ARCIDIOCESI di
Oristano
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News8 luglio 2019 Letto 40 volte
Le prime parole del nuovo Arcivescovo: un programma pastorale...condiviso!

PRIMA OMELIA DEL NOSTRO NUOVO ARCIVESCOVO

Mons. Roberto Carboni

 

 

Carissimi fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace!

La vostra partecipazione a questa solenne celebrazione manifesta in modo immediato e visibile che il cammino di ciascuno di noi nella Chiesa, il mio cammino come vescovo di questa Chiesa, non è solitario. Infatti, vedo qui tanti volti amici e altri che lo diventeranno.

Ringrazio i confratelli vescovi per la loro presenza Mons. Paolo Atzei, Mons. Giovanni Dettori, Mons. Mosè Marcia, Mons. Mauro Maria Morfino e gli altri vescovi della Sardegna che mi hanno manifestato la loro vicinanza e amicizia ma, a causa di impegni improrogabili nelle loro diocesi, non possono essere qui con noi.

Sono particolarmente grato al vescovo Ignazio per il servizio alla nostra Chiesa di Oristano durante i suoi anni di episcopato. La sua presenza qui, oggi, testimonia la comunione e la continuità che deve animare i diversi ministeri nella Chiesa anche nell’avvicendarsi delle persone, per riportare sempre alcentro l’essenziale, cioè l’annuncio di Gesù Cristo. Saluto i presbiteri e diaconi dell’Arcidiocesi di Oristano che sono qui con tanti cristiani provenienti dalle loro comunità. Mi accosto con rispetto a ciascuno di voi, per condividere il servizio che da tempo offrite al popolo di Dio, insieme alle preoccupazioni che pure l’accompagnano. vi invito già da ora ad approfondire il dialogo fra noi e prestare insieme ascolto allo Spirito Santo, coinvolgendo i laici, uomini e donne, per fare discernimento su come rispondere oggi a ciò che il Signore ci dice attraverso i segni dei tempi. Saluto i presbiteri, i diaconi e le comunità cristiane della Diocesi di Ales-Terralba che mi accompagnano con la loro preghiera, amicizia e sostegno: spero, con l’aiuto della Grazia di Dio, di continuare a servire quell’amata Chiesa come ho imparato a fare in questi anni. Ai presbiteri dell’una e dell’altra Diocesi chiedo di trovare insieme quei percorsi di comunione e condivisione che la Chiesa si attende da noi.

Saluto le Autorità che hanno voluto essere presenti a questa celebrazione di inizio del mio ministero episcopale nella Arcidiocesi di Oristano: il Signor Prefetto Dott. Gennaro Capo, il signor Sindaco di Oristano Dott. Andrea Lutzu, il Questore Dott.ssa Giusy Stellino, le autorità Militari, i sindaci che provengono dal territorio della Diocesi di Ales-Terralba e dalla Provincia di Oristano. Grazie a tutti!

Permettetemi di rinnovare a tutti voi il saluto di san Francesco: “Il Signore vi dia pace!”. Esso mi pare oggi particolarmente adatto, sia per rendere omaggio al Serafico Padre san Francesco che mi ha insegnato l’amore alla Chiesa e al popolo di Dio, sia perché in esso il protagonista è il Signore Gesù. Egli, nel presentarsi ai discepoli dopo la Sua Resurrezione offre la “Sua pace”, cioè quell’atteggiamento del cuore in cui il dialogo con Dio, con i fratelli, con il mondo si trasforma in stile di accoglienza e amore. La nostra vocazione comune trova qui il suo significato più profondo: farsi messaggeri di questa pace, dato che in modo speciale oggi – nel nostro mondo segnato dalla violenza e dalla divisione – ne abbiamo maggior bisogno: nelle nostre famiglie, dentro la società, nella comunità ecclesiale, nelle comunità religiose e nella stessa comunità presbiterale.

