tratta piuttosto di una “spinta” ad uscire da noi stessi e metterci in cammino. Essere discepoli del Signore non è dunque un privilegio da coccolare e tenere “ben conservato sotto spirito”, come direbbe Papa Francesco, ma piuttosto si tratta di un dono, di un compito e di una responsabilità, oltre che di un Mistero. UN DONO: dato che nessuno può “chiamare se stesso” se non a rischio di fondare la vocazione su motivazioni umane; di UN COMPITO: poiché è una chiamata esigente, che inizia dal battesimo che tutti ci unisce, per arrivare poi alle molte vocazioni che qui oggi sono rappresentate. È pure una RESPONSABILITÀ: che mette specialmente noi ministri ordinati nell’esigenza di non usare per noi la vocazione; non “servirci” delle cose di Dio ma servire le cose di Dio.

Mi è stato chiesto quale fosse il mio “programma di lavoro” entrando nella Arcidiocesi di Oristano. Non vi sono altri programmi diversi da questo: annunziare Gesù Cristo, aiutare le persone ad incontrarLo e trasformare l’incontro con il Signore in carità verso gli altri. Fuori di questo si rischia di trasformare le nostre comunità in moltiplicatrici di attività, erogatrici di servizi, in agenzie sociali, ma forse perdendo l’essenziale: il Signore.

C’è bisogno di questo annuncio oggi, nella nostra Chiesa, nelle nostre comunità cristiane? Sebbene tutti aspiriamo alla salvezza che è fatta di pace, di amore, di giustizia, sappiamo bene che siamo anche capaci di produrre mostri, di creare violenza, negazione e rifiuto. Come cristiani dobbiamo farci annunciatori di una speranza che è fede nel Signore ma anche impegno di ciascuno. È vero che solo il Signore può salvarci dal male, ma, come dice san Paolo, noi siamo “ambasciatori di Cristo” e dobbiamo dire a noi stessi e agli altri “Lasciatevi riconciliare”.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato dice con chiarezza che nel cammino del discepolo missionario bisogna mettere in conto la croce. Se prendiamo sul serio la nostra missione sappiamo che troveremo anche persecuzioni. La croce del Signore, così difficile da accettare per ciascuno di noi, è il segno della vittoria sul male e sulla morte. La croce non è solo ascesa, neanche occasione di itinerario morale, neanche solo una semplice imitazione della croce di Gesù, ma è insieme luogo della speranza e anche della profezia. Come discepoli siamo chiamati a proclamare con la parola e con la vita che è possibile una nuova logica, che non è quella del “mondo di lupi dominati dall’aggressività”, ma di persone che riconoscono l’umanità dell’altro e il segno indelebile della figliolanza di Dio. Nell’invio del discepolo c’è una nuova logica; non quella dell’apparenza, dell’avere, ma quella dell’accoglienza, della condivisione. Non dobbiamo nasconderci che il nostro mondo non sente più bisogno di Dio. Forse tocca anche noi quel sottile pensiero che affascina anche tanti nostri giovani: “si può fare senza di Lui”, si può essere felici (forse) senza di Lui. Non siamo chiamati a lamentarci della prima “generazione incredula” come è stata chiamata, ma piuttosto a svegliarci dal sonno e stimolare in noi la domanda: siamo ancora capaci di far risplendere la bellezza della nostra vocazione cristiana, dell’incontro con Gesù Cristo, della novità portata dalla Sua presenza e Parola? La Parola di Gesù ci ricorda che la messe è abbondante ma sono pochi gli operai.

È noto che esiste un calo notevole di vocazioni al sacerdozio, sia in generale nella Chiesa come nelle nostre Diocesi. Le motivazioni sono molteplici. Fattori che si condizionano reciprocamente con un effetto a catena a cui non è facile dare risposte o soluzioni immediate.

La vocazione è certo un dono di Dio, un’ispirazione dello Spirito Santo, ma come ci insegna la Scrittura, essa ha bisogno di mediazioni per farsi strada. Si tratta di quella che Benedetto XVI, ripreso poi da Papa Francesco, chiama la logica “dell’attrazione e non del proselitismo”. Ciascuno di noi in questa prospettiva ha la propria responsabilità: i laici, la famiglia, gli educatori, i catechisti e certo anche e soprattutto i presbiteri che con la loro testimonianza di una vita donata possono dire, anche senza tante parole, che ne vale la pena, che si può amare e servire il Signore nella vocazione sacerdotale.

