Arcidiocesi di
Oristano
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17 giugno 2018 Letto 77 volte
C' è sempre qualcuno alla ricerca di comunità e liturgia ideale...
Dopo aver dedicato tante puntate a descrivere il servizio liturgico dei ministranti, ho sentito il bisogno di ritornare, con qualche piccola riflessione, sul concetto di ministerialità che, molto opportunamente, gli studiosi e i pastori hanno definito come snodo essenziale perché si possa attuare lo spirito della Riforma Liturgica, consentendo così a tutto il popolo di Dio di partecipare pienamente alla vita liturgica della Chiesa. Per celebrare bene cioè per realizzare la celebrazione cristiana è necessario, anzitutto, essere disposti a “imparare” i contenuti di fede che i riti veicolano e consentono, per questo motivo è assolutamente indispensabile che vi sia una comunità educante, una comunità, strutturata in modo ministeriale, dove il ministero ordinato, pur essendo indispensabile non è, e non potrebbe mai essere, il Tutto Ecclesiale. La comunità è indispensabile. Una comunità che vive quotidianamente oltre la celebrazione dei divini misteri anche il giusto approfondimento (mistagogia) dei contenuti della fede pregata e perciò vissuta e creduta. Queste dimensioni si concretizzano quando ci lasciamo coinvolgere attraverso atteggiamenti personali come la buona volontà e la disponibilità. Ma la fede, e la vita liturgica che la esprime, hanno bisogno di una forte dimensione comunitaria: non si cresce da soli, non si cresce non partecipando, non si cresce conoscendo solo alcune cose e tenendole per noi. Si cresce solo se si vive l’esperienza della fede con gli altri, con la mia comunità. Da questo punto di vista in molte assemblee parrocchiali, dopo 60 anni dalla Riforma, latita proprio una vera dimensione comunitaria. La liturgia e la vita della comunità deve realizzarsi nell’hic et nunc, cioè qui e ora. Purtroppo ci sono ancora numerosi cristiani, anche preti e catechisti, che continuamente sono alla ricerca di situazioni ideali e appetibili in comunità perfette, con la conseguenza tragica di cercare l’ideale altrove dimenticando e umiliando così la propria comunità concreta. Si cercano qua e là le condizioni migliori per esprimere e cercare di vivere la propria fede (ahimè) in luoghi lontani con la conseguenza di vivere in modo disincarnato l’esperienza cristiana. Ci si attacca al carisma delle persone o all’accoglienza di determinati “eldorado”. Non impegnandosi nell’oggi e nel luogo di appartenenza, ci si allontana sempre di più dalla logica dell’incarnazione e dall’atteggiamento profetico che deriva invece dall’inculturazione della fede, presupposti assolutamente indispensabili perché la liturgia animi la vita. Le nostre comunità stanno gradualmente perdendo di vista il senso e il valore di una liturgia quotidiana che, di conseguenza, non innerva più la vita, mentre cresce l’illusione che possa bastare una spiritualità dei tempi forti e delle situazioni affettivamente più toccanti ed empatiche. Una liturgia che venga incontro solo alle esigenze sentimentali non è la Liturgia della Chiesa cattolica. È urgente una conversione radicale, un cambiamento di mentalità. Dobbiamo impegnarci tutti a costruire una Chiesa ministeriale. Solo guardando al nostro Signore che è venuto non per essere servito ma per servire, ci sentiamo posti in atteggiamento di servizio. Ministeri e carismi, nella complementarità del sacerdozio battesimale, non sono per la competitività né per la frammentazione della comunità, ma per la sua edificazione. (pubblicato in L'Arborense, n.23/2018)
17 giugno 2018 Letto 14 volte
I criteri di Dio: scelgo la piccolezza
Oggi la Liturgia della Parola ci invita a confidare in Dio e a conoscere quale sia il suo "stile". Nel vangelo di Marco ci viene detto chiaramente che il seme, cioè la Parola e il terreno, cioè il cuore dell’uomo, sono fatti l'uno per l'altra. Il Regno di Dio assomiglia a un incontro tra il seme e la terra, e questo incontro non è casuale, perché è voluto dal contadino... c'è questo desiderio da parte di Dio: che il Regno nasca, cresca, possa dare frutto. Ecco allora la bellezza di questa terra che siamo noi, una terra capace di ricevere e alla quale è chiesto solo di ricevere e così si mette a produrre spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Se ci si incontra e ci si riceve il dono di Dio sarà in noi fecondo e quasi spontaneamente verrà il frutto. La potenza del seme gettato è così grande che anche noi siamo capaci di produrre perché la sua potenza buona trasforma anche noi. Una potenza grande che contrasta con la piccolezza del seme che è davvero quasi invisibile. Si può considerare proprio insignificante il seme tanto è piccolo, ma acquista significato proprio quando viene seminato. Mi piace molto che l'evangelista specifichi bene le dimensioni: è il più piccolo di tutti i semi... il più piccolo... tanto piccolo che sarebbe impossibile non fare spazio, sarebbe impossibile non accoglierlo. Forse il vangelo ci vuole parlare del grande rispetto che Dio ha della nostra poca capacità di accoglienza, della nostra fatica a fare spazio, della paura che ci assale quando affrontiamo cose più grandi di noi. Il mistero del regno di Dio è presentato come un incontro d'amore, provocato da un atto d'amore che è il gettare il seme... ebbene questo gesto d'amore, questo seminare il seme che è la Parola di Dio possiamo farlo tutti, dobbiamo farlo tutti.
