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Articoli
News18 agosto 2019 Letto 9 volte
fuoco sotto la cenere.... un spunto per meditare la Parola di Dio domenicale
 SOFFIARE SUL FUOCO 

Fuoco e cenere: mi pare siano questi i segni che la Liturgia della Parola, di questa domenica, vengano offerti alla nostra riflessione.

Nella prima lettura: Il profeta Geremia per ordine del Re Sedecia è calato in una cisterna piena di fango, perché aveva esortato con forza il popolo a non schierarsi coi nemici di Israele, né con gli Egiziani ma neppure coi Babilonesi. Per evitare la deportazione i capi del popolo sono disposti a stringere patti con gli infedeli: questa verità è denunciata profeta. Questa verità brucia come fuoco, è scomoda, si fa di tutto per toglierla di mezzo, per ridurla in cenere. E togliere di mezzo anche chi la annuncia. Ma, per fortuna, questa volta Geremia per intercessione di un suo amico etiope, fu tirato fuori dalla cisterna e dalla cenere. Povero Geremia: era un uomo mite e delicato, voleva starsene tranquillo: quando il Signore l'aveva chiamato aveva obiettato che lui era troppo giovane, non sapeva parlare, era meglio mandare qualcun'altro. Aveva tentato di svincolarsi dall’incarico divino: Basta! Non parlerò più a nome suo. Ma poi un fuoco divorante gli ardeva nel petto e lo costringeva a parlare. C'è niente da fare: quando il Signore chiama, non c'è via di scampo ed è meglio non cercarla la via di scampo, altrimenti si rischia di finire nelle fauci spalancate di qualche balena, com'era successo a Giona. Nessuno può scegliere di fare il profeta come può invece scegliere di fare l'elettricista o l’impiegato: il profeta viene scelto direttamente dal Signore. Così la vita del prete, del laico impegnato, del catechista, del ministro della carità… Quando il Signore chiama e sceglie non c'è scusa che tenga: occorre annunziare la sua parola a tempo opportuno e inopportuno, anche quando diventa segno di contraddizione. Ma la sua Parola, rispetto alle altre parole, ha questo di particolare, che, come Geremia, riesce sempre a emergere dalla cenere e dalle varie cisterne in cui qualcuno tenta di infilarla. La Parola è libera e liberante. È sempre giovane, nonostante i millenni trascorsi, spinge come un fuoco e un vento il profeta a portare la buona notizia, il fuoco del vangelo per ogni uomo. Mentre vediamo che tante altre notizie e parole sono subito invecchiate e sono anche sparite dalla circolazione in men che non si dica. L’evangelo invece rimane con tutta la sua profetica forza anche oggi.

Nel vangelo Gesù afferma chiaramente di essere venuto a portare il fuoco sulla terra: confida agli apostoli però di essere angosciato e preoccupato perché questo fuoco sembra spento. Cosa ci vuole dire? Che il fuoco c'è; l'ha portato Lui, ma per espandersi e divampare ha bisogno di noi. Dobbiamo aiutare il Signore ad accendere il fuoco. Dopo la Sua immersione nella morte che è stata il Suo battesimo di fuoco, lo Spirito Santo è stato effuso sul mondo. Per Gesù la parola spirare non significa tanto morire quanto piuttosto volare, andare con forza, come fa il vento che spirando sulle vele fa muovere la barca, la nostra.

Quindi quando Gesù spirò, effuse lo Spirito su tutti. Per cui ora lo Spirito di fuoco c'è, ma dipende da noi il riceverlo. Anche il sole splende sulla terra, ma se io tengo le tapparelle abbassate, il sole nella mia casa non entra. Ecco perché Gesù ha bisogno di noi perché il fuoco si espanda: ha bisogno anzitutto che noi apriamo l’uscio della nostra casa, il vento vuole entrare dentro e spazzar via la polvere e la cenere. Il Soffio di Dio vuole accendere il nostro cuore, vuole soffiare sulla nostra cenere perché sa che sotto la cenere ci sono le braci, un fuoco sopito, addormentato ma non spento, solo deve essere ossigenato, rianimato. E poi dobbiamo espanderlo negli altri cuori, ancora assiderati nel gelo dell'indifferenza e dell'incredulità; ma per espanderlo, dobbiamo esserlo! Domandiamoci sinceramente e serenamente: ma noi siamo fuoco? O siamo fuoco sotto la cenere? O siamo cenere e basta?

L'ultima raccomandazione che Gesù ci offre in questo Vangelo è di pensare con la nostra testa! Sappiate giudicare da voi stessi! Cosa c’è nella nostra testa? Spesso tanti condizionamenti: quelli che ci vengono dalla moda, dalla pubblicità, dagli schemi e dai teleschermi. Il Signore ci ha dato un maestro interiore, lo Spirito Santo, proprio perché ci lasciamo guidare da Lui, e non dipendiamo da altri che sono lupi rapaci e ci portano dritto nella fossa. Se vogliamo vincere la corsa dobbiamo tenere lo sguardo fisso sull'unico Maestro che ci porterà in salvo perché è l'unico nostro Salvatore.  

News15 agosto 2019 Letto 23 volte
una profonda riflessione di 50 anni fa
 

FESTIVITÀ DELL’ASSUNTA

OMELIA DI PAOLO VI

Venerdì, 15 agosto 1969

 

Questo incontro, questo momento di unità spirituale, non è fine a se stesso, giacché pone sulle labbra di tutti la domanda: perché siamo qui? che cosa vogliamo fare questa mattina? Desideriamo tutti rivolgere un pensiero, un atto di omaggio e di devozione particolare a Maria Santissima, per onorare il mistero della sua Assunzione al Cielo.

È una cosa tanto bella che esige una certa tensione di spirito. Allorché celebriamo le feste della Madonna, notiamo come le pagine del Vangelo ci fanno vedere e sentire Maria più vicina a noi. Si tratta di incontri familiari: ad esempio l’Annunciazione, la Nascita del Signore, la visita ad Elisabetta (ricordato proprio nel Vangelo di questo giorno), che rendono facile la nostra conversazione con la Madre di Dio, una conversazione che si svolge con linguaggio umano. Ne è conferma l’«Ave Maria», poiché Ella è nostra, nostra sorella nella umanità.

L’EPILOGO MERAVIGLIOSO D’UNA VITA ECCELSA

I vari misteri della Madonna, anche quelli dolorosi, sono quadri di vita ai quali ci è facile accedere almeno in parte, pur rimanendo noi sempre attoniti di fronte alla loro grandezza e sublimità. Ma il ricordo degli ultimi punti del Santo Rosario: l’Assunzione e la Gloria di Maria, invece, ce la portano lontano. La Madonna esce dalla ,sfera della nostra vita umana; sale, scompare, entra in quell’al di là che conosciamo solo per fede ed anche per una certa intuizione in fondo al nostro spirito, predisposto a tale avvenire meraviglioso. Intuiamo qualche cosa di questo al di là, ma ci manca ogni esperienza. Allora bisogna affidarsi alla immaginazione; bisogna rendere superlativi ed assoluti i termini da noi usati nel linguaggio terreno, temporale, per figurarci in piccola dimensione l’eterno.