Nel perìodo che ha accompagnato la mia preparazione a questo momento solenne, ho riflettuto spesso sul ministero episcopale e sull’atteggiamento con cui accogliere questo nuovo servizio che il Signore, attraverso la Chiesa e il Papa, mi ha chiesto. Nei dialoghi e negli auguri di tanta gente ho sentito utilizzare con affetto espressioni che certo fanno parte del linguaggio giuridico-ecclesiastico della Chiesa, ma che al tempo stesso mi sono sembrate limitate e bisognose di essere rivisitate. Ho sentito parlare di “promozione”, di “avanzamento”. Permettetemi di dire, senza voler scandalizzare nessuno, che non vedo adeguate queste parole per descrivere il Ministero episcopale. La Chiesa tre anni fa mi ha affidato la comunità cristiana della Diocesi di Ales-Terralba per amarla, servirla e guidarla e mi chiede ancora di continuare a farlo, e oggi mi affida la comunità cristiana dell’Arcidiocesi di Oristano. Parlando di Chiesa, di cristiani, di fede che tutti ci unisce, credo non siano adeguati i concetti di “piccolo e grande, più e meno, modesto e importante”. Certo la storia, la geografia, le tradizioni, i campanili hanno e avranno il loro peso, ma considero questo ministero – e invito anche voi a farlo – più nella prospettiva di un servizio all’unica comunità cristiana riunita attorno a Gesù Cristo, chiamata a testimoniarlo, piuttosto che solo in termini di strutture o di organizzazione, seppure esse siano di certa utilità.

Una seconda parola si è affacciata talvolta in questi mesi: “la presa di possesso”. Anche in questo caso siamo debitori al linguaggio giuridico e tradizionale e non ce ne scandalizziamo. Ma sappiamo bene che il servizio alla Chiesa e nella Chiesa non è una “appropriazione”, ma appunto un “servizio”. Non sono, queste, parole mie, ma del Vangelo, dove Gesù insegna ai discepoli che “potere” significa “servire”. La Chiesa, la Diocesi, non è mia, non è dei preti o religiosi o dei diaconi, non è neanche solo dei cristiani. Come non possiamo dire che qualcuno è “proprietario” della propria famiglia, sia esso il padre, la madre o i figli, così dobbiamo ricordarci che la Chiesa siamo noi e noi siamo di Cristo. Essa si costruisce nella fedeltà a Cristo e vive dell’apporto di ciascuno e ciascuno ha la sua responsabilità nel renderla ospitale oppure ostile, accogliente o distante.

La Liturgia della Parola illumina oggi questa celebrazione, indicando a ciascuno – e per primo a me come vescovo – la strada da percorrere. Il Signore ci chiama per mandarci. Nessuno di noi riceve una chiamata, la vocazione, come un titolo di gloria o una medaglia al valore. Si tratta piuttosto di una “spinta” ad uscire da noi stessi e metterci in cammino. Essere discepoli del Signore non è dunque un privilegio da coccolare e tenere “ben conservato sotto spirito”, come direbbe Papa Francesco, ma piuttosto si tratta di un dono, di un compito e di una responsabilità, oltre che di un Mistero. UN DONO: dato che nessuno può “chiamare se stesso” se non a rischio di fondare la vocazione su motivazioni umane; di UN COMPITO: poiché è una chiamata esigente, che inizia dal battesimo che tutti ci unisce, per arrivare poi alle molte vocazioni che qui oggi sono rappresentate. È pure una RESPONSABILITÀ: che mette specialmente noi ministri ordinati nell’esigenza di non usare per noi la vocazione; non “servirci” delle cose di Dio ma servire le cose di Dio.

Mi è stato chiesto quale fosse il mio “programma di lavoro” entrando nella Arcidiocesi di Oristano. Non vi sono altri programmi diversi da questo: annunziare Gesù Cristo, aiutare le persone ad incontrarLo e trasformare l’incontro con il Signore in carità verso gli altri. Fuori di questo si rischia di trasformare le nostre comunità in moltiplicatrici di attività, erogatrici di servizi, in agenzie sociali, ma forse perdendo l’essenziale: il Signore.

