Arcidiocesi di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

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12 luglio 2018 Letto 100 volte
non è costui il Falegname?
Gesù ritorna nella sua patria (Nazareth) dove è vissuto (30 anni)) e cresciuto. È il giorno dell’a riunione di preghiera in sinagoga in Sabato. Nella liturgia sinagogale, a turno uno dei fedeli veniva invitato a leggere un brano dalla Torah o dai profeti o dagli altri scritti; quindi poteva darne una piccola spiegazione. Quel giorno tocca a Gesù: legge un brano di Isaia: e dice poche parole di spiegazione o meglio di attualizzazione. I suoi concittadini sono stupiti dalla sua sapienza e non riescono ad andare oltre quello che pensano di sapere di lui e così si scandalizzano!  Letteralmente in greco lo skandalon è la pietra che fa inciampare il viandante, figura di un dubbio, di un ostacolo a credere. Qual è questa pietra che fa inciampare i suoi concittadini? Semplice: lo stato di vita di Gesù. Gesù non ha alle spalle una brillante carriera accademica, non appartiene a una famiglia nobile o sacerdotale: è della colasse sociale più povera, il livello sociale più basso, la quotidianità più comune; sua mamma è una semplice donna di paese; Giuseppe, suo papà non è citato, forse perché già morto; i suoi fratelli e sorelle (termine che nel mondo semitico indica la parentela prossima, i cugini) sono gente comune del paese. Gesù non è sposato, non è un intellettuale ma ha sempre fatto un lavoro manuale, il falegname-carpentiere. Giusto per capirne la considerazione dell'epoca, è curioso notare che nell'antico Egitto esisteva la satira dei mestieri: del carpentiere si diceva che aveva le mani rugose come un coccodrillo e puzzava di uova marce di pesce. Insomma, i benpensanti, intelletualoidi, piccoli borghesi e invidioso esprimono un giudizio banale sulle forme esteriori di quest'uomo considerato secondo la gloria locale.  Allora come anche oggi: la reazione delle persone superficiali è sempre scontata: disposti a fermarsi solo ai particolari dell'abbigliamento, delle parentele, sulle piccinerie di paese. Anziché cogliere la straordinarietà delle parole di Gesù, i nazaretani si fissano sull'ordinarietà della sua vita (G. Ravasi) e si chiudono, quasi pensando: ma questo è uno di noi, chi si crede di essere a dirci queste parole? Peggio ancora i parenti di Gesù, che nel cap. 3 si vergognano di Lui, considerandolo persino un disturbato mentale (3,21). Anche noi, tante volte facciamo lo stesso con Dio e con gli altri? Pensiamo di sapere già tutto su Gesù e sulla fede, basandoci magari su errati luoghi comuni, mentre invece Gesù non lo conosciamo proprio. Conoscono davvero tante troppe persone che pensano così: credono di credere, mentre invece non credono nulla: e infatti non siamo disposti a giocarci la vita su questo Gesù e su questa fede. Non vogliamo scommettere la vita sulle Parole di Gesù, perché non abbiamo capito chi sia davvero: Dio!
IL VANGELO di oggi ci presenta Gesù amareggiato: è l'amara sorpresa di Dio di fronte al rifiuto proprio da parte di quelli che sono stati più con lui, la delusione davanti al vuoto spirituale di chi gli sta davanti. Qui c'è anche un problema più profondo: senza umiltà, riconoscere la bellezza e le capacità dell'altro, o gioire per ciò che Dio sta compiendo nella sua vita, è impossibile! Chiusi e incentrati sul proprio io, ecco invidia, non accettazione, banalizzazione degli altri per sentirsi meglio.   Quante volte mettiamo in croce chi sa fare qualcosa, con battute e occhiatacce, perché ci sentiamo da meno? Non parliamo poi del profeta: il profeta già di per sé è scomodo. Un profeta non è un santone che ti dice il futuro (anzi, non vi fate fregare da chi si spaccia per pranoterapeuta e parapsicologo, medium con poteri di ogni sorta; l'unico prodigio che fanno è farvi sparire i soldi dalle tasche!), ma il profeta è colui che parla a nome di Dio, ti rivela il senso profondo delle cose, che le legge alla luce della volontà di Dio e spinge a conformarsi ad essa. Molti atteggiamenti critici sono meccanismi di difesa di fronte a scossoni della coscienza. Figuriamoci poi se si tratta di un profeta amico o di qualcuno cresciuto con noi! Comunque, anche se Gesù con quel clima d'incredulità non poté fare segni e prodigi, guarì tuttavia pochi malati, segno di speranza, di quei ?piccoli? che sanno vedere oltre e accogliere quel Dio straordinario che si è fatto uomo e si presenta in modo semplice e ordinario.  