Oggi noi celebriamo proprio l’al di là della Madonna, e possiamo considerarlo in due momenti: l’istante della sua resurrezione e quello della sua «entrata» e dimora nel Paradiso, che durerà per tutti i secoli nella gloria del Signore.

Che cosa stiamo guardando?

L’epilogo della storia di Maria. Ci sarebbe più facile trovarne le ragioni che dirne l’essenza: Maria era senza macchia di peccato: il peccato è la causa della morte e quindi è chiaro che la Madonna non doveva subire la pena della morte anche se Ella ne ha subito la sorte: la «dormitio Virginis», come si dice nell’antica liturgia, specialmente in quella orientale. Ma poi quelle membra santissime, innocenti, ,si sono rianimate: hanno ripreso una vita nuova, leggera, trasparente, trasfigurante, e la Madonna è passata da questo nostro piano di vita temporale, terrena, a quell’altro per cui noi restiamo senza parole. Guardiamo, però, e siamo abbagliati, come quando si guarda il sole e ,si vede che è sorgente di luce e vince la forza della nostra capacità visiva. Restiamo confusi a tanta luce e allora avviene il fatto comune di quando si guarda la luce: si accende un lume: il primo sguardo è al lume, il secondo alle cose circostanti che ne sono illuminate. Così avviene nella celebrazione del mistero dell’Assunzione : vediamo Maria diventare una stella del Cielo: la stella più bella; diventare, dice sempre la Scrittura adattata alla figura della Vergine, splendida come il sole, bella come la luna, cioè un astro che illumina l’universo, il nostro panorama terreno.

I PERFETTI RAGGI D’UN GRANDE SOLE

E quale luce ci dà in modo speciale questo mistero di Maria?

Ce ne dà molte, di luci. Ma quella che ci sembra specifica, essenziale, caratteristica è che ci ricorda che la sorte di Maria sarà la nostra; che anche noi siamo dei «resurrecturi», siamo vite che il Signore così ha creato da rendere immortali, da destinare a una vita che trapassa i confini del tempo e gli anni trascorsi quaggiù, così labili, così fugaci, così logoranti, per darci, invece, una vita piena, perfetta, santa e soprattutto, fuori del tempo: non ha orologio, limiti, non ha calendario, non si esaurisce nella sua durata, ma resta assorbita nella sempre fresca, viva, nuova visione di Dio; è la vita eterna. La Madonna ha avuto il privilegio di anticipare questa sorte e di goderla in una pienezza, in una perfezione che noi non raggiungeremo, sia pure se noi avremo la stessa sorte, cioé di riprendere dopo la lunga stagione del nostro sonno nel sepolcro questa nostra stessa carne, queste stesse nostre membra, la nostra stessa persona fisica nel tempo.

Vorremmo domandare, alla luce di tali verità, che il Credo ci fa ripetere ogni giorno - . . . carnis resurrectionem, vitam aeternam - se siamo veramente convinti che sarà così; se siamo sicuri, se crediamo e avvertiamo la meraviglia stupenda che tale verità colloca nella nostra maniera di valutare l’esistenza presente, la quale ha sì una importanza grandissima, ma è fugace, effimera e destinata all’altra esistenza, quella garantita dalla parola del Signore e della quale, nell’odierna festa, abbiamo splendida conferma.

LA VITA UMANA È DESTINATA ALLA BEATITUDINE

Come la gente comune, come noi cristiani, valutiamo il destino a noi preparato? Naturalmente ci crediamo, magari in penombra, per sentimento ed abitudine, magari perché sarebbe troppo doloroso il pensare che tutto diventi cenere e sia distrutto dopo la morte. Tuttavia, appunto perché cristiani, e possessori di questa fede nella resurrezione dei corpi e nell’immortalità dell’anima, vogliamo domandarci, oggi, se tale realtà è presente sia per la indicibile consolazione che offre, sia per la -dignità altissima e l’importanza senza paragone che essa imprime all’esistenza umana. Per siffatta realtà la Chiesa è così gelosa nella difesa della vita che nasce, della vita sofferente, della vita che muore. Tutto concorre ad un atto che Iddio compie per l’eternità, e perciò la dignità della vita umana diviene qualificata con statura incommensurabile, bellissima, grandissima. È la sorte di beatitudine che esige da tutti vicendevole amore.

Una seconda domanda, più pratica ma non meno importante: che rapporto c’è tra la vita presente e quella futura? le cose avvengono automaticamente? si nasce cioè, si muore e un giorno si risorgerà tranquillamente, siccome fatti naturali, insopprimibili? No. Esistono condizioni precise. La resurrezione esige il presupposto, da parte nostra, di essere buoni, veri cristiani, di conoscere la sorte d’essere veramente inseriti nella sorgente della vita che è Cristo, di essere sin da ora attratti e compaginati nella sua misteriosa esistenza. Cristo è la vita: non vi sono su ciò dubbi o riserve; noi dobbiamo essere cristiani, dobbiamo essere uniti a Cristo, giacché se vogliamo davvero che il prodigio della sua vita risorta sia pure nostro, dobbiamo agire in modo di credere ed operare secondo la unione indispensabile con Lui. È la cosa più importante del nostro tempo presente: o cristiani, o falliti; e il fallimento sarebbe di una portata incalcolabile, Dio mio!, perché eterno.

SE UNITI A CRISTO ASCENDEREMO CON LA MADRE CELESTE

Ed ecco che la Madonna, con la sua Assunzione al Cielo, ci garantisce la possibilità di ascendere anche noi, se siamo, come Lei, uniti al Cristo. Con tanta Madre, la distanza fra noi e Cristo è abbreviata, annullata; e il Signore ci viene incontro e ci ripete «Mangia di questo Pane e avrai la vita eterna». In tal modo si raggiunge l’immortalità, cioè l’inserimento della vita nuova nella nostra povera giornata terrena, che da sé sarebbe enigmatica e forse tormentata e inghiottita dal dubbio. Siamo esseri mortali che devono rinunciare al grande sogno della vita perfetta e della vita eterna? No, di certo. Il Signore ci dice: Io ti prometto, se tu credi, se rimani unito a me, se accetti di vivere così, che la tua vita sarà un giorno come quella della Madonna: nella unione eterna con Cristo SI da formare con Lui quella luminosa società ed unità del Corpo Mistico, che è il segreto dell’intera creazione, e d’ogni opera di bontà del genio cristiano.

Celebriamo perciò l’odierna festa nella fede della vita eterna, cercando di raggiungere le supreme conseguenze di tale fede.

Se sono eterno, come devo vivere? e basta forse pensare a tale eternità, quasi che essa annulli i valori, gli interessi della vita vissuta nel tempo? Affatto. Tanto più noi abbiamo la fiducia, la sicurezza, il dovere di raggiungere la vita eterna, tanto maggiore è l’obbligo di vivere bene là dove il Signore ci ha posti; di impegnare le nostre facoltà, di ben trafficare, come ci insegna il Vangelo, i talenti datici da Dio per accumulare un vero capitale assicuratoci nella vita eterna.