10 giugno 2018 Letto 27 volte
Chi è mia Madre? chi sono i miei fratelli? Chi fa la volontà del Padre mio
Il brano evangelico di oggi ci presenta un episodio del ministero di Gesù che non mancherà di sorprenderci: i parenti di Gesù si recano a Cafarnao per prenderlo con sé e ricondurlo alla ragione. Possibile che la sua famiglia sia cieca fino a questo punto? Non si rendono conto che il messia non deve essere ostacolato nel suo cammino, che nessuno può impedirgli di compiere la sua missione? Per capire il loro atteggiamento, bisogna ricordare che i primi trent'anni di Gesù erano trascorsi nell'oscura banalità di una vita simile a quella di tutti gli altri. Poi, all'improvviso, quest'uomo abbandona il suo villaggio e si mette a percorrere il paese avanzando pretese abnormi, come quella di correggere la Legge e le venerabili tradizioni del popolo eletto. Come accettare tutto questo? In effetti, lo zelo di Gesù per la casa di suo Padre appare eccessivo, quasi folle e la sua famiglia ha molti buoni motivi per essere preoccupata. Ma egli non cesserà di sconcertarli, fino alla suprema follia della croce. Solo Maria ed alcuni parenti si lasceranno trascinare fino al calvario. Quanta fatica per accettare quell'uomo e quanta ancora ne dovranno fare per comprenderlo! Ben diversamente grave ed inquietante è il giudizio perentorio pronunciato dagli scribi. L'evangelista non ha dubbi: è una bestemmia contro lo Spirito santo, la cui gravità deriva dal fatto che non si tratta più semplicemente di un errore sulla persona di Gesù, ma di un rifiuto positivo e deliberato della grazia e della rivelazione. Chiamare satana il figlio di Dio significa collocarsi al di fuori della salvezza. La scelta si impone ancora oggi: con il Cristo o contro di lui? Bisogna essere un po' pazzi per seguirlo, non bisogna essere troppo «ragionevoli» se si vuol appartenere alla vera parentela di Gesù: quella che trova in lui la propria famiglia e la propria casa. Antifona d'Ingresso Sal 26,1-2 Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore? Proprio coloro che mi fanno del male inciampano e cadono. Nell’antifona d'ingresso (Sal 26,1.2bc, SFI) la fiducia è proclamata e riaffermata dall'Orante, chiamando il suo Signore con i titoli di Luce e Salvezza sua (18,9; Is 60,20; Mich 7,8), modi per esprimere che è la Vita sua. Per questo nulla teme da nessuno (22,4; 55,5.11; 117,6; Is 12,2; 51,12; Rm 8,31) e per nessun motivo (v. 1a). In parallelo, egli proclama che il Signore è la Fortezza che protegge la sua vita, per cui anche da questa parte nulla teme (v. 1b). Al contrario, debbono tremare di terrore davanti al Signore quanti tribolano la vita del protetto da Lui (v. 2bc), contro cui tuttavia non hanno alcuna forza per nuocergli. Canto all’Evangelo Gv 15,15 Alleluia, alleluia. Io vi ho chiamati amici, dice il Signore, perché tutto ciò che ho udito dal Padre ve l'ho fatto conoscere. Alleluia. L’alleluia all'Evangelo (Gv 15,15) orienta la proclamazione evangelica con l'affermazione del Signore sulla totale comunicazione delle Parole del Padre agli uomini che ascoltano-compiono la Sua volontà e per questo sono chiamati amici e sono fratelli del Signore. Dopo aver scelto i