Anche noi vogliamo aprire il cuore a Gesù, l'Emmanuele, il Dio-con-noi! 
 
3 luglio 2018 Letto 126 volte
domenica 1 luglio 2018
Domenica 1 luglio 2018 il Gruppo dei Catechisti della nostra comunità parrocchiale ha vissuto un momento importante e gioioso. Ospiti della casa di Anna Bassu, nella pineta marina de Is Arenas, ci siamo ritrovati per verificare il percorso catechistico appena concluso e per programmare il nuovo anno. Alcune ore per analizzare in spirito fraterno e comunionale il cammino svolto coi ragazzi e con la comunità e la celebrazione eucaristica domenicale. Abbiamo pregato, riflettuto e analizzato le varie dinamiche spirituali e di accompagnamento che hanno caratterizzato l'anno catechistico. Abbiamo poi ascoltato la Parola e celebrato la Santa Eucaristia. In conclusione ci siamo trattenuti fraternamente con un Agape fraterna, gioiosa e saporita: segno concreto di amore e di vicinanza ministeriale. Mentre ringrazio tutti per la collaborazione generosa e intelligente auguro un'estate ricca di riposo e di serenità. Arrivederci a settembre per un nuovo cammino di accompagnamento catechistico e di fraterna crescita spirituale.
 
il vostro prete don Tonino
2 luglio 2018 Letto 111 volte
Un commento al vangelo della XIII domenica del T.O.
Il Vangelo di questa tredicesima domenica del Tempo Ordinario mette il nostro cuore dinanzi a tre modi diversi di credere nel potere salvifico di Gesù Cristo. Giairo è un padre addolorato e disperato: chiede a Gesù che vada a casa sua a dare la guarigione alla sua piccola figlia che sta morendo. Quest'uomo crede che Gesù è capace di guarire il corpo, di operare sollievo e guarigione dalle malattie. Crede e perciò osa chiedere. Il Signore ascolta il grido di questo padre afflitto e privo di ogni umana speranza e si incammina con lui. Una donna afflitta da una malattie tremenda, dolorosa e anche inguaribile vive invece una seconda modalità. Lei non vuole disturbare il Maestro, crede che al Messia non si debba neanche chiedere. Per lei è sufficiente anche solo un contatto fisico: “appena sfiorerò il suo mantello certamente sarò guarita”. Dove nessun medico è riuscito, con Gesù tutto si sarebbe risolto in un istante. Questa è la fede della donna malata di emorragia: così lei crede… così accade. La donna tocca il mantello di Gesù e la sua malattia scompare. Gesù chiede alla donna che renda pubblico il miracolo. La sua è una fede che non può restare nascosta. Il mondo deve conoscere di cosa è capace di fare Gesù con il suo corpo. Domani milioni e milioni di persone non solo toccheranno il corpo vero, reale, sostanziale di Gesù Signore. Di esso anche si nutriranno, perché Gesù lo darà come suo alimento. Ora se solo toccando il lembo del mantello la donna è guarita, vi sarà forse miracolo impossibile per colui che lo mangia con la stessa fede? Dovremmo tutti riflettere quando ci si accosta all'Eucaristia. Il corpo di Cristo è vera onnipotenza di trasformazione di tutta la nostra vita. Va però preso con vera fede. Mentre Gesù è in cammino verso la casa di Giàiro, la sua figlioletta muore. C'è ancora spazio per Cristo Gesù o la sua onnipotenza si arresta dinanzi alla morte? Per alcuni il Maestro non serve più. Dinanzi ad un freddo cadavere anche Lui si deve mettere da parte. Gesù conosce se stesso. Sa chi Lui è e rassicura Giàiro dicendogli di non temere e di avere soltanto fede. Quando si dice a qualcuno di avere fede, si deve essere certi della verità di ogni nostra parola. All'altro viene chiesto di fondare la sua vita sulla parola che noi gli diciamo. È questa la terza modalità della vera fede. TOZ