E il fatto che la Madonna, dall’alto del suo seggio di gloria, ci tende le braccia fa sì che noi sentiamo ancor meglio l’invito, e la certezza della sua protezione, l’esempio e il flusso della sua intercessione. Ella viene sempre in nostro soccorso.

È bello vivere, con questa agilità e levitazione spirituale, la vita presente: i dolori, le fatiche, le delusioni, i pesi, le responsabilità cambiano di gravità; e invece di essere ostacoli diventano i gradini per raggiungere il traguardo, la vetta a cui siamo indirizzati.

Che la Madonna ci aiuti: confidiamo in Lei. La visione, la realtà del suo mistero illumini la nostra vita di speranza, di gaudio anticipato, di forza morale, di gioia cristiana; e ripetiamo così con Lei; quanto è grande il Signore! Magnificat anima mea Dominum. Perché Egli ha fatto cose grandi a Maria e anche a noi che siamo, per divina adozione, fratelli di Cristo e fratelli, nella umanità, di Maria Santissima.

 

News12 agosto 2019 Letto 24 volte
Ŕ improvvisamente deceduta la Guida Spirituale di San Pietro di Sorres
 Domenica 11 agosto, Pasqua della Settimana e memoria liturgica dell'Abbadessa Santa Chiara d'Assisi,
è improvvisamente deceduto il Padre Abate
dom ANTONIO MUSI,
monaco benedettino e guida spirituale
del Monastero di San Pietro di Sorres.
Dom Antonio è stato chiamato ai pascoli eterni del cielo
dopo aver guidato per tanti anni, con saggezza evangelica
e vero spirito benedettino,
la cara comunità monastica di Sorres.
Lo ricordiamo con affetto, nostalgia e preghiere.
Questa mattina ho celebrato la santa Messa in suffragio
del carissimo padre Abate.
Dio lo abbia in gloria.
R.I.P.
News11 agosto 2019 Letto 18 volte
ABRAMO ci insegna che la fede non Ŕ ferma ma.... in cammino! altrimenti non Ŕ fede
 

CREDERE cioè saper vegliare con la lampada della fede sempre accesa

Nel cuore dell'estate arriva forte e dirompente il messaggio di questa XIX domenica del Tempo Ordinario, nella quale cogliamo l'essenziale messaggio di essere vigilanti con la lampada della fede sempre accesa per fare luce sul nostro pellegrinaggio verso la casa di Dio, nella dimora della luce e della pace eterna. È sempre il vangelo di Luca a fare da apripista alla nostra meditazione e riflessione sulla parola di Dio, riportando uno dei suoi brani più importanti ai fini della valutazione dell'agire umano in prospettiva dell'eternità beata, alla quale tutti aspiriamo anche se per vie diverse e risposte diverse. Siamo invitati a vivere il momento presente ma anche il vangelo con speranza, condivisione, gioia e amore.

 

Nel discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli possiamo trovare alcuni punti di riferimento importanti per la nostra vita spirituale: vendere ogni cosa per darlo in elemosina, cioè fare la scelta di una povertà radicale che liberi il cuore dal possesso delle cose che non sono finalizzate alla salvezza eterna; acquisire tesori spirituali e non economici e saperli conservare e renderli fruttuosi per la nostra salvezza. Per attuare questo progetto di vita evangelica è necessario assumere due fondamentali comportamenti: quello dell'essere sempre pronti alla chiamata di Dio per l'eternità, che potrebbe venire all'improvviso, senza nessun preavviso, o ritardare a venire, senza con ciò distrarci dai nostri compiti di cristiani e di persone che guardano in alto con speranza e fede. L'esempio che Gesù porta è finalizzato proprio ad assumere quell'atteggiamento interiore di dolce attesa, come avviene per una mamma che aspetta un figlio e lo porta avanti nella crescita, spontaneamente, nel suo grembo. Gesù cita come esempio il ladro che non preavvisa se viene a rubare o a portare via le cose più preziose della nostra vita: viene all'improvviso, magari nel cuore della notte per fare razzia di quei beni materiali che fanno attaccare il nostro cuore alle cose più vane e insignificanti del mondo.  Perciò ci rivolge un forte appello: quello alla vigilanza non armata, ma serena e profondamente sincera sul nostro comportamento al fine di rispondere prontamente e ben preparati alla chiamata di Dio all'eternità, in ogni istante della nostra vita che sia breve o lunga. Questo messaggio riguarda tutti e non solo quelli che sono lontani da Dio, ma anche coloro che ci sono vicini e vivono, solo apparentemente, della parola di Dio, perché tutto fanno tranne che pensare all'eternità e il loro stile di vita non ingloba nulla di sapore di infinito, di visione paradisiaca, di speranza messianica e cristiana. Al contrario è ben altra storia quella che tanti cristiani, molto vicini alla Chiesa e alla fede, che poi di fatto vivono nel quotidiano. Il vangelo di questa domenica si conclude con un monito severo che va interpretato e letto alla luce delle esigenze spirituali ed ecclesiali di oggi: A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più. Il discorso dell'attesa gioiosa si afferma in modo più evidente facendo riferimento a quanto leggiamo nei due altri testi sacri che oggi abbiamo ascoltato; nella seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, ci viene offerto una lezione e una testimonianza di vita di fede mediante il modo di vivere del nostro padre Abramo, che chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava e come, per fede, soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Sulla scia di Abramo, anche la moglie Sara visse la fede con coraggio e speranza. Infatti sebbene anziana, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Da qui nasce la consistente discendenza dei figli di Abramo e di Sarà, passata al vaglio del dono di Isacco, che lo stesso Abramo stava offrendo in sacrificio a Dio sul Monte Oreb. Abramo non contratta più, non cerca di ottenere il massimo da Dio. Si affida totalmente e gli offre suo figlio Isacco. Ora Abramo crede veramente: non più calcoli umani. Ma solo affidamento in Dio. Perché? Perché ha capito che amare vuol dire solo fidarsi. Ecco la lezione anche per noi. Senza la fede con c'è speranza nel cuore dell'uomo e non c'è amore, carità e vitalità. La fede che ci viene indicata come cammino personale ed ecclesiale si basa sul coraggio, è coraggiosa e trasmette coraggio e forza agli altri. No demolisce convinzioni e sicurezze personali, le indirizza alle vere sicurezze, quelle che contano per sempre e sono eterne.

Questa fede professiamo, questa fede chiediamo di aumentare, questa fede ci sforziamo di vivere nel quotidiano per essere più santi e soprattutto sempre più preparati per accedere ai granai eterni del dispensatore di ogni bene. Amen.