Dodici come apostoli, Gesù fonda la nuova famiglia dei figli di Dio. Condizione per essere ammessi: accogliere la parola del Cristo, il fratello maggiore. Non tutti però credono: i suoi concittadini, i suoi stessi parenti non comprendono la sua missione e lo giudicano pazzo od indemoniato. Tuttavia Gesù è categorico: chi rifiuta la salvezza che egli propone, non ne troverà un'altra. Poiché la fede cristiana è un libero impegno, non sono più i legami naturali che fanno l'unità, ma l'obbedienza allo Spirito di Dio che si rivela in Cristo. Tutti coloro che accolgono la parola di Gesù sono figli adottivi di Dio e fratelli tra di loro. Per il contesto della pericope evangelica possiamo dire che siamo nella sezione (1,14-8,26) detta del ministero messianico in Galilea che ha come nucleo propulsivo il Battesimo (1,9-11). Questa Domenica il Signore opera i prodigi grandi come Re messianico, per riconquistare al Padre il Regno, impedito dal «regno di satana». Ora, durante la sua predicazione messianica avviene la tragedia, di quanti Lo respingono perfino con accuse infamanti. E questi sono i suoi avversari personali e dichiarati. E però avviene anche il dramma dei suoi stessi parenti, che non Lo comprendono pienamente e quindi non Lo accettano per quello che è, e anzi cercano con ogni mezzo di impedirgli di proseguire il suo ministero, temendo per la sua vita. Il Signore era salito sul monte, in solitudine, per innalzare al Padre, in indicibile colloquio, la grande epiclesi per il Dono dello Spirito Santo sui discepoli che ha deciso di scegliere (Mc 3,13). Poi tra essi ne sceglie Dodici (Mc 3,14-19), che porterà con sé e formerà alla predicazione dell'Evangelo del Regno, ai quali affida la direzione degli altri discepoli, al fine che possa poi inviare tutti questi al mondo. L'episodio si svolge a Cafarnao. Egli torna a casa, che è la casa di proprietà di Pietro (Mc 1,29), ma dove in realtà Lui è l'Ospite divino. Qui è si raduna come sempre la folla dei malati e dei bisognosi, che Lo pressano talmente che non può neppure prendere il cibo (lett. «mangiare il pane»; nella sua semplicità l'annotazione rende quasi visibile l'accalcarsi della folla). leggi tutto
4 giugno 2018 Letto 75 volte
in Comunione con Gesù e con i fratelli
Grande gioia, visibilmente espressa nel viso di tutta la comunità, ha segnato la bella celebrazione eucaristica nella solennità del Corpus Domini. Preparati dalle catechiste Susanna e Barbara, dai genitori, dagli animatori e da tutta l'assemblea, si sono accostati per la prima volta al grande mistero dell'Eucaristia facendo la Prima Comunione i ragazzi del Gruppo Emmaus della nostra Parrocchia. ELEONORA, VITTORIA, GIULIA, ANTONIO,ALBERTO, MATTIA, AURORA, FRANCESCO, MATTTEO, REBECCA, CRISTIANO,ANDREA, ELEONORA, ALESSANDRA,MIRCO, ELENA, RICCARDO, FRANCESCO, SOFIA, IRIS, ELENA, CRISTIAN, GIACOMO, MICHELA, ANGELICA E FABRIZIO: la comunità cresce in comunione e in santità. auguriamo a questi nostri piccoli fratelli di essere sempre più strumenti di comunione. Facendo comunione con Gesù diventiamo sempre più il suo Corpo per la vita del mondo. auguri e grazie a TUTTA LA Comunità.
4 giugno 2018 Letto 36 volte
donami una fede che ama!