26 giugno 2018 Letto 152 volte
un commento, una piccola invocazione
Oggi celebriamo la nascita di Giovanni il battezzatore, l'unico santo, insieme a Maria, di cui si celebra il compleanno. La sua figura è stata talmente importante da meritare questo onore. Ci sono persone che rendono onore all’umanità, uomini e donne che ci fanno sentire orgogliosi di appartenervi. Giovanni è sicuramente fra questi: chiamato fin da bambino ad assumere un ruolo scomodo, quello del profeta, ha vissuto questo compito con grande serietà, diventando il punto di riferimento per un intero popolo alla ricerca di Dio. Questo è veramente necessario: una parola che ci conduca a Dio, che vada dritto all'essenziale, una parola libera e liberante come quella del Battista. Una Parola di cui Giovanni è diventato voce. Giovanni il Battista già dalla sua nascita rivela una vocazione prodigiosa e originale. Nasce da madre anziana e sterile. Nasce come ogni bambino, ma la sua venuta è preannunziata dal cielo. Lì per lì anziché gioia, questa buona notizia provoca silenzio. Il mutismo di Zaccaria accompagna tutta la gravidanza e si scioglie solo dando il nome a questo bambino. Un nome inatteso, improbabile, non di famiglia. Il nome che Dio ha pensato per lui. E in quel nome la sua vocazione: essere altro, essere oltre la tradizione, essere un dono della misericordia di Dio. Un dono che chiude un tempo e ne apre un altro: il tempo della nuova ed eterna alleanza. Una vita testimone di un Signore che perdona, invitando alla conversione. Giovanni nascendo ha aperto la via a Gesù. Egli rimane sulla soglia del mondo nuovo e muore senza vedere la Pasqua del Signore. Egli abita la soglia della nuova alleanza e ora condivide con noi la speranza di un mondo nuovo. leggi tutto
17 giugno 2018 Letto 182 volte
C' è sempre qualcuno alla ricerca di comunità e liturgia ideale...
Dopo aver dedicato tante puntate a descrivere il servizio liturgico dei ministranti, ho sentito il bisogno di ritornare, con qualche piccola riflessione, sul concetto di ministerialità che, molto opportunamente, gli studiosi e i pastori hanno definito come snodo essenziale perché si possa attuare lo spirito della Riforma Liturgica, consentendo così a tutto il popolo di Dio di partecipare pienamente alla vita liturgica della Chiesa. Per celebrare bene cioè per realizzare la celebrazione cristiana è necessario, anzitutto, essere disposti a “imparare” i contenuti di fede che i riti veicolano e consentono, per questo motivo è assolutamente indispensabile che vi sia una comunità educante, una comunità, strutturata in modo ministeriale, dove il ministero ordinato, pur essendo indispensabile non è, e non potrebbe mai essere, il Tutto Ecclesiale. La comunità è indispensabile. Una comunità che vive quotidianamente oltre la celebrazione dei divini misteri anche il giusto approfondimento (mistagogia) dei contenuti della fede pregata e perciò vissuta e creduta. Queste dimensioni si concretizzano quando ci lasciamo coinvolgere attraverso atteggiamenti personali come la buona volontà e la disponibilità. Ma la fede, e la vita liturgica che la esprime, hanno bisogno di una forte dimensione comunitaria: non si cresce da soli, non si cresce non partecipando, non si cresce conoscendo solo alcune cose e tenendole per noi. Si cresce solo se si vive l’esperienza della fede con gli altri, con la mia comunità. Da questo punto di vista in molte assemblee parrocchiali, dopo 60 anni dalla Riforma, latita proprio una vera dimensione comunitaria. La liturgia e la vita della comunità deve realizzarsi