 

 

 

 

 
News6 agosto 2019 Letto 34 volte
una piccola riflessione sul sacro tempo del riposo
 VACANZE QUALCHE CONSIGLIO:

SAPER PARTIRE, SAPER RIMANERE E SAPER TORNARE

 

Anzitutto un'avvertenza credo molto preziosa:

non farsi prendere dall’ansia della partenza: il rischio è che le ferie diventino un incubo. Mi permetto di offrirvi qualche piccolo suggerimento. L’ansia da vacanza e da viaggio spesso è legata al bisogno di organizzare il tempo libero e alla paura di non saper riempire i tempi vuoti. Anzitutto è indispensabile decidere di partire senza doversi per forza portare il nostro mondo in vacanza. È meglio lasciare quasi tutto qui e partire con pochissime cose. Ecco alcuni atteggiamenti e suggerimenti da prevedere e predisporre: Imparate a riconoscere le vostre esigenze. Anzitutto bisogna decidere e prevedere anche i piccoli dettagli insieme a chi viaggia con noi: meglio non delegare gli aspetti organizzativi: non sono secondari. Il rischio è che altri costruiscano la nostra vacanza facendocela sentire come non veramente nostra. Non lasciate lavori o impegni in sospeso. Durante gli ultimi giorni di lavoro pianificate per tempo le attività che per un po’ resteranno in sospeso o in mano ad altri, evitando di ridurvi all’ultima ora dell’ultimo giorno prima della partenza. In previsione delle ferie è naturale accelerare i ritmi lavorativi, se questo significa staccare davvero la spina una volta partiti. Non temete gli spazi vuoti. O meglio non riempite troppo le vacanze con cose da fare e luoghi da vedere: meglio lasciare qualcosa a sorpresa, da decidere all’ultimo momento. Alcune persone, soprattutto quelle più razionali, quando pianificano una vacanza cercano di tenere tutto sotto controllo e di programmare anche i più piccoli particolari. Questo perché si sentono tranquillizzate da una vita programmata nel dettaglio, e cercano di applicare questa logica anche alla vacanza poiché percepiscono la mancanza di schemi come un vuoto. Ma, per staccare davvero la spina dalla routine del quotidiano, è invece più utile provare ad abbandonarsi a esperienze nuove, vivendo giorno per giorno e lasciandosi trasportare dalle casualità. E anche dall’ozio, qualche volta. Aspettatevi eventuali imprevisti. È necessario un minimo di organizzazione, ma occhio a non inseguire la perfezione. Se anche doveste scordarvi qualcosa, o incappare in qualche contrattempo, troverete sicuramente come recuperare. Imparate ad accogliere i possibili imprevisti con un sorriso e con spirito pratico. E poi è meglio guardare alla vacanza come a un’occasione per mettere alla prova la vostra creatività. Evitate di “strafare”. Si sa che in vacanza gli orari e i ritmi quotidiani cambiano, ma attenzione a non esagerare il rischio è che le ferie invece di rilassarti ti facciano solo stancare. Ricordatevi che, se sottoposto ad attività alle quali non è abituato, il vostro corpo potrebbe non rispondere bene. Una buona alimentazione e un buon esercizio fisico vi aiuteranno ad affrontare in modo più sereno le vostre vacanze. Provate a porvi delle domande. Per esempio: se quello che sto facendo mi fa stare male, che cosa posso fare per sentirmi meglio? Come posso distrarmi da questo pensiero? È proprio necessario pensare a questa cosa? Trovare delle risposte vi aiuterà ad affrontare meglio successive situazioni analoghe. Pensate positivo. Se vi accorgete che avete la tendenza a rimuginare e a preoccuparvi, provate a interrompere il flusso di pensieri negativi concentrandovi su qualcosa di bello. Cercate di mantenere nella vostra mente un’immagine positiva: una foto, un ricordo, un viaggio, qualcosa che vi ha fatto stare bene. Cercarla e trovarla dentro di voi vi aiuterà ad affrontare meglio le situazioni a cui la vita vi espone. Anche se siete in vacanza provate a fare qualcosa di utile per voi stessi: a esempio qualcosa di diverso e piacevole senza nessun apparente utilità: ascoltare musica, leggere un libro o guardare un film divertente. E soprattutto aprite la mente e il cuore guardare e osservate i posti, la geografia e la storia del luogo dove trascorrete le vostre ferie e soprattutto guardate e ascoltate le persone che incontrerete: certamente noterete la cultura e i valori del luogo visitato: sarà una vacanza indimenticabile.

Concedete poi uno sguardo particolare ai segni della fede: sarà come cercare Dio nel tempo provvidenziale che in fondo è un suo dono.

 
News4 agosto 2019 Letto 19 volte
Per un uso sapienziale delle ricchezze...oneste
  L’uso dei beni e delle ricchezze per il discepolo di Gesù: possiedi o sei posseduto?

A causa di una lettura superficiale e a interpretazioni errate proposte lungo i secoli, il vangelo è ritenuto dai più una guida non attendibile riguardo al denaro e al suo investimento, anzi, è relegato a una vita più o meno spirituale, eterea, senza alcun riferimento alla vita reale in questo mondo. Ebbene, non c'è niente di più falso, e questa pagina ce lo dimostra.

 

Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede.

Gesù usa ben due verbi: guardate (fate attenzione) e custoditevi (tenetevi lontani). Un verbo riguarda il pericolo fuori di noi, da guardare per essere consapevoli che esiste; l'altro verbo riguarda noi stessi, e fa riferimento a un altro livello di consapevolezza. Il pericolo è la fuori, guardalo in faccia, dagli un nome e un cognome. Tu invece sei il soggetto vulnerabile da custodire e proteggere. Guardate e custoditevi: da chi? Da che cosa? Dall'avere di più, sempre di più, un di più che divora la tua vita, che la svuota, rendendola un'inutile corsa verso il possesso, la bramosia, l'avarizia, l'avidità.

 

Gesù Cristo non ha mai detto che denaro e proprietà siano un male, ha invitato a pagare le tasse, a essere corretti e generosi.

Tuttavia nella pagina che stiamo leggendo il Signore evidenzia fortemente questo pericolo del "di più" e dice chiaramente anche il perché: ipotizzando che tu abbia questo di più, la tua vita non dipende da ciò che hai.

Il problema non è ciò che possiedi: il problema è quando identifichi la tua vita con le tue proprietà, col tuo denaro. Ecco perché la vita eterna è un problema talvolta insormontabile: perché il "di più" per cui tanto ci affanniamo è destinato a essere abbandonato, anche dalle mani che lo stringono con veemenza e avidità. Il richiamo di Gesù non è tanto quello di non possedere, ma quanto più quello di non essere posseduti. Povero o ricco, la tua vita viaggia su un altro binario, e se tu non viaggi nella giusta direzione vieni travolto, stravolto, perché di uno strumento e un mezzo ne hai fatto il fine, il traguardo di una corsa affannata che ha distrutto tutto, anche te stesso, e che ti lascia con le mani vuote, il cuore a pezzi, e tanta tanta fatica inutile.

 

Dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!?.