Omelia per la messa di Corpus Domini (Cattedrale di Oristano, 3 giugno 2018) Cari fratelli e sorelle, abbiamo celebrato l’Eucaristia e abbiamo portato il Santissimo in processione per le vie della nostra città, invocando la sua protezione sulle nostre famiglie e sulle nostre istituzioni. Ora vogliamo riflettere un momento sul significato, per la nostra vita di credenti, del gesto di fede che abbiamo compiuto. Sia le letture dal libro dell’Esodo e dalla lettera agli Ebrei così come lo stesso Vangelo riportano la parola: “alleanza”, un termine biblico molto significativo. Negli ultimi tempi abbiamo sentito ripetere spesso un’altra parola: “contratto”, al fine di indicare il mezzo migliore per regolare la vita sociale e politica degli italiani. Il contratto, però, è valido per regolare i rapporti tra gli uomini, non è valido per regolare il nostro rapporto con Dio. Il nostro rapporto con Dio, infatti, non è paritetico. Noi non siamo alla pari con Dio. Lui è il Creatore, l’Onnipotente. Noi siamo semplici creature. Nella messa cantiamo: “Ecco il nostro niente, prendilo o Signor”. Per questo motivo, non troviamo la parola “contratto” nella Bibbia. C’è, invece, la parola “alleanza”, per descrivere il patto di Dio con gli uomini di tutti i tempi. Per la prima volta, troviamo questa parola nel patto con il patriarca Noè (cfr. Gn, 9); la troviamo ripetuta nel patto con il patriarca Abramo (cfr. Gn,15); la troviamo nel patto del patriarca Mosè con il popolo sul Monte Sinai (cfr. Es,24). Infine, la troviamo nel gesto dell’ultima cena di Gesù, quando ha istituito l’Eucaristia, per garantire la sua presenza in mezzo a noi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi (cfr. Mc, 14). In parole semplici, l’alleanza esprime la fedeltà di Dio nei nostri confronti. Noi possiamo tradire, Dio non tradisce mai. Prega il salmista: “eterno è il suo amore per noi; eterna è la sua fedeltà” (Sal, 99, 5). La fedeltà di Dio è la garanzia della nostra salvezza. Se, infatti, la salvezza dipendesse solo dalla nostra fedeltà, non potremmo stare molto tranquilli, perché conosciamo la nostra debolezza e la nostra precarietà. Quante volte abbiamo messo le ali perché volevamo volare e ci siamo trovati sporchi del fango della terra! Quante volte abbiamo promesso fedeltà e abbiamo tradito chi ci ha dato fiducia e promesso amore. Oggi, poi, evocare un rapporto di fedeltà equivale a pronunciare una bestemmia sociale. La civiltà del computer cancella rapporti di convivenza, diritti di buona fama, doveri di rispetto delle persone e dei ruoli istituzionali con un semplice clic d’una tastiera. L’ultima cena con i discepoli evoca la celebrazione della pasqua ebraica, che ha scandito la vita di Gesù. Per esempio, secondo San Luca, Gesù dodicenne compie il pellegrinaggio pasquale a Gerusalemme insieme ai genitori, che non compresero il suo gesto e lo cercarono angosciati per tre giorni (Lc 2, 41-50). San Giovanni ricorda almeno tre pasque della vita pubblica di Gesù: quella in cui opera la purificazione del tempio e annuncia la costituzione del suo corpo stesso come tempio nuovo (Gv, 2, 13-25); quella in cui avviene il "segno" della moltiplicazione dei pani e l'autorivelazione di Gesù come “pane vivo, disceso dal cielo” (Gv 6, 35-59); l'ultima, connessa alla resurrezione di Lazzaro e all'ingresso messianico a Gerusalemme culminante nell'annuncio della salvezza universale: “E io, quando sarò innalzato dalla terra, trarrò tutti a me” (Gv 12, 32). Ora, nel rito dell’ultima cena, Gesù usa il termine “alleanza”, e San Luca e l’Apostolo Paolo precisano che si tratta di una “nuova alleanza”. L'autore della Lettera agli Ebrei chiarisce il concetto della nuova alleanza, citando testualmente il testo profetico di Geremia: “Ecco verranno giorni, dice il Signore, nei quali con la casa d'Israele e con la casa di Giuda io concluderò un'alleanza nuova. Non come l'alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d'Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi il loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora sarò io il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: "Riconoscete il Signore", perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato” (Ger 31, 31-34). Dunque, il passaggio definitivo cui alludono le parole pronunciate da Gesù sul calice dell'ultima cena è il passaggio dalla legge scritta sulla carta alla legge non scritta del cuore. Secondo uno studioso della Bibbia, “la Pasqua di Cristo è il passaggio dal dovere della religione alla libertà della fede”. Per quanto riguarda il comandamento di Gesù di fare la sua memoria ripetendo il gesto eucaristico di mangiare il suo corpo e bere il suo sangue, mi permetto di ricordare che, secondo Gustavo Gutierrez, noi cristiani siamo eredi e testimoni