C’è bisogno di questo annuncio oggi, nella nostra Chiesa, nelle nostre comunità cristiane? Sebbene tutti aspiriamo alla salvezza che è fatta di pace, di amore, di giustizia, sappiamo bene che siamo anche capaci di produrre mostri, di creare violenza, negazione e rifiuto. Come cristiani dobbiamo farci annunciatori di una speranza che è fede nel Signore ma anche impegno di ciascuno. È vero che solo il Signore può salvarci dal male, ma, come dice san Paolo, noi siamo “ambasciatori di Cristo” e dobbiamo dire a noi stessi e agli altri “Lasciatevi riconciliare”.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato dice con chiarezza che nel cammino del discepolo missionario bisogna mettere in conto la croce. Se prendiamo sul serio la nostra missione sappiamo che troveremo anche persecuzioni. La croce del Signore, così difficile da accettare per ciascuno di noi, è il segno della vittoria sul male e sulla morte. La croce non è solo ascesa, neanche occasione di itinerario morale, neanche solo una semplice imitazione della croce di Gesù, ma è insieme luogo della speranza e anche della profezia. Come discepoli siamo chiamati a proclamare con la parola e con la vita che è possibile una nuova logica, che non è quella del “mondo di lupi dominati dall’aggressività”, ma di persone che riconoscono l’umanità dell’altro e il segno indelebile della figliolanza di Dio. Nell’invio del discepolo c’è una nuova logica; non quella dell’apparenza, dell’avere, ma quella dell’accoglienza, della condivisione. Non dobbiamo nasconderci che il nostro mondo non sente più bisogno di Dio. Forse tocca anche noi quel sottile pensiero che affascina anche tanti nostri giovani: “si può fare senza di Lui”, si può essere felici (forse) senza di Lui. Non siamo chiamati a lamentarci della prima “generazione incredula” come è stata chiamata, ma piuttosto a svegliarci dal sonno e stimolare in noi la domanda: siamo ancora capaci di far risplendere la bellezza della nostra vocazione cristiana, dell’incontro con Gesù Cristo, della novità portata dalla Sua presenza e Parola? La Parola di Gesù ci ricorda che la messe è abbondante ma sono pochi gli operai.

È noto che esiste un calo notevole di vocazioni al sacerdozio, sia in generale nella Chiesa come nelle nostre Diocesi. Le motivazioni sono molteplici. Fattori che si condizionano reciprocamente con un effetto a catena a cui non è facile dare risposte o soluzioni immediate.

La vocazione è certo un dono di Dio, un’ispirazione dello Spirito Santo, ma come ci insegna la Scrittura, essa ha bisogno di mediazioni per farsi strada. Si tratta di quella che Benedetto XVI, ripreso poi da Papa Francesco, chiama la logica “dell’attrazione e non del proselitismo”. Ciascuno di noi in questa prospettiva ha la propria responsabilità: i laici, la famiglia, gli educatori, i catechisti e certo anche e soprattutto i presbiteri che con la loro testimonianza di una vita donata possono dire, anche senza tante parole, che ne vale la pena, che si può amare e servire il Signore nella vocazione sacerdotale.