Questo è quanto ci viene propinato come legge suprema anche oggi: divertiti, rilassati, ridi, mangia, bevi, pensa a te stesso, non cambiare mai. I social network sono stracolmi di queste "perle". Queste sono le parole di un uomo al quale gli affari stanno andando benissimo, i conti tornano e anche molto bene, quindi si appresta a vivere (o a sopravvivere) solo in funzione di se stesso, e usa quattro verbi che mirano a un beneficio esclusivamente materiale; in questa scelta c'è almeno un po' di coerenza da parte di chi per una vita ha pensato solo all'accumulo, al di più. Questo pover'uomo (nonostante sia tanto ricco), è così egoista che parla a se stesso: non ha nessuno con cui condividere il risultato, è profondamente solo, perché in questa sua corsa ha perso ogni relazione.

 

Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà??

La risposta di Dio è una domanda, preceduta da un titolo: "Stolto", o meglio ancora, nel suo significato letterale: "senza mente". Quest'uomo posseduto dai suoi averi è in realtà un contenitore vuoto, il suo unico pensiero è il possedere, il bramare, il desiderare smodatamente. Dopo averlo definito, Dio gli comunica che il tempo a disposizione è finito: time out. Interessante notare che la vita di quest'uomo finisca di notte, nel buio, nella solitudine negativa di chi ha vissuto solo per se stesso, di chi non ha mai gustato un'alba o un tramonto, di chi non ha mai donato un sorriso: è sempre stato buio pesto nella sua vita, e i suoi occhi sempre ottenebrati dalle cose che lo possiedono.

"Quello che hai preparato, di chi sarà?"

Questa domanda è un esame di coscienza, sempre attuale e utile a tutti: per chi stai vivendo? Dove ti stai dirigendo? Per chi o per cosa ti affatichi? Il vangelo non riporta la risposta di quest'uomo, anche perché risposte non ne ha, nessuno ha popolato la sua vita, neppure se stesso. Riposati, mangia, bevi, divertiti sono quattro verbi (positivi se ben intesi), che quest'uomo non ha vissuto e non potrà vivere.

 

Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio.

Questa conclusione da parte di Gesù contiene il vero insegnamento di tutta questa pagina. Così accadrà a chi accumula tesori (il risparmiatore) e non si arricchisce presso Dio. Il risparmiatore è colui che "mette in tasca", tiene stretto il suo tesoro, sempre quello, un tesoro statico, che né aumenta né diminuisce. Chi si arricchisce invece espande il suo tesoro, lo amplia, è un tesoro sempre più grande. Presso Dio: questa precisazione è fondamentale, perché indica che non è la proprietà il traguardo, ma Dio.

Posso possedere tanto, essere ricco, espandere il mio tesoro, ma la mia meta è Dio, là sono diretto, e quando mi verrà posta la fatidica domanda "quello che hai preparato, di chi sarà?" saprò rispondere con un grande grazie al Signore, perché è Dio il senso della mia vita, non il denaro, non le cose. Se mi sono arricchito presso Dio, il mio cuore è pieno di gioia, di pace, di riconoscenza! Non è notte: il sole splende e la mia vita viene messa nelle mani di Dio, anzi è sempre stata in quelle mani. Le mani di chi si è arricchito presso Dio hanno gestito denaro e proprietà senza mai farsi possedere.

La risposta può essere quella del salmista che esclama:

 

"Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita." (Salmo 16,5)

 

Le mani di Dio sono la più grande ricchezza, in questa e nell'altra vita.

 

 

 

 

 

News28 luglio 2019 Letto 27 volte
Un Padre infinitamente ricco di misericordia... per chi sa riconoscersi bisognoso di essa.
IL Vangelo di oggi è preceduto da un brano, del libro della Genesi, davvero importante che ha come protagonista il rapporto intensoissimo tra Dio e il Patriarca della fede.
ecco la mia piccola riflessione. 

 

Il nome della città palestinese di Hebron in ebraico significa amico", e la maggioranza dei suoi abitanti arabi la chiama al-Khalīl, dall'epiteto coranico Khalil al-Rahman, cioè amico del Misericordioso (quindi di Dio), perché in essa abitò e fu sepolto il grande Padre Abramo, che di Dio era l'amico per antonomasia. Abramo è riconosciuto, da vari millenni, come Padre nella fede sia dagli ebrei che dei cristiani e dei musulmani. Qualche miliardo di persone si riconosce dunque come generazione di Abramo. Il Signore ha cercato e conservato una dimensione profonda col Patriarca fin da quando lo chiamò da Ur dei Caldei. Il Signore infatti lo tratta con una familiarità che non riserva a nessun altro personaggio dell'Antico Testamento, nemmeno a Mosè, « con il quale il Signore parlava faccia a faccia » (Deuteronomio 34, 10). E sicuramente uno degli episodi in cui meglio si manifesta l'amicizia tra Dio e Abramo è l'episodio del loro incontro alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno, narrato nel capitolo 18 del Libro della Genesi. In quell'occasione YHWH accetta l'ospitalità di Abramo, gli promette che da lì a un anno egli avrà un figlio da Sara, quindi svela al patriarca le sue vere intenzioni: punire duramente gli abitanti di Sodoma per il loro grave peccato. In questa domenica XVII del T.O. abbiamo potuto ascoltare l'intero brano: Disse allora il Signore: « Il grido contro Sodoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!" Quegli uomini partirono di lì e andarono verso Sodoma, mentre Abramo stava ancora davanti al Signore. Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: "Davvero sterminerai il giusto con l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lungi da te il far morire il giusto con l'empio, così che il giusto sia trattato come l'empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?" Rispose il Signore: "Se a Sodoma troverò cinquanta giusti nell'ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città." Abramo riprese e disse: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere... Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?" Rispose: "Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque." Abramo riprese ancora a parlargli e disse: "Forse là se ne troveranno quaranta." Rispose: "Non lo farò, per riguardo a quei quaranta." Riprese: "Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta." Rispose: "Non lo farò, se ve ne troverò trenta."

Riprese: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti." Rispose: "Non la distruggerò per riguardo a quei venti." Riprese: "Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci." Rispose: «"Non la distruggerò per riguardo a quei dieci."Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione. (Gen 18, 20-33). Pur nel genere letterario della contrattazione orientale, in cui Abramo rilancia in continuazione, ogni volta che il Signore accetta la sua proposta, abbassando la posta. Alla fine però Abramo nella sua incertezza mette un limite: dieci soli giusti per salvare un'intera città abitata da migliaia di persone!

Mi domando e vi domando: ma come mai Abramo si è fermato? Perché non ha continuato nella richiesta almeno per altri cinque? Se Abramo avesse richiesto altri cinque come avrebbe risposto Dio?

Dal contesto del libro della Genesi appare chiaro che Dio avrebbe accolto ed esaudito la richiesta di Abramo… forse anche fino ad arrivare a uno oppure a nessuno poco importa.

È curioso che Abramo si sia fermato: forse perché in fondo Abramo non ha ancora imparato a fidarsi ciecamente di Dio, non ha conosciuto l’infinita misericordia del Misericordioso.