di due memorie unite in una. La prima è la memoria dell’ultima cena: “fate questo in memoria di me” (cfr. Mc 14, 22-25) . Le nostre Eucaristie fanno memoria della passione, morte e risurrezione di Gesù, nonché del suo insegnamento, della sua misericordia, della sua salvezza. E’ una memoria che ci dà forza e speranza, che ci fa entrare in comunione con Gesù stesso. C’è però anche un’altra memoria che troviamo nel vangelo di Giovanni: la lavanda dei piedi (cfr. Gv 13, 1-15). La prima “memoria” è sostituita dalla seconda, ossia dal “comandamento” di ripetere il gesto di Gesù, nel mettersi a servizio delle altre persone. Ma le due memorie sono inseparabili. Una non può sussistere senza l’altra. Le possiamo distinguere ma non separare. Fare memoria di Gesù è la stessa cosa che mettersi al servizio dell’altro, e mettersi al servizio dell’altro è la stessa cosa che testimoniare Gesù. E’ quanto è avvenuto con la vicenda del “samaritano invisibile” di Milano, che ha donato il suo rene al Policlinico Gemelli e ha salvato la vita a uno sconosciuto. In queste stesse ore, Papa Francesco porta Gesù Eucaristia nelle vie di Ostia, trasformando in tabernacolo le strade del quartiere, dove la gente si sente minacciata nella propria sicurezza. Questo gesto del Papa ci insegna che servire il povero è un’altra forma di ricordare Gesù. leggi tutto
25 maggio 2018 Letto 33 volte
Dio è una famiglia
La solennità della Santissima Trinità, che si celebra la domenica successiva alla Pentecoste, a conclusione del lungo itinerario di spiritualità pasquale, ci fa riflettere sulla vera identità del Dio di Gesù Cristo. Sorgono alcune domande nel nostro cuore: chi è questo nostro Dio ? Come è in se stesso? Come si è rivelato a noi? Di Dio ci ha parlato Gesù: i è presentato a noi come il Figlio unigenito e ci ha comunicato la sua relazione con il Padre e lo Spirito Santo. Un Dio famiglia, un Dio comunione e comunità: Uno e Trino, uno nella natura, trino nelle persone. Gesù, quindi, ci rivela tutto di se stesso, del Padre e dello Spirito Santo. Ci rivela che questo Dio è Amore in se stesso, è amore nella creazione, è amore nella redenzione, è amore nella santificazione. Diceva Papa Benedetto XVI: Quest'oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l'ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza: è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il nome della Santissima Trinità, perché tutto l'essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l'Amore creatore. Tutto proviene dall'amore, tende all'amore, e si muove spinto dall'amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! (Sal 8,2) - esclama il salmista. Parlando del nome la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il tessuto di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all'Amore. In lui - disse san Paolo nell'Areòpago di Atene - viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l'amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un'analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l'essere umano porta nel proprio genoma la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore. La Parola di Dio di questa domenica ci aiuta a comprendere nella fede, essendo un mistero di fede, chi è il nostro Dio e quale è il nostro rapporto con lui, esseri umani limitati nella possibilità di comprendere in pienezza ciò che Egli effettivamente è. Nel libro del Deuteronòmio, troviamo, infatti, questo significativo brano, attinente il mistero dell'unicità di Dio. Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n'è altro. Nel brano della lettera di san Paolo Apostolo ai Romani, ci parla del dono dello Spirito Santo e della sua azione santificante nella vita del credente: Voi avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Nel Vangelo odierno, Gesù stesso, conferendo il mandato missionario a suoi discepoli, prima di ascendere al cielo, raccomanda alcune cose fondamentali da fare e soprattutto da credere e professare: A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Padre, Figlio e Spirito Santo è il mistero principale della nostra fede, con il quale professiamo che Dio è Uno nella natura e Trino nelle persone. Proprio perché è un mistero, esso come tale non può essere compreso. Ma non per questo è qualcosa d'irragionevole. La ragionevolezza del mistero della Trinità sta nel fatto che esso non afferma l'esistenza di tre dei, bensì di un solo Dio che però è in tre Persone uguali e distinte. Nel Credo si afferma: «Credo in un solo Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo». Quale è il Padre, tale è il Figlio e tale è lo Spirito Santo. Increato è il Padre, increato è il Figlio, increato è lo Spirito Santo. Onnipotente è il Padre, onnipotente è il Figlio, onnipotente è lo Spirito