A conclusione di questa riflessione, dove ho toccato velocemente e condiviso con voi alcuni temi che mi stanno a cuore e che la Parola di Dio oggi ripropone, desidero ringraziare e lodare La Ss. Trinità, per i grandi doni che ha fatto alla mia vita, attraverso le tante persone che hanno segnato e attraversato il mio percorso umano e spirituale. La bontà di Dio si manifesta nella storia della salvezza, in quella universale che tutti ci accomuna, e in quella di ciascuno di noi e si realizza in persone, avvenimenti, momenti difficili e scelte ispirate dallo Spirito del Signore. Affido il mio cammino e quello della Arcidiocesi di Oristano e della Diocesi di Ales-Terralba alla Madre del Signore – la Vergine Maria – che veneriamo con il titolo di Madonna del Rimedio, Madonna Di Bonacatu e di Santa Mariaquas. È sempre la stessa Madre di Dio, colta nei suoi diversi atteggiamenti di misericordia e intercessione per noi. È Lei che rinnova l’invito per il cammino spirituale di ciascuno di noi dicendoci: “Fate quello che Egli, Gesù, vi dirà”. Amen

Cattedrale di Oristano domenica 7 luglio 2019

 
News6 luglio 2019 Letto 38 volte
Sabato scorso Ŕ stato ordinato Presbitero e oggi ha Presieduto la Sua prima Messa
Sabato 29 giugno u.s., nella Chiesa Parrocchiale di Meana Sardo
l'Arcivescovo Mons. Ignazio Sanna,
ha posto uno dei suoi ultimi atti pastorali
in qualità di Arcivescovo e Amministratore Apostolico della nostra Arcidiocesi Arborense,
ha ordinato il 17° presbitero del suo intenso governo pastorale.
Questa mattina, 6 luglio 2019, don Emanuele ha presieduto,
per la prima volta, la Solenne Celebrazione Eucaristica: chiamata Prima Messa.
 
Al novello sacerdote auguri fraterni da parte di tutta la nostra Comunità Parrocchiale.
 
 
 
News18 giugno 2019 Letto 68 volte
Domenica 7 luglio alle ore 18 in Cattedrale
Attendiamo
in
preghiera
News16 giugno 2019 Letto 30 volte
guardiamo a Dio che Ŕ famiglia d'amore... chiediamo e riceviamo questo grande dono
 Riflettiamo insieme: 

La Santissima Trinità, della quale oggi si celebra la festa solenne, è al centro della nostra esperienza di fede, e non a caso è stata collocata subito dopo la Pentecoste. Il motivo è presto detto: la Pentecoste conclude la celebrazione della Pasqua; la domenica successiva è come un volgersi indietro a riconsiderare nell'insieme gli eventi appena celebrati, il cui protagonista non è semplicemente l'Uomo-Dio Gesù.

Nella Pasqua, con Gesù hanno operato Dio Padre e lo Spirito Paraclito, come è accennato anche nel vangelo odierno e nel brano della Lettera ai Romani, che oggi abbiamo ascolato. La nostra redenzione è opera compiuta insieme dal Padre che l'ha voluta, dal Figlio che l'ha realizzata e dallo Spirito Santo che ce ne ha trasmesso i frutti. Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo: cioè, insieme, l'unico e vero Dio. Così è stato rivelato: il che non significa che tutto è chiaro, rimane il mistero divino; la realtà del Dio-Trinità è il fulcro della fede, e più che mai si avvertono qui i limiti della nostra intelligenza,  non riusciamo infatti a spingerci oltre l'ambito dell'orizzonte sperimentabile: per andare più in là, abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia luce e ci indichi la via. Ecco la fede.
Secondo una diatriba vecchia e stantia ma che ogni tanto ancora si riaffaccia, fede e ragione sarebbero tra loro contrarie e inconciliabili; la ragione che, dicono, è la dote principale dell'uomo, non può ammettere l'esistenza di qualcosa che sfugga alle sue capacità di comprensione e non sia scientificamente dimostrabile; non ci sono prove, dicono, dell'esistenza di Dio, quindi la fede non ha senso. A costoro si potrebbe rispondere come fece Pascal: non esistono neppure prove che dimostrino che Dio non esiste; quindi perché il credere dovrebbe essere contro la ragione, e invece il non-credere sarebbe ragionevole?