nell’hic et nunc, cioè qui e ora. Purtroppo ci sono ancora numerosi cristiani, anche preti e catechisti, che continuamente sono alla ricerca di situazioni ideali e appetibili in comunità perfette, con la conseguenza tragica di cercare l’ideale altrove dimenticando e umiliando così la propria comunità concreta. Si cercano qua e là le condizioni migliori per esprimere e cercare di vivere la propria fede (ahimè) in luoghi lontani con la conseguenza di vivere in modo disincarnato l’esperienza cristiana. Ci si attacca al carisma delle persone o all’accoglienza di determinati “eldorado”. Non impegnandosi nell’oggi e nel luogo di appartenenza, ci si allontana sempre di più dalla logica dell’incarnazione e dall’atteggiamento profetico che deriva invece dall’inculturazione della fede, presupposti assolutamente indispensabili perché la liturgia animi la vita. Le nostre comunità stanno gradualmente perdendo di vista il senso e il valore di una liturgia quotidiana che, di conseguenza, non innerva più la vita, mentre cresce l’illusione che possa bastare una spiritualità dei tempi forti e delle situazioni affettivamente più toccanti ed empatiche. Una liturgia che venga incontro solo alle esigenze sentimentali non è la Liturgia della Chiesa cattolica. È urgente una conversione radicale, un cambiamento di mentalità. Dobbiamo impegnarci tutti a costruire una Chiesa ministeriale. Solo guardando al nostro Signore che è venuto non per essere servito ma per servire, ci sentiamo posti in atteggiamento di servizio. Ministeri e carismi, nella complementarità del sacerdozio battesimale, non sono per la competitività né per la frammentazione della comunità, ma per la sua edificazione. (pubblicato in L'Arborense, n.23/2018)
17 giugno 2018 Letto 81 volte
I criteri di Dio: scelgo la piccolezza
Oggi la Liturgia della Parola ci invita a confidare in Dio e a conoscere quale sia il suo "stile". Nel vangelo di Marco ci viene detto chiaramente che il seme, cioè la Parola e il terreno, cioè il cuore dell’uomo, sono fatti l'uno per l'altra. Il Regno di Dio assomiglia a un incontro tra il seme e la terra, e questo incontro non è casuale, perché è voluto dal contadino... c'è questo desiderio da parte di Dio: che il Regno nasca, cresca, possa dare frutto. Ecco allora la bellezza di questa terra che siamo noi, una terra capace di ricevere e alla quale è chiesto solo di ricevere e così si mette a produrre spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Se ci si incontra e ci si riceve il dono di Dio sarà in noi fecondo e quasi spontaneamente verrà il frutto. La potenza del seme gettato è così grande che anche noi siamo capaci di produrre perché la sua potenza buona trasforma anche noi. Una potenza grande che contrasta con la piccolezza del seme che è davvero quasi invisibile. Si può considerare proprio insignificante il seme tanto è piccolo, ma acquista significato proprio quando viene seminato. Mi piace molto che l'evangelista specifichi bene le dimensioni: è il più piccolo di tutti i semi... il più piccolo... tanto piccolo che sarebbe impossibile non fare spazio, sarebbe impossibile non accoglierlo. Forse il vangelo ci vuole parlare del grande rispetto che Dio ha della nostra poca capacità di accoglienza, della nostra fatica a fare spazio, della paura che ci assale quando affrontiamo cose più grandi di noi. Il mistero del regno di Dio è presentato come un incontro d'amore, provocato da un atto d'amore che è il gettare il seme... ebbene questo gesto d'amore, questo seminare il seme che è la Parola di Dio possiamo farlo tutti, dobbiamo farlo tutti.