Santo. Tuttavia non vi sono tre increati, tre assoluti, tre onnipotenti, ma un increato, un assoluto e un onnipotente. Dio e Signore è il Padre, Dio e Signore è il Figlio, Dio e Signore è lo Spirito Santo; tuttavia non vi sono tre dei e signori, ma un solo Dio, un solo Signore (Simbolo atanasiano). Un mistero che è presente nella nostra vita, anima la nostra esistenza e guida il nostro cammino nel tempo e ci prepara all'eternità, dove, un giorno vedremo Dio faccia a faccia e vivremo per sempre immersi nel Dio Uno e Trino, nel Dio d'amore infinito. Nel cammino temporale, noi cerchiamo di capire, spiegare ed entrare in questo grande mistero della nostra fede, non per semplice curiosità, ma vivendo nella comunione trinitaria. Ed essendo l'uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, in se porta il desiderio di comprensione legittima di ogni cosa che compare nella sua mente, nel suo pensiero e tocca il suo cuore. Potremmo, in ragione di questo desiderio di conoscere Dio, non da un punto razionale, il che è impossibile, ma da un punto di vista esperienziale, come risposta di fede ad un mistero di fede, che nella Trinità il Padre è la mente, che da tutta l'eternità genera il suo Pensiero perfettissimo (il Logos), il Verbo Incarnato, Gesù Cristo, nostro Redentore. Il Pensiero, generato eternamente dal Padre, sussiste, come persona distinta, ed è lo Spirito Santo. Ma come la mente, il pensiero e l'amore sono nell'uomo tre cose distinte, ma assolutamente inseparabili, così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, sebbene sussistano come persone distinte, sono però un Dio solo, un solo Amore eterno e comunicativo, in modo perfettissimo tra le Tre Persone che costituiscono in Unità, nella natura, il nostro Dio Trino nelle persone. Nel rinnovare la nostra fede nel mistero della Santissima Trinità, con la chiesa che oggi eleva la sua lode e ringraziamento a Dio nella liturgia eucaristica, confermiamo queste verità: Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, con il tuo unico Figlio e con lo Spirito Santo sei un solo Dio, un solo Signore, non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Quanto hai rivelato della tua gloria, noi lo crediamo, e con la stessa fede, senza differenze, lo affermiamo del tuo Figlio e dello Spirito Santo. E nel proclamare te Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle Persone, l'unità della natura, l'uguaglianza nella maestà divina. Oggi siamo qui a dirti grazie o nostro Dio, Padre e Creatore, a rinnovare il nostro impegno di conformarci a Cristo, Tuo Figlio e nostro Salvatore, ad essere docili allo Spirito Santo, il Consolatore, perché possiamo sperimentare nella vita temporale quanto è dolce è amabile seguire la voce dello Spirito e dare frutti spirituali pieni e duraturi. leggi tutto
24 maggio 2018 Letto 51 volte
conclusione anno catechistico-pastorale
Sabato 16 giugno faremo un viaggio comunitario nel Nuorese. Con questo viaggio vogliamo vivere un momento comunitario che segna la conclusione dell'anno pastorale dedicato al tema "CREDO LA CHIESA CATTOLICA". Gli anni scorsi abbiamo visitato il Sud della Sardegna: Cagliari e l'isola di sant'Antioco (2015); Laconi e Genoni (2016); Castelsardo, Porto Torres e San Pietro di Sorres (lo scorso anno), ci rimane di visitare il Nuorese. Quest'anno andremo appunto nel cuore della Barbagia: faremo tappa a Ottana, poi al Monte Gonare quindi nella città di Nuoro, poi saliremo sul Monte Ortobene per venerare il Redentore. Invito i gruppi del catechismo, e tutti le anime della parrocchie a prendere in considerazione la grande importanza che ha questo viaggiare in pellegrinaggio insieme e trascorrere una giornata in serenità e fraternità. Durante il viaggio (il sabato pomeriggio celebreremo anche la santa Messa). Invito tutta la comunità a prenotare attraverso il pagamento della quota di 15 Euro. Ricordo anche che il pranzo sarà al sacco. Un abbraccio a tutti. leggi tutto
21 maggio 2018 Letto 133 volte
fino alla conclusione dell'anno catechistico (03 giugno 2018)
Prego tutti i Lettori di controllare SEMPRE (oltre il Sito parrocchiale) il turno esposto nelle bacheche della nostra Chiesa Parrocchiale. Il presente turno sostituisce e annulla tutti gli altri. cfr l'allegato alla news oppure la sezione corrispondente. leggi tutto
20 maggio 2018 Letto 42 volte
uno Spirito che inebria e libera