Di fronte a certe questioni (come il senso della vita, la distinzione tra bene e male, il destino ultimo dell'uomo) non si può rimanere indifferenti, e allora, se si deve scommettere tra l'esistenza o la non-esistenza di Dio, conviene scommettere sull'ipotesi positiva, che vede l'uomo come creatura voluta e amata per un destino buono che la riunirà al Creatore.
In verità, la fede non è alternativa alla ragione, come se chi crede rinunciasse a ragionare: tutt'altro. La fede non va confusa con l'irrazionale o l'immaginario; essa anzi richiede l'intelligenza: Dio ha dotato l'uomo di intelligenza, anzitutto perché cerchi Lui nelle tracce che ha lasciato di sé.

Cerchi Lui, anche ricordando quanto Egli ha fatto a beneficio dell'uomo (che ha toccato l'apice con la Pasqua di Gesù). Cerchi Lui, nei frutti benefici di chi conduce la propria esistenza secondo la fede.
Ci vuole intelligenza per capire la Bibbia e tradurla fedelmente nel vivere quotidiano; ci vuole intelligenza per riconoscere che vivere secondo Dio e non seguendo i propri istinti è di gran lunga più consono con la dignità dell'uomo. E se, pur applicando l'intelligenza più acuta, l'uomo non potrà mai capire Dio sino in fondo, anche questo è ragionevole: se potessimo conoscere tutto di Lui, significherebbe che siamo uguali a Lui. Ma allora, presunzione a parte e detto brutalmente, di un Dio che fosse come noi non sapremmo che farcene.?
L'umana ragione non può capire tutto di Dio, ma molto, sì. Egli si è fatto conoscere; addirittura, pur restando sempre Dio, si è fatto uno di noi, si è mosso nel nostro mondo, ha parlato con le nostre parole, ci ha ammesso nella sua intimità. L'unico Dio è tre Persone: se non l'avesse detto lui, non avremmo mai potuto saperlo. Saperlo non significa capirlo, ma quanto meno significa che ci ha ritenuti degni delle sue confidenze, capaci di entrare in amicizia con lui e di condividere un giorno la sua stessa vita. Contempliamo, adoriamo e imitiamo questa splendida realtà che è Dio e la sua famiglia.  

News3 giugno 2019 Letto 51 volte
per preparare e riaprire l'ovile al suo Gregge
 Nella Scrittura ci sono diversi modi di narrare l'Ascensione di Gesù in cielo, nel suo corpo glorioso, immortale, incorruttibile, spirituale. San Paolo annunzia l'Ascensione di Cristo Signore come vero frutto della sua umiliazione e annientamento: Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre (Fil 2,6-11).

San Giovanni proclama l'Ascensione descrivendo la gloria di Gesù Signore. L'Apocalisse è tutto un inno alla Signoria Universale dell'Agnello Immolato, il Crocifisso che è il Vivente Eterno. A Lui il Padre ha consegnato tutto il suo regno: Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d'oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d'uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d'oro. I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco. I piedi avevano l'aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiuolo. La sua voce era simile al fragore di grandi acque. Teneva nella sua destra sette stelle e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio, e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi (Ap 1,12-18).
Il profeta Daniele afferma che uno simile ad un figlio d'uomo viene presentato al Vegliardo e riceve da lui gloria e regno eterno. Tutti sono sottoposti alla sua Signoria e al suo dominio. L'intero universo è stato a Lui consegnato:
Io continuavo a guardare, quand'ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana; il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scorreva e usciva dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano. La corte sedette e i libri furono aperti. Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d'uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto (Dn 7, 9-10.13-14).
L'evangelista san Luca unisce in modo mirabile la missione degli apostoli all'Ascensione. Gesù sale al Cielo dopo aver aperto la mente dei suoi discepoli all'intelligenza del suo mistero così come esso è contenuto nelle Scrittura e consegnato loro la missione di annunziare la conversione e il perdono dei peccati nel suo nome. I discepoli però non devono partire subito per la missione. Devono attendere che il Padre li colmi con il suo Santo Spirito. Con l'Ascensione di Gesù, finisce la missione visibile di Cristo Gesù, inizia la missione visibile degli Apostoli. Come il Padre e lo Spirito sono stati con Gesù e lo hanno guidato nella sua opera, così ora il Padre, lo Spirito Santo e Cristo Gesù saranno con i discepoli per la missione che è stata loro affidata. Come Cristo mai si è separato dal Padre e dallo Spirito Santo, così i discepoli non dovranno mai separarsi dal loro Pastore.