Ecco il punto. Ancora il grande padre Abramo, patriarca della fede, si trova a fare calcoli miopi e umani, non osa, ha timore di chiedere il Tutto perché non ha fiducia che gli sarebbe stato concesso. Ecco perché le due città furono distrutte. Nessuno ha pregato fino in fondo per loro. Ci sarà bisogno di una fede più grande di quella di Abramo. Ci vorrà la totale fiducia di Gesù che, sulla croce, chiede a Dio: Padre Perdona loro perché non sanno quello che fanno…. Non lo sanno.

Ma per la Preghiera, per l’abbandono fiduciale di Gesù Dio perdona a TUTTI… e così anche la timida richiesta di Abramo sarà esaudita. Nell’ultimo giorno Sodoma e Gomorra si ergeranno nel giudizio. La croce di Gesù ha procurato la salvezza di TUTTO il genere umano: dei buoni e dei cattivi.

Buona domenica!

News21 luglio 2019 Letto 44 volte
Marta e Maria due facce di una stessa medaglia: il vero discepolo

 

 

 

Il vangelo di questa domenica ci racconta la visita di Gesù a casa di Lazzaro e delle sorelle Marta e Maria. Una casa amica: un luogo spesso cercato da Gesù. Ha bisogno di trovare i suoi amici più cari. Gesù dice a Marta: "Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta!" Lungo i secoli, molte volte queste parole sono state interpretate come se fosse una conferma da parte di Gesù del fatto che la vita contemplativa nascosta nei monasteri è migliore e più sublime della vita attiva di coloro che si adoperano nel campo dell'evangelizzazione. Questo modo di leggere mi sembra poco corretto; mi pare molto superficiale, manca di fondamento nel testo. Per capire il significato di queste parole di Gesù (e di qualsiasi parola) è importante sempre prendere in considerazione il contesto, in questo caso sia il contesto del vangelo di Luca sia quello più ampio dell'opera lucana: il Vangelo e gli Atti degli Apostoli. Prima di verificare il contesto più ampio degli Atti degli Apostoli, cerchiamo di gettare uno sguardo al testo in sé e di vedere come è collocato nel contesto immediato. Dovremo riuscire a sentirci anche noi nella casa di Betania, in quell’ambiente familiare che Gesù amava tanto. Col versetto 51 del capitolo 9 Luca ci descrive la seconda tappa dell'attività apostolica di Gesù, il lungo viaggio dalla Galilea fino a Gerusalemme. All'inizio del viaggio, Gesù esce dal territorio di Giudea ed entra nelle terre dei samaritani. Pur essendo mal ricevuto dai samaritani, continua nel loro territorio e perfino corregge i discepoli che pensano in modo diverso. Nel rispondere a coloro che chiedono di seguirlo, Gesù esplicita il significato di quanto accaduto, ed indica loro le esigenze della missione. Poi Gesù designa altri settantadue discepoli per andare in missione davanti a lui. L'invio dei dodici era per il mondo dei giudei. L'invio dei settantadue è per il mondo dei pagani. Terminata la missione, Gesù e i discepoli si riuniscono e valutano la missione; i discepoli raccontano le molte attività svolte, Gesù assicura i discepoli sulla speranza che i loro nomi sono scritti nel cielo. Dopo viene il nostro testo che descrive la visita di Gesù a casa di Marta e Maria. Luca non specifica dove si trova il villaggio di Marta e Maria, ma nel contesto geografico del suo vangelo, sappiamo che il villaggio si trova in Samaria. Dal Vangelo di Giovanni sappiamo che Marta e Maria abitavano a Betania, un villaggio vicino a Gerusalemme. Giovanni ci dice inoltre che avevano un fratello di nome Lazzaro. L'entrata nel villaggio e nella casa di Marta e Maria è una tappa in più di questa lunga camminata fino a Gerusalemme e fa parte della realizzazione della missione di Gesù. A Betania ecco dunque è preparata una cena, una cena normale in casa, in famiglia. Mentre alcuni parlano, altri preparano il cibo. I due compiti sono importanti e necessari, i due si complimentano, soprattutto quando si tratta di accogliere qualcuno che viene da fuori. Nell'affermare che "Marta era tutta presa dai molti servizi" (diaconia), Luca evoca i settantadue discepoli anche loro occupati in molte attività del servizio missionario. Marta fattasi avanti, disse: Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. Un'altra scena familiare, eppure c’è qualcosa di strano. Marta si sta occupando da sola della preparazione del cibo, mentre Maria è seduta, e ascolta il Maestro. Marta reclama. Forse Gesù interferisce e dice qualcosa alla sorella per vedere se l'aiuta nel servizio, nella diaconia. Marta si considera una serva e pensa che il servizio di una serva è quello di preparare il cibo e che il suo servizio in cucina è più importante che quello di sua sorella che zitta, ascolta Gesù. Per Marta, ciò che fa Maria non è servizio, poiché dice: Non ti importa che mia sorella mi lasci servire da sola? Ma Marta non è l'unica serva. Anche Gesù assume il ruolo di servo, cioè di Servo annunciato dal profeta Isaia. Isaia aveva detto che il servizio principale del Servo è quello di stare davanti a Dio in ascolto di preghiera per poter scoprire una parola di conforto da portare a coloro che sono sfiduciati. Ora, Maria ha un atteggiamento di preghiera dinanzi a Gesù. La domanda che dobbiamo porci è allora; chi svolge meglio il servizio di serva: Marta o Maria? Il Signore allora rispose: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». Una bella risposta, molto umana. Per Gesù, una buona conversazione con persone amiche è importante e perfino più importante del mangiare. Gesù non è d'accordo con la preoccupazione di Marta. Lui non vuole che la preparazione del pranzo interrompa la conversazione. Ed è come se dicesse: Marta, non c'è bisogno di preparare tante cose! Basta una piccola cosa! E dopo vieni a partecipare nella conversazione, così bella! Questo io credo possa essere il primo significato, parole semplici e umane di Gesù. A Gesù piaceva parlare e conversare. E una buona conversazione con Gesù produce sempre una vera conversione. Ma nel contesto del vangelo di Luca, queste parole decisive di Gesù assumono un significato simbolico più profondo: Come Marta, anche i discepoli, durante la missione, si erano preoccupati di molte cose, ma Gesù chiarisce bene che la cosa più importante è quella di avere i nomi scritti nel cielo, cioè, essere conosciuti e amati da Dio. Gesù ripete a Marta: Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Poco prima il dottore della legge aveva ridotto i comandamenti a uno solo: "Amerai il Signore Dio tuo su tutte le cose ed il prossimo tuo come te stesso". Osservando quest’unico e migliore comandamento, la persona sarà pronta ad agire con amore, come il Buon Samaritano e non come il sacerdote ed il levita che non compiono bene il loro dovere. I molti servizi di Marta devono essere svolti a partire da questo unico servizio veramente necessario che è l’accoglienza delle persone. Questa è la migliore parte che Maria ha scelto e che non le sarà tolta. Marta si preoccupa di servire. Lei voleva essere aiutata da Maria nel servizio a tavola. Ma qual è il servizio che Dio desidera? È questa la domanda di fondo. Maria concorda maggiormente con l'atteggiamento del Servo di Dio, poiché, come il Servo, lei si trova in atteggiamento di preghiera dinanzi a Gesù. Maria non può abbandonare il suo atteggiamento di preghiera in presenza di Dio. Poiché se lo facesse, non scoprirebbe la parola di conforto da portare agli sfiduciati. Questo è il vero servizio che Dio sta chiedendo da tutti.