La Pentecoste è la festa dello Spirito Santo. Lo Spirito è disceso per portare salvezza alla Chiesa e al mondo intero. La Pentecoste perciò è una tappa di salvezza, cioè uno di quegli interventi di Dio che nella realizzazione del piano della salvezza decidono in modo unico e definitivo delle sorti del mondo. La Pentecoste realizza le promesse di Dio secondo cui negli ultimi tempi lo Spirito sarebbe stato dato a tutti. Giovanni Battista aveva annunciato che Cristo avrebbe battezzato nello Spirito Santo. Il Risorto aveva detto agli apostoli: «Tra pochi giorni sarete battezzati nello Spirito santo». I Padri della Chiesa hanno paragonato questo battesimo nello Spirito santo che segna l'investitura apostolica della Chiesa, al battesimo di Gesù, il quale segnò l'inizio del ministero pubblico del Signore. La Pentecoste, perciò, è il dono della nuova legge alla Chiesa secondo gli annunci profetici: non più una legge scritta, ma lo stesso Spirito Santo. Il Cristo morto, risorto e glorificato alla destra del Padre porta a termine la sua opera di salvezza effondendo lo Spirito sulla prima comunità: pertanto è pienezza di Pasqua. I profeti avevano ripetutamente annunciato che i dispersi sarebbero stati radunati sul monte Sion: in questo modo l'assemblea di Israele sarebbe stata unita attorno al Signore. La Pentecoste realizza a Gerusalemme l'unità spirituale di tutte le nazioni: docili all'insegnamento degli apostoli, essi partecipano insieme e nella comunione fraterna alla mensa eucaristica e alla preghiera comune. Lo Spirito santo è donato per una testimonianza che deve essere portata fino alle estremità della terra. Il fatto che gente di diversa lingua comprenda la lingua nella quale parlano gli apostoli, dice che la prima comunità messianica si estenderà a tutti i popoli. La Pentecoste dei pagani lo dimostrerà. La divisione operata a Babele trova qui la sua antitesi e il suo termine positivo. Il miracolo della Pentecoste è perciò la risposta divina alla confusione e alla dispersione. La Pentecoste raduna la comunità messianica e segna il punto di partenza della sua missione. Gesù aveva detto: Riceverete una forza, lo Spirito santo... Allora sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At. 1,8). Il senso dell'avvenimento pentecostale è sottolineato da un duplice miracolo: gli apostoli ripieni di Spirito santo cantano le meraviglie di Dio esprimendosi in «lingue», forma carismatica di preghiera comune nelle prime comunità cristiane; questo «parlare in lingua», anche se non intelligibile, nella Pentecoste è compreso dalle persone presenti provenienti dalle più diverse regioni: è un segno della vocazione universale della Chiesa. Mai va comunque dimenticato che la Pentecoste è essenzialmente una Domenica. Essa è la Domenica 8a (7 + 1 = 8) dopo la Resurrezione. La Domenica è il vero primo Giorno l' VIII. Così queste 7 + 1 Domeniche formano 50 giorni, dove 1 = 50, segno di pienezza. La Domenica Ia è la Resurrezione, identica alla Domenica 8a, la Pentecoste: unico Giorno di 50 Giorni. Il N. T. con il simbolismo dice: è sempre Resurrezione, è sempre Pentecoste. Perché permanente è la potenza dello Spirito Santo che operò la Resurrezione e la Pentecoste. Tanti anni veniva eseguito proprio nel giorno di Pentecoste un canto che purtroppo ormai è fuori dal repertorio delle nostre comunità: io credo che sia ancora suggestivo proprio perché descrive l’azione dello Spirito su una comunità fatta di poveri, peccatori e timorosi (come erano gli apostoli dopo la morte di Gesù): un vento impetuoso scende dal cielo e li trasforma in messaggeri d’amore per un mondo migliore. leggi tutto
12 maggio 2018 Letto 42 volte
in attesa di stare con Lui
Oggi è una domenica speciale: celebriamo l'ascensione del Signore, celebriamo l'anniversario delle apparizioni della Vergine Maria a Fatima ed è anche la festa della mamma, per cui un augurio speciale va a tutte le mamme! Nell'Ascensione del Signore non festeggiamo l'arrivederci e grazie di Gesù, e neppure il suo addio, ma la sua glorificazione in cielo. Con l'Ascensione termina la sua presenza visibile in mezzo a noi e inizia un nuovo modo di essere presente: egli, per mezzo dello Spirito Santo, è presente e operante nella Chiesa, che è composta da tutti coloro che credono in lui - e alla quale il Signore ha affidato il compito di proseguire la sua opera di salvezza. Gesù, vero Dio e vero uomo, entrando in cielo con la sua umanità glorificata, ci spalanca le porte del paradiso: in Dio c'è posto anche per noi! E possiamo sperimentare ora assaggi di cielo nella misura in cui siamo uniti a Gesù. Gesù ascende alla destra del Padre per essere intronizzato: nella Bibbia la destra indica la forza e questo trono dove siede, non è una confortevole poltrona sulla quale riposare dalle fatiche della terra, ma indica l'esercizio del potere di Dio. Gesù, il Verbo di Dio fattosi uomo, ritorna al Padre con tutta la sua umanità per diventare il Potente, il Signore, Colui che conduce la storia, costituito giudice dell'umanità e nostro avvocato presso il Padre: è lui il centro e il fine di tutto. Noi non siamo immersi in un mondo confuso e senza senso: la nostra storia è orientata