Il tempo dell'Ascensione non è un tempo per guardare estasiati la via che ha percorso il Signore.... è invece il tempo del cammino, della testimonianza e della missione.

News1 giugno 2019 Letto 86 volte
L'Amministratore Apostolico mons. Ignazio Sanna ha ordinato don Enrico Porcedda

 La bella e spaziosa chiesa parrocchiale di Seneghe, a stento, ha potuto accogliere la grande folla di fedeli del paese e di molte comunità della Diocesi, accorsi per la toccante Celebrazione eucaristica, presieduta da mons. Arcivescovo e concelebrata da oltre 40 presbiteri, alla presenza di molti seminaristi (del Regionale e del Minore).

Don Enrico, pur nella sua giovane età (ancora non ha compiuto 25 anni), ha mostrato emozione e serenità nell'accogliere il grandissimo dono del ministero sacerdotale che ha ricevuto per l'imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione del Nostro Pastore.

Al novello sacerdote gli auguri e le preghiera della nostra comunità parrocchiale.

News23 maggio 2019 Letto 76 volte
Domenica prossima, VI di Pasqua, 16 piccoli amici della nostra comunitÓ parrocchiale parteciperanno per la Prima Volta alla Mensa del Corpo e Sangue di Cristo!
Fratelli e sorelle della Nostra Comunità Parrocchiale:
giunge il tempo benedetto da Dio, tanto atteso e desiderato dal gruppo dei bambini, dalle famiglie e dalle catechiste:
il giorno chiamato della PRIMA COMUNIONE, ormai è vicino!
Una tappa importante per i bambini ma anche per tutta la comunità che vede crescere il numero dei convocati alla Mensa del Regno e al Banchetto della Vita.
Se è vero, come purtroppo è vero, che molti cristiani si stanno allontanando dalla frequenza domenicale e dall'assemblea liturgica, è anche vero che ci sono nuove presenze e nuovi fratelli. DOMENICA 26 maggio, VI di Pasqua, il Gruppo composto da 16 bambini, entusiasti e profondamente coinvolti, potrà partecipare pienamente alla Mensa Eucaristica.
In queste ultime settimane questi candidati (insieme alle catechiste e alle rispettive famiglie), hanno moltiplicato impegno ed entusiasmo.
Chiedo a TUTTA la comunità di continuare a seguirli con amore e gioia.
Vi aspetto TUTTI domenica alle ore 10,30, per una Celebrazione davvero comunitaria e gioiosa.
leggi tutto
News4 maggio 2019 Letto 79 volte
Il Papa ha scelto mons. Roberto Carboni, finora vescovo di Ales-terralba, come nuovo Arcivescovo Metropolita di Oristano: Alleluia!
Il giorno tanto atteso Ŕ dunque giunto. Il Papa Francesco ha nominato il nuovo Arcivescovo Metropolita di Oristano: Sua Eccellenza Reverendissima mons. Roberto Carboni. Mons. Carboni, finora era vescovo di Ales Terralba, farÓ il suo ingresso in Diocesi domenica 7 luglio. leggi tutto
News27 aprile 2019 Letto 65 volte
un tempo per risorgere


 

 

 