10 giugno 2018 Letto 130 volte
Chi è mia Madre? chi sono i miei fratelli? Chi fa la volontà del Padre mio
Il brano evangelico di oggi ci presenta un episodio del ministero di Gesù che non mancherà di sorprenderci: i parenti di Gesù si recano a Cafarnao per prenderlo con sé e ricondurlo alla ragione. Possibile che la sua famiglia sia cieca fino a questo punto? Non si rendono conto che il messia non deve essere ostacolato nel suo cammino, che nessuno può impedirgli di compiere la sua missione? Per capire il loro atteggiamento, bisogna ricordare che i primi trent'anni di Gesù erano trascorsi nell'oscura banalità di una vita simile a quella di tutti gli altri. Poi, all'improvviso, quest'uomo abbandona il suo villaggio e si mette a percorrere il paese avanzando pretese abnormi, come quella di correggere la Legge e le venerabili tradizioni del popolo eletto. Come accettare tutto questo? In effetti, lo zelo di Gesù per la casa di suo Padre appare eccessivo, quasi folle e la sua famiglia ha molti buoni motivi per essere preoccupata. Ma egli non cesserà di sconcertarli, fino alla suprema follia della croce. Solo Maria ed alcuni parenti si lasceranno trascinare fino al calvario. Quanta fatica per accettare quell'uomo e quanta ancora ne dovranno fare per comprenderlo! Ben diversamente grave ed inquietante è il giudizio perentorio pronunciato dagli scribi. L'evangelista non ha dubbi: è una bestemmia contro lo Spirito santo, la cui gravità deriva dal fatto che non si tratta più semplicemente di un errore sulla persona di Gesù, ma di un rifiuto positivo e deliberato della grazia e della rivelazione. Chiamare satana il figlio di Dio significa collocarsi al di fuori della salvezza. La scelta si impone ancora oggi: con il Cristo o contro di lui? Bisogna essere un po' pazzi per seguirlo, non bisogna essere troppo «ragionevoli» se si vuol appartenere alla vera parentela di Gesù: quella che trova in lui la propria famiglia e la propria casa. Antifona d'Ingresso Sal 26,1-2 Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore? Proprio coloro che mi fanno del male inciampano e cadono. Nell’antifona d'ingresso (Sal 26,1.2bc, SFI) la fiducia è proclamata e riaffermata dall'Orante, chiamando il suo Signore con i titoli di Luce e Salvezza sua (18,9; Is 60,20; Mich 7,8), modi per esprimere che è la Vita sua. Per questo nulla teme da nessuno (22,4; 55,5.11; 117,6; Is 12,2; 51,12; Rm 8,31) e per nessun motivo (v. 1a). In parallelo, egli proclama che il Signore è la Fortezza che protegge la sua vita, per cui anche da questa parte nulla teme (v. 1b). Al contrario, debbono tremare di terrore davanti al Signore quanti tribolano la vita del protetto da Lui (v. 2bc), contro cui tuttavia non hanno alcuna forza per nuocergli. Canto all’Evangelo Gv 15,15 Alleluia, alleluia. Io vi ho chiamati amici, dice il Signore, perché tutto ciò che ho udito dal Padre ve l'ho fatto conoscere. Alleluia. L’alleluia all'Evangelo (Gv 15,15) orienta la proclamazione evangelica con l'affermazione del Signore sulla totale comunicazione delle Parole del Padre agli uomini che ascoltano-compiono la Sua volontà e per questo sono chiamati amici e sono fratelli del Signore. Dopo aver scelto i Dodici come apostoli, Gesù fonda la nuova famiglia dei figli di Dio. Condizione per essere ammessi: accogliere la parola del Cristo, il fratello maggiore. Non tutti però credono: i suoi concittadini, i suoi stessi parenti non comprendono la sua missione e lo giudicano pazzo od indemoniato. Tuttavia Gesù è categorico: chi rifiuta la salvezza che egli propone, non ne troverà un'altra. Poiché la fede cristiana è un libero impegno, non sono più i legami naturali che fanno l'unità, ma l'obbedienza allo Spirito di Dio che si rivela in Cristo. Tutti coloro che accolgono la parola di Gesù sono figli adottivi di Dio e fratelli tra di loro. Per il contesto della pericope evangelica possiamo dire che siamo nella sezione (1,14-8,26) detta del ministero messianico in Galilea che ha come nucleo propulsivo il Battesimo (1,9-11). Questa Domenica il Signore opera i prodigi grandi come Re messianico, per riconquistare al Padre il Regno, impedito dal «regno di satana». Ora, durante la sua predicazione messianica avviene la tragedia, di quanti Lo respingono perfino con accuse infamanti. E questi sono i suoi avversari personali e dichiarati. E però avviene anche il dramma dei suoi stessi parenti, che non Lo comprendono pienamente