e sostenuta dal Cristo, vittorioso sulla morte; e anche se le forze del male sferrano i loro attacchi, scatenando odio, guerre, discordie, noi sappiamo che tutto è in mano al Signore Gesù e in lui possiamo camminare fiduciosi! Il Signore affida ai suoi discepoli l'incarico di proseguire la sua opera. Potremmo dire che con l'ascensione inizia il tempo della responsabilità: ora tocca a noi. Dio ci ama davvero, ci fa spazio, non ci opprime, non vuol fare tutto Lui. Nella vita ci sono presenze-tutele che non fanno crescere. Ci son legami genitori-figli che non lasciano crescere, madri e padri che han paura dell'autonomia dei figli, che a loro volta trovano la casa paterna più sicura. Gesù ha lasciato il testimone ai suoi discepoli, si è distaccato da loro, per farli crescere; gli si stavano attaccando in modo umano, alimentavano attese sbagliate, che generavano delusioni profonde. «Capiamo allora che l'assenza può diventare motivo di crescita. Costringe ad abbandonare le sicurezze esterne che evitano di metterci personalmente in gioco e ci rendono capaci di scelte a proprio rischio e pericolo». Il Vangelo non è un bene qualunque, ma la notizia dell'avvento del Regno di Dio, cioè che Dio può regnare nella nostra vita, inabitando il nostro cuore, liberandoci così dal male che ci schiavizza e degni della vita eterna, perché servire lui è regnare. Ma questo annunzio esplicito ci espone a una valutazione: per chi non l'accoglie, c'è una condanna. Siamo capaci di Dio, fatti dalla e per la Verità, ma possiamo accoglierla o rifiutarla. Il rifiuto però ci condanna a rimaner prigionieri del peccato, del nostro egoismo, e ci espone a una valutazione: se siamo capaci della Verità, perché non l'abbiamo accolta? Cosa abbiamo messo al primo posto? Dio ci ama sul serio, e per questo prende sul serio la nostra responsabilità: la nostra vita non è un fumetto o una storiella dal sicuro lieto fine: nella vita ci si può rovinare. La Chiesa in un antico detto diceva: ricordati le ultime cose e non peccherai in eterno. Attenzione che le cose hanno un esito. Noi tendiamo a confondere misericordia di Dio con la licenza a peccare. Dio non ci dà il permesso di peccare, Dio ci perdona i peccati, che è diverso: in questo mondo il male è male e fare il male ha una conseguenza negativa: offende Dio, danneggia noi stessi e gli altri, privandoci dell'eternità. Questo testo va preso sul serio: ci parla del potere di Cristo e del suo rifiuto, del non cedere al suo corteggiamento, ai suoi inviati, che ci annunziano il bene, la libertà, la salvezza, il perdono dei peccati, l'amore vero! Ma tutto questo può essere rifiutato, ed è una cosa grave. Il Signore manda i suoi discepoli, la Chiesa, perché l'uomo sia salvato. Ecco i segni che accompagnano quelli che credono, da intendere non solo in senso letterale, ma anche simbolico. Quelli che lo hanno accolto scacceranno i demoni, saranno cioè capaci di combattere e vincere il male; è ciò per cui preghiamo in ogni Padre nostro: liberaci dal maligno. È il potere che Cristo ci dà sullo spirito di menzogna, sulla divisione, sul male che ci tenta. Non si può credere col Signore e continuare a convivere tranquillamente con il vizio, producendo odio, trasgressione, adulterio, ingiustizia, impurità e quant'altro... non si può tenere un piede nel sandalo del Signore e uno nella scarpa del demonio. Con il battesimo abbiamo rinunciato al diavolo e alle sue opere, e bisogna decidersi per davvero! Sanno poi parlare lingue nuove, come vediamo nella Pentecoste; ma la vera lingua nuova, che tutti capiscono è quella dell'amore: quando uno ama per davvero lo si comprende. Ma quando non ci si ama, anche se si parla la stessa lingua, non ci si capisce. Prenderanno in mano i serpenti: siamo al circo? Certo che no! Significa saper affrontare le tentazioni, non vivendo da pusillanimi che fuggono le proprie responsabilità, che non affrontano le proprie debolezze o che cercano solo la via più comoda. E se berranno veleno non subiranno danno: chi ha davvero Dio nel cuore, è capace di affrontare le situazioni che gli stanno attorno. La salvezza non dipende da chi mi sta vicino o dal contesto in cui vivo, ma da ciò che ho nel cuore: la salvezza viene da Gesù. Imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Il testo greco dice e questi avranno bene, cioè staranno bene. Il nostro compito non è far prodigi e miracoli, ma saperci prendere cura di chi soffre, aver occhi e cuore per gli ultimi, perché attraverso di noi, possano sperimentare la consolazione di Dio. Ecco la bellezza di Dio che vuol continuare e continua attraverso di noi, sua Chiesa, la sua opera di salvezza: crediamo davvero in lui e portiamo il fuoco del suo Amore nel mondo. P.R.
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