Il Tempo di Pasqua dura 50 giorni, sette volte sette giorni, una settimana di settimane, con un domani; e il numero sette è un'immagine della pienezza (si pensi al racconto della creazione nel primo capitolo della Genesi), l'unità che si aggiunge a questa pienezza moltiplicata apre su un aldilà. È così che il tempo di Pasqua, con la gioia prolungata del trionfo pasquale, è divenuto per i padri della Chiesa l'immagine dell'eternità e del raggiungimento del mistero del Cristo. Per Tertulliano alla fine del secondo secolo, la cinquantina pasquale è il tempo della grande allegrezza durante il quale si celebra la fase gloriosa del mistero della redenzione dopo la risurrezione del Cristo, fino all'effusione dello Spirito sui discepoli e su tutta la Chiesa nata dalla Passione del Cristo. Secondo sant'Ambrogio: I nostri padri ci hanno insegnato a celebrare i cinquanta giorni della Pentecoste come parte integrante della Pasqua. A ciò che un solo giorno è troppo breve per celebrare, la Chiesa consacra cinquanta giorni, che sono estensione della gioia pasquale; il digiuno è stato sempre bandito in questo periodo, anche dai più austeri degli asceti. I cinquanta giorni sono come una sola domenica.

Gioia, rendimento di grazie, celebrazione della luce e della vita, tale è il tempo pasquale. Evidentemente, l'ottava di Pasqua ha un carattere più pronunciato di allegrezza e di meditazione sul fatto della risurrezione del Cristo e della nascita del cristiano nel battesimo, che è una partecipazione alla vita risuscitata del Cristo, mediante una nuova nascita e un pegno della risurrezione futura. Ma tutta la cinquantina ha più o meno questo carattere: vi si canta continuamente l'Alleluia. Sono privilegiati gli epiloghi evangelici delle manifestazioni di Gesù dopo la risurrezione, ma anche, secondo san Giovanni, il suo ultimo discorso, gli ultimi insegnamenti sul comandamento dell'amore, l'unione intima fra lui e suo Padre, la promessa di un altro consolatore, lo Spirito di verità, la grande preghiera sacerdotale per l'unità. Nel quarantesimo giorno si celebra l'Ascensione di Cristo al cielo, e i giorni che seguono sono una lunga invocazione per la venuta dello Spirito, in unione con i discepoli e con Maria, la Madre del Risorto, nel Cenacolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

News11 marzo 2019 Letto 128 volte
Redatto dal Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici e approvato dall'Economato Diocesano
Con vivo senso di gratitudine e riconoscenza alla Provvidenza di Dio, vi presento il Bilancio Consuntivo per il 2018, della nostra Parrocchia.
 
Ringrazio:
  • tutti i membri del CAEP, in particolare il segretario Pietro Giordano e la segretaria parrocchiale Teresina Lai, per la preziosa, puntuale e competente opera di supporto e sostegno non solo al sottoscritto Parroco ma anche a tutta la comunità parrocchiale.
Un vivissimo ringraziamento ai fedeli che, in occasione delle Questue domenicali, della celebrazione dei Sacramenti, dei funerali e con altre offerte hanno sostenuto il Bilancio della nostra Parrocchia.
 
Un plauso specialissimo e commosso per tutte le iniziative di autofinanziamento (Castagnata, Tombolata, Mercatino di Natale, Fiera del dolce e del salato, attività dell'AIFO, offerte dell'Apostolato della Preghiera) che crescono di anno in anno in modo sensibile, e che contribuiscono e non poco a far quadrare i conti.
 
Ricordo che le offerte date al parroco in occasione della celebrazione dei sacramenti sono sempre TUTTE destinate alla Cassa Parrocchiale.
 
Il Signore ricompensi i fedeli sensibili che offrono, specie nei Tempi forti di Avvento e Quaresima tanti beni materiali (viveri, vestiario, detergenti e medicinali da banco) che vengono puntualmente consegnati alla Caritas Diocesana e alla Mensa della carità delle suore Figlie di san Giuseppe di Genoni.
 
GRAZIE per il buon cuore e per il senso ecclesiale di appartenenza alla nostra parrocchia.
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