A conclusione di questa riflessione, dove ho toccato velocemente e condiviso con voi alcuni temi che mi stanno a cuore e che la Parola di Dio oggi ripropone, desidero ringraziare e lodare La Ss. Trinità, per i grandi doni che ha fatto alla mia vita, attraverso le tante persone che hanno segnato e attraversato il mio percorso umano e spirituale. La bontà di Dio si manifesta nella storia della salvezza, in quella universale che tutti ci accomuna, e in quella di ciascuno di noi e si realizza in persone, avvenimenti, momenti difficili e scelte ispirate dallo Spirito del Signore. Affido il mio cammino e quello della Arcidiocesi di Oristano e della Diocesi di Ales-Terralba alla Madre del Signore – la Vergine Maria – che veneriamo con il titolo di Madonna del Rimedio, Madonna Di Bonacatu e di Santa Mariaquas. È sempre la stessa Madre di Dio, colta nei suoi diversi atteggiamenti di misericordia e intercessione per noi. È Lei che rinnova l’invito per il cammino spirituale di ciascuno di noi dicendoci: “Fate quello che Egli, Gesù, vi dirà”. Amen

Cattedrale di Oristano domenica 7 luglio 2019

 
News6 luglio 2019 Letto 131 volte
Sabato scorso Ŕ stato ordinato Presbitero e oggi ha Presieduto la Sua prima Messa
Sabato 29 giugno u.s., nella Chiesa Parrocchiale di Meana Sardo
l'Arcivescovo Mons. Ignazio Sanna,
ha posto uno dei suoi ultimi atti pastorali
in qualità di Arcivescovo e Amministratore Apostolico della nostra Arcidiocesi Arborense,
ha ordinato il 17° presbitero del suo intenso governo pastorale.
Questa mattina, 6 luglio 2019, don Emanuele ha presieduto,
per la prima volta, la Solenne Celebrazione Eucaristica: chiamata Prima Messa.
 
Al novello sacerdote auguri fraterni da parte di tutta la nostra Comunità Parrocchiale.
 
 
 
News1 giugno 2019 Letto 152 volte
L'Amministratore Apostolico mons. Ignazio Sanna ha ordinato don Enrico Porcedda

 La bella e spaziosa chiesa parrocchiale di Seneghe, a stento, ha potuto accogliere la grande folla di fedeli del paese e di molte comunità della Diocesi, accorsi per la toccante Celebrazione eucaristica, presieduta da mons. Arcivescovo e concelebrata da oltre 40 presbiteri, alla presenza di molti seminaristi (del Regionale e del Minore).

Don Enrico, pur nella sua giovane età (ancora non ha compiuto 25 anni), ha mostrato emozione e serenità nell'accogliere il grandissimo dono del ministero sacerdotale che ha ricevuto per l'imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione del Nostro Pastore.

Al novello sacerdote gli auguri e le preghiera della nostra comunità parrocchiale.

News11 marzo 2019 Letto 184 volte
Redatto dal Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici e approvato dall'Economato Diocesano
Con vivo senso di gratitudine e riconoscenza alla Provvidenza di Dio, vi presento il Bilancio Consuntivo per il 2018, della nostra Parrocchia.
 
Ringrazio:
  • tutti i membri del CAEP, in particolare il segretario Pietro Giordano e la segretaria parrocchiale Teresina Lai, per la preziosa, puntuale e competente opera di supporto e sostegno non solo al sottoscritto Parroco ma anche a tutta la comunità parrocchiale.
Un vivissimo ringraziamento ai fedeli che, in occasione delle Questue domenicali, della celebrazione dei Sacramenti, dei funerali e con altre offerte hanno sostenuto il Bilancio della nostra Parrocchia.
 
Un plauso specialissimo e commosso per tutte le iniziative di autofinanziamento (Castagnata, Tombolata, Mercatino di Natale, Fiera del dolce e del salato, attività dell'AIFO, offerte dell'Apostolato della Preghiera) che crescono di anno in anno in modo sensibile, e che contribuiscono e non poco a far quadrare i conti.
 
Ricordo che le offerte date al parroco in occasione della celebrazione dei sacramenti sono sempre TUTTE destinate alla Cassa Parrocchiale.
 
Il Signore ricompensi i fedeli sensibili che offrono, specie nei Tempi forti di Avvento e Quaresima tanti beni materiali (viveri, vestiario, detergenti e medicinali da banco) che vengono puntualmente consegnati alla Caritas Diocesana e alla Mensa della carità delle suore Figlie di san Giuseppe di Genoni.
 
GRAZIE per il buon cuore e per il senso ecclesiale di appartenenza alla nostra parrocchia.
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