 

 

Non basta accogliere e servire i fratelli…… è necessario prima di tutto essere disposti ad ascoltarli. Tante volte, più che di pane e di casa… i bisognosi hanno un urgente bisogno di essere riconosciuti come fratelli. Non basta accogliere per un momento e poi fregarsene del destino di tanti che bussano alle porte e ai porti della nostra società… occorre con verità ascoltare il loro grido di giustizia e di condivisione. questo manca nei tanti politici europei che non vogliono ascoltare e soprattutto sanno SOLO demandare ad altri il dovere dell’accoglienza.

Don TOZ

News8 luglio 2019 Letto 73 volte
Le prime parole del nuovo Arcivescovo: un programma pastorale...condiviso!

PRIMA OMELIA DEL NOSTRO NUOVO ARCIVESCOVO

Mons. Roberto Carboni

 

 

Carissimi fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace!

La vostra partecipazione a questa solenne celebrazione manifesta in modo immediato e visibile che il cammino di ciascuno di noi nella Chiesa, il mio cammino come vescovo di questa Chiesa, non è solitario. Infatti, vedo qui tanti volti amici e altri che lo diventeranno.

Ringrazio i confratelli vescovi per la loro presenza Mons. Paolo Atzei, Mons. Giovanni Dettori, Mons. Mosè Marcia, Mons. Mauro Maria Morfino e gli altri vescovi della Sardegna che mi hanno manifestato la loro vicinanza e amicizia ma, a causa di impegni improrogabili nelle loro diocesi, non possono essere qui con noi.

Sono particolarmente grato al vescovo Ignazio per il servizio alla nostra Chiesa di Oristano durante i suoi anni di episcopato. La sua presenza qui, oggi, testimonia la comunione e la continuità che deve animare i diversi ministeri nella Chiesa anche nell’avvicendarsi delle persone, per riportare sempre alcentro l’essenziale, cioè l’annuncio di Gesù Cristo. Saluto i presbiteri e diaconi dell’Arcidiocesi di Oristano che sono qui con tanti cristiani provenienti dalle loro comunità. Mi accosto con rispetto a ciascuno di voi, per condividere il servizio che da tempo offrite al popolo di Dio, insieme alle preoccupazioni che pure l’accompagnano. vi invito già da ora ad approfondire il dialogo fra noi e prestare insieme ascolto allo Spirito Santo, coinvolgendo i laici, uomini e donne, per fare discernimento su come rispondere oggi a ciò che il Signore ci dice attraverso i segni dei tempi. Saluto i presbiteri, i diaconi e le comunità cristiane della Diocesi di Ales-Terralba che mi accompagnano con la loro preghiera, amicizia e sostegno: spero, con l’aiuto della Grazia di Dio, di continuare a servire quell’amata Chiesa come ho imparato a fare in questi anni. Ai presbiteri dell’una e dell’altra Diocesi chiedo di trovare insieme quei percorsi di comunione e condivisione che la Chiesa si attende da noi.

Saluto le Autorità che hanno voluto essere presenti a questa celebrazione di inizio del mio ministero episcopale nella Arcidiocesi di Oristano: il Signor Prefetto Dott. Gennaro Capo, il signor Sindaco di Oristano Dott. Andrea Lutzu, il Questore Dott.ssa Giusy Stellino, le autorità Militari, i sindaci che provengono dal territorio della Diocesi di Ales-Terralba e dalla Provincia di Oristano. Grazie a tutti!

Permettetemi di rinnovare a tutti voi il saluto di san Francesco: “Il Signore vi dia pace!”. Esso mi pare oggi particolarmente adatto, sia per rendere omaggio al Serafico Padre san Francesco che mi ha insegnato l’amore alla Chiesa e al popolo di Dio, sia perché in esso il protagonista è il Signore Gesù. Egli, nel presentarsi ai discepoli dopo la Sua Resurrezione offre la “Sua pace”, cioè quell’atteggiamento del cuore in cui il dialogo con Dio, con i fratelli, con il mondo si trasforma in stile di accoglienza e amore. La nostra vocazione comune trova qui il suo significato più profondo: farsi messaggeri di questa pace, dato che in modo speciale oggi – nel nostro mondo segnato dalla violenza e dalla divisione – ne abbiamo maggior bisogno: nelle nostre famiglie, dentro la società, nella comunità ecclesiale, nelle comunità religiose e nella stessa comunità presbiterale.

Nel perìodo che ha accompagnato la mia preparazione a questo momento solenne, ho riflettuto spesso sul ministero episcopale e sull’atteggiamento con cui accogliere questo nuovo servizio che il Signore, attraverso la Chiesa e il Papa, mi ha chiesto. Nei dialoghi e negli auguri di tanta gente ho sentito utilizzare con affetto espressioni che certo fanno parte del linguaggio giuridico-ecclesiastico della Chiesa, ma che al tempo stesso mi sono sembrate limitate e bisognose di essere rivisitate. Ho sentito parlare di “promozione”, di “avanzamento”. Permettetemi di dire, senza voler scandalizzare nessuno, che non vedo adeguate queste parole per descrivere il Ministero episcopale. La Chiesa tre anni fa mi ha affidato la comunità cristiana della Diocesi di Ales-Terralba per amarla, servirla e guidarla e mi chiede ancora di continuare a farlo, e oggi mi affida la comunità cristiana dell’Arcidiocesi di Oristano. Parlando di Chiesa, di cristiani, di fede che tutti ci unisce, credo non siano adeguati i concetti di “piccolo e grande, più e meno, modesto e importante”. Certo la storia, la geografia, le tradizioni, i campanili hanno e avranno il loro peso, ma considero questo ministero – e invito anche voi a farlo – più nella prospettiva di un servizio all’unica comunità cristiana riunita attorno a Gesù Cristo, chiamata a testimoniarlo, piuttosto che solo in termini di strutture o di organizzazione, seppure esse siano di certa utilità.

Una seconda parola si è affacciata talvolta in questi mesi: “la presa di possesso”. Anche in questo caso siamo debitori al linguaggio giuridico e tradizionale e non ce ne scandalizziamo. Ma sappiamo bene che il servizio alla Chiesa e nella Chiesa non è una “appropriazione”, ma appunto un “servizio”. Non sono, queste, parole mie, ma del Vangelo, dove Gesù insegna ai discepoli che “potere” significa “servire”. La Chiesa, la Diocesi, non è mia, non è dei preti o religiosi o dei diaconi, non è neanche solo dei cristiani. Come non possiamo dire che qualcuno è “proprietario” della propria famiglia, sia esso il padre, la madre o i figli, così dobbiamo ricordarci che la Chiesa siamo noi e noi siamo di Cristo. Essa si costruisce nella fedeltà a Cristo e vive dell’apporto di ciascuno e ciascuno ha la sua responsabilità nel renderla ospitale oppure ostile, accogliente o distante.