e quindi non Lo accettano per quello che è, e anzi cercano con ogni mezzo di impedirgli di proseguire il suo ministero, temendo per la sua vita. Il Signore era salito sul monte, in solitudine, per innalzare al Padre, in indicibile colloquio, la grande epiclesi per il Dono dello Spirito Santo sui discepoli che ha deciso di scegliere (Mc 3,13). Poi tra essi ne sceglie Dodici (Mc 3,14-19), che porterà con sé e formerà alla predicazione dell'Evangelo del Regno, ai quali affida la direzione degli altri discepoli, al fine che possa poi inviare tutti questi al mondo. L'episodio si svolge a Cafarnao. Egli torna a casa, che è la casa di proprietà di Pietro (Mc 1,29), ma dove in realtà Lui è l'Ospite divino. Qui è si raduna come sempre la folla dei malati e dei bisognosi, che Lo pressano talmente che non può neppure prendere il cibo (lett. «mangiare il pane»; nella sua semplicità l'annotazione rende quasi visibile l'accalcarsi della folla). leggi tutto
4 giugno 2018 Letto 150 volte
in Comunione con Gesù e con i fratelli
Grande gioia, visibilmente espressa nel viso di tutta la comunità, ha segnato la bella celebrazione eucaristica nella solennità del Corpus Domini. Preparati dalle catechiste Susanna e Barbara, dai genitori, dagli animatori e da tutta l'assemblea, si sono accostati per la prima volta al grande mistero dell'Eucaristia facendo la Prima Comunione i ragazzi del Gruppo Emmaus della nostra Parrocchia. ELEONORA, VITTORIA, GIULIA, ANTONIO,ALBERTO, MATTIA, AURORA, FRANCESCO, MATTTEO, REBECCA, CRISTIANO,ANDREA, ELEONORA, ALESSANDRA,MIRCO, ELENA, RICCARDO, FRANCESCO, SOFIA, IRIS, ELENA, CRISTIAN, GIACOMO, MICHELA, ANGELICA E FABRIZIO: la comunità cresce in comunione e in santità. auguriamo a questi nostri piccoli fratelli di essere sempre più strumenti di comunione. Facendo comunione con Gesù diventiamo sempre più il suo Corpo per la vita del mondo. auguri e grazie a TUTTA LA Comunità.
4 giugno 2018 Letto 100 volte
donami una fede che ama!
Omelia per la messa di Corpus Domini (Cattedrale di Oristano, 3 giugno 2018) Cari fratelli e sorelle, abbiamo celebrato l’Eucaristia e abbiamo portato il Santissimo in processione per le vie della nostra città, invocando la sua protezione sulle nostre famiglie e sulle nostre istituzioni. Ora vogliamo riflettere un momento sul significato, per la nostra vita di credenti, del gesto di fede che abbiamo compiuto. Sia le letture dal libro dell’Esodo e dalla lettera agli Ebrei così come lo stesso Vangelo riportano la parola: “alleanza”, un termine biblico molto significativo. Negli ultimi tempi abbiamo sentito ripetere spesso un’altra parola: “contratto”, al fine di indicare il mezzo migliore per regolare la vita sociale e politica degli italiani. Il contratto, però, è valido per regolare i rapporti tra gli uomini, non è valido per regolare il nostro rapporto con Dio. Il nostro rapporto con Dio, infatti, non è paritetico. Noi non siamo alla pari con Dio. Lui è il Creatore, l’Onnipotente. Noi siamo semplici creature. Nella messa cantiamo: “Ecco il nostro niente, prendilo o Signor”. Per questo motivo, non troviamo la parola “contratto” nella Bibbia. C’è, invece, la parola “alleanza”, per descrivere il patto di Dio con gli uomini di tutti i tempi. Per la prima volta, troviamo questa parola nel patto con il patriarca Noè (cfr. Gn, 9); la troviamo ripetuta nel patto con il patriarca Abramo (cfr. Gn,15); la troviamo nel patto del patriarca Mosè con il popolo sul Monte Sinai (cfr. Es,24). Infine, la troviamo nel gesto dell’ultima cena di Gesù, quando ha istituito l’Eucaristia, per garantire la sua presenza in mezzo a noi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi (cfr. Mc, 14). In parole semplici, l’alleanza esprime la fedeltà di Dio nei nostri confronti. Noi possiamo tradire, Dio non tradisce mai. Prega il salmista: “eterno è il suo amore per noi; eterna è la sua fedeltà” (Sal, 99, 5). La fedeltà di Dio è la garanzia della nostra salvezza. Se, infatti, la salvezza dipendesse solo dalla nostra fedeltà, non potremmo stare molto tranquilli, perché conosciamo la nostra debolezza e la nostra precarietà. Quante volte abbiamo messo le ali perché volevamo volare e ci siamo trovati sporchi del fango della terra! Quante volte abbiamo promesso fedeltà e abbiamo tradito chi ci ha dato fiducia e promesso amore. Oggi, poi, evocare un rapporto di fedeltà equivale a pronunciare una bestemmia sociale. La civiltà del computer cancella rapporti di convivenza, diritti di buona fama, doveri di rispetto delle persone e dei ruoli istituzionali con un semplice clic d’una tastiera. L’ultima cena con i discepoli evoca la celebrazione della pasqua ebraica, che ha scandito la vita di Gesù. Per esempio, secondo San Luca, Gesù dodicenne compie il pellegrinaggio pasquale a Gerusalemme insieme ai genitori, che non compresero il suo gesto e lo cercarono angosciati per tre giorni (Lc 2, 41-50). San Giovanni ricorda almeno tre pasque della vita pubblica di Gesù: quella in cui opera la purificazione del tempio e annuncia la costituzione del suo corpo stesso come tempio nuovo (Gv, 2, 13-25); quella in cui avviene il "segno" della moltiplicazione dei pani e l'autorivelazione di Gesù come “pane vivo, disceso dal cielo” (Gv 6, 35-59); l'ultima, connessa alla resurrezione di Lazzaro e all'ingresso messianico a Gerusalemme culminante nell'annuncio della salvezza universale: “E io, quando sarò innalzato dalla terra, trarrò tutti a me” (Gv 12, 32). Ora, nel rito dell’ultima cena, Gesù usa il termine “alleanza”, e San Luca e l’Apostolo Paolo precisano che si tratta di una “nuova alleanza”. L'autore della Lettera agli Ebrei chiarisce il concetto della nuova alleanza, citando testualmente il testo profetico di Geremia: “Ecco verranno giorni, dice il Signore, nei quali con la casa d'Israele e con la casa di Giuda io concluderò un'alleanza nuova. Non come l'alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d'Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi il loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora sarò io il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: "Riconoscete il Signore", perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato” (Ger 31, 31-34). Dunque, il passaggio definitivo cui alludono le parole pronunciate da Gesù sul calice dell'ultima cena è il passaggio dalla legge scritta sulla carta alla legge non scritta del cuore. Secondo uno studioso della Bibbia, “la Pasqua di Cristo è il passaggio dal dovere della religione alla libertà della fede”. Per quanto riguarda il comandamento di Gesù di fare la sua memoria ripetendo il gesto eucaristico di mangiare il suo corpo e bere il suo sangue, mi permetto di ricordare che, secondo Gustavo Gutierrez, noi cristiani siamo eredi e testimoni di due memorie unite in una. La prima è la memoria dell’ultima cena: “fate questo in memoria di me” (cfr. Mc 14, 22-25) . Le nostre Eucaristie fanno memoria della passione, morte e risurrezione di Gesù, nonché del suo insegnamento, della sua misericordia, della sua salvezza. E’ una memoria che ci dà forza e speranza, che ci fa entrare in comunione con Gesù stesso. C’è però anche un’altra memoria che troviamo nel vangelo di Giovanni: la lavanda dei piedi (cfr. Gv 13, 1-15). La prima “memoria” è sostituita dalla seconda, ossia dal “comandamento” di ripetere il gesto di Gesù, nel mettersi a servizio delle altre persone. Ma le due memorie sono inseparabili. Una non può sussistere senza l’altra. Le possiamo distinguere ma non separare. Fare memoria di Gesù è la stessa cosa che mettersi al servizio dell’altro, e mettersi al servizio dell’altro è la stessa cosa che testimoniare Gesù. E’ quanto è avvenuto con la vicenda del “samaritano invisibile” di Milano, che ha donato il suo rene al Policlinico Gemelli e ha salvato la vita a uno sconosciuto. In queste stesse ore, Papa Francesco porta Gesù Eucaristia nelle vie di Ostia, trasformando in tabernacolo le strade del quartiere, dove la gente si sente minacciata nella propria sicurezza. Questo gesto del Papa ci insegna che servire il povero è un’altra forma di ricordare Gesù. leggi tutto
25 maggio 2018 Letto 125 volte
Dio è una famiglia
La solennità della Santissima Trinità, che si celebra la domenica successiva alla Pentecoste, a conclusione del lungo itinerario di spiritualità pasquale, ci fa riflettere sulla vera identità del Dio di Gesù Cristo. Sorgono alcune domande nel nostro cuore: chi è questo nostro Dio ? Come è in se stesso? Come si è rivelato a noi? Di Dio ci ha parlato Gesù: i è presentato a noi come il Figlio unigenito e ci ha comunicato la sua relazione con il Padre e lo Spirito Santo. Un Dio famiglia, un Dio comunione e comunità: Uno e Trino, uno nella natura, trino nelle persone. Gesù, quindi, ci rivela tutto di se stesso, del Padre e dello Spirito Santo. Ci rivela che questo Dio è Amore in se stesso, è