La Liturgia della Parola illumina oggi questa celebrazione, indicando a ciascuno – e per primo a me come vescovo – la strada da percorrere. Il Signore ci chiama per mandarci. Nessuno di noi riceve una chiamata, la vocazione, come un titolo di gloria o una medaglia al valore. Si tratta piuttosto di una “spinta” ad uscire da noi stessi e metterci in cammino. Essere discepoli del Signore non è dunque un privilegio da coccolare e tenere “ben conservato sotto spirito”, come direbbe Papa Francesco, ma piuttosto si tratta di un dono, di un compito e di una responsabilità, oltre che di un Mistero. UN DONO: dato che nessuno può “chiamare se stesso” se non a rischio di fondare la vocazione su motivazioni umane; di UN COMPITO: poiché è una chiamata esigente, che inizia dal battesimo che tutti ci unisce, per arrivare poi alle molte vocazioni che qui oggi sono rappresentate. È pure una RESPONSABILITÀ: che mette specialmente noi ministri ordinati nell’esigenza di non usare per noi la vocazione; non “servirci” delle cose di Dio ma servire le cose di Dio.

Mi è stato chiesto quale fosse il mio “programma di lavoro” entrando nella Arcidiocesi di Oristano. Non vi sono altri programmi diversi da questo: annunziare Gesù Cristo, aiutare le persone ad incontrarLo e trasformare l’incontro con il Signore in carità verso gli altri. Fuori di questo si rischia di trasformare le nostre comunità in moltiplicatrici di attività, erogatrici di servizi, in agenzie sociali, ma forse perdendo l’essenziale: il Signore.

C’è bisogno di questo annuncio oggi, nella nostra Chiesa, nelle nostre comunità cristiane? Sebbene tutti aspiriamo alla salvezza che è fatta di pace, di amore, di giustizia, sappiamo bene che siamo anche capaci di produrre mostri, di creare violenza, negazione e rifiuto. Come cristiani dobbiamo farci annunciatori di una speranza che è fede nel Signore ma anche impegno di ciascuno. È vero che solo il Signore può salvarci dal male, ma, come dice san Paolo, noi siamo “ambasciatori di Cristo” e dobbiamo dire a noi stessi e agli altri “Lasciatevi riconciliare”.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato dice con chiarezza che nel cammino del discepolo missionario bisogna mettere in conto la croce. Se prendiamo sul serio la nostra missione sappiamo che troveremo anche persecuzioni. La croce del Signore, così difficile da accettare per ciascuno di noi, è il segno della vittoria sul male e sulla morte. La croce non è solo ascesa, neanche occasione di itinerario morale, neanche solo una semplice imitazione della croce di Gesù, ma è insieme luogo della speranza e anche della profezia. Come discepoli siamo chiamati a proclamare con la parola e con la vita che è possibile una nuova logica, che non è quella del “mondo di lupi dominati dall’aggressività”, ma di persone che riconoscono l’umanità dell’altro e il segno indelebile della figliolanza di Dio. Nell’invio del discepolo c’è una nuova logica; non quella dell’apparenza, dell’avere, ma quella dell’accoglienza, della condivisione. Non dobbiamo nasconderci che il nostro mondo non sente più bisogno di Dio. Forse tocca anche noi quel sottile pensiero che affascina anche tanti nostri giovani: “si può fare senza di Lui”, si può essere felici (forse) senza di Lui. Non siamo chiamati a lamentarci della prima “generazione incredula” come è stata chiamata, ma piuttosto a svegliarci dal sonno e stimolare in noi la domanda: siamo ancora capaci di far risplendere la bellezza della nostra vocazione cristiana, dell’incontro con Gesù Cristo, della novità portata dalla Sua presenza e Parola? La Parola di Gesù ci ricorda che la messe è abbondante ma sono pochi gli operai.

È noto che esiste un calo notevole di vocazioni al sacerdozio, sia in generale nella Chiesa come nelle nostre Diocesi. Le motivazioni sono molteplici. Fattori che si condizionano reciprocamente con un effetto a catena a cui non è facile dare risposte o soluzioni immediate.

La vocazione è certo un dono di Dio, un’ispirazione dello Spirito Santo, ma come ci insegna la Scrittura, essa ha bisogno di mediazioni per farsi strada. Si tratta di quella che Benedetto XVI, ripreso poi da Papa Francesco, chiama la logica “dell’attrazione e non del proselitismo”. Ciascuno di noi in questa prospettiva ha la propria responsabilità: i laici, la famiglia, gli educatori, i catechisti e certo anche e soprattutto i presbiteri che con la loro testimonianza di una vita donata possono dire, anche senza tante parole, che ne vale la pena, che si può amare e servire il Signore nella vocazione sacerdotale.

A conclusione di questa riflessione, dove ho toccato velocemente e condiviso con voi alcuni temi che mi stanno a cuore e che la Parola di Dio oggi ripropone, desidero ringraziare e lodare La Ss. Trinità, per i grandi doni che ha fatto alla mia vita, attraverso le tante persone che hanno segnato e attraversato il mio percorso umano e spirituale. La bontà di Dio si manifesta nella storia della salvezza, in quella universale che tutti ci accomuna, e in quella di ciascuno di noi e si realizza in persone, avvenimenti, momenti difficili e scelte ispirate dallo Spirito del Signore. Affido il mio cammino e quello della Arcidiocesi di Oristano e della Diocesi di Ales-Terralba alla Madre del Signore – la Vergine Maria – che veneriamo con il titolo di Madonna del Rimedio, Madonna Di Bonacatu e di Santa Mariaquas. È sempre la stessa Madre di Dio, colta nei suoi diversi atteggiamenti di misericordia e intercessione per noi. È Lei che rinnova l’invito per il cammino spirituale di ciascuno di noi dicendoci: “Fate quello che Egli, Gesù, vi dirà”. Amen

Cattedrale di Oristano domenica 7 luglio 2019

 
News6 luglio 2019 Letto 79 volte
Sabato scorso Ŕ stato ordinato Presbitero e oggi ha Presieduto la Sua prima Messa
Sabato 29 giugno u.s., nella Chiesa Parrocchiale di Meana Sardo
l'Arcivescovo Mons. Ignazio Sanna,
ha posto uno dei suoi ultimi atti pastorali
in qualità di Arcivescovo e Amministratore Apostolico della nostra Arcidiocesi Arborense,
ha ordinato il 17° presbitero del suo intenso governo pastorale.
Questa mattina, 6 luglio 2019, don Emanuele ha presieduto,
per la prima volta, la Solenne Celebrazione Eucaristica: chiamata Prima Messa.
 
Al novello sacerdote auguri fraterni da parte di tutta la nostra Comunità Parrocchiale.
 
 
 
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