amore nella creazione, è amore nella redenzione, è amore nella santificazione. Diceva Papa Benedetto XVI: Quest'oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l'ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza: è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il nome della Santissima Trinità, perché tutto l'essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l'Amore creatore. Tutto proviene dall'amore, tende all'amore, e si muove spinto dall'amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! (Sal 8,2) - esclama il salmista. Parlando del nome la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il tessuto di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all'Amore. In lui - disse san Paolo nell'Areòpago di Atene - viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l'amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un'analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l'essere umano porta nel proprio genoma la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore. La Parola di Dio di questa domenica ci aiuta a comprendere nella fede, essendo un mistero di fede, chi è il nostro Dio e quale è il nostro rapporto con lui, esseri umani limitati nella possibilità di comprendere in pienezza ciò che Egli effettivamente è. Nel libro del Deuteronòmio, troviamo, infatti, questo significativo brano, attinente il mistero dell'unicità di Dio. Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n'è altro. Nel brano della lettera di san Paolo Apostolo ai Romani, ci parla del dono dello Spirito Santo e della sua azione santificante nella vita del credente: Voi avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Nel Vangelo odierno, Gesù stesso, conferendo il mandato missionario a suoi discepoli, prima di ascendere al cielo, raccomanda alcune cose fondamentali da fare e soprattutto da credere e professare: A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Padre, Figlio e Spirito Santo è il mistero principale della nostra fede, con il quale professiamo che Dio è Uno nella natura e Trino nelle persone. Proprio perché è un mistero, esso come tale non può essere compreso. Ma non per questo è qualcosa d'irragionevole. La ragionevolezza del mistero della Trinità sta nel fatto che esso non afferma l'esistenza di tre dei, bensì di un solo Dio che però è in tre Persone uguali e distinte. Nel Credo si afferma: «Credo in un solo Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo». Quale è il Padre, tale è il Figlio e tale è lo Spirito Santo. Increato è il Padre, increato è il Figlio, increato è lo Spirito Santo. Onnipotente è il Padre, onnipotente è il Figlio, onnipotente è lo Spirito Santo. Tuttavia non vi sono tre increati, tre assoluti, tre onnipotenti, ma un increato, un assoluto e un onnipotente. Dio e Signore è il Padre, Dio e Signore è il Figlio, Dio e Signore è lo Spirito Santo; tuttavia non vi sono tre dei e signori, ma un solo Dio, un solo Signore (Simbolo atanasiano). Un mistero che è presente nella nostra vita, anima la nostra esistenza e guida il nostro cammino nel tempo e ci prepara all'eternità, dove, un giorno vedremo Dio faccia a faccia e vivremo per sempre immersi nel Dio Uno e Trino, nel Dio d'amore infinito. Nel cammino temporale, noi cerchiamo di capire, spiegare ed entrare in questo grande mistero della nostra fede, non per semplice curiosità, ma vivendo nella comunione trinitaria. Ed essendo l'uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, in se porta il desiderio di comprensione legittima di ogni cosa che compare nella sua mente, nel suo pensiero e tocca il suo cuore. Potremmo, in ragione di questo desiderio di conoscere Dio, non da un punto razionale, il che è impossibile, ma da un punto di vista esperienziale, come risposta di fede ad un mistero di fede, che nella Trinità il Padre è la mente, che da tutta l'eternità genera il suo Pensiero perfettissimo (il Logos), il Verbo Incarnato, Gesù Cristo, nostro Redentore. Il Pensiero, generato eternamente dal Padre, sussiste, come persona distinta, ed è lo Spirito Santo. Ma come la mente, il pensiero e l'amore sono nell'uomo tre cose distinte, ma assolutamente inseparabili, così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, sebbene sussistano come persone distinte, sono però un Dio solo, un solo Amore eterno e comunicativo, in modo perfettissimo tra le Tre Persone che costituiscono in Unità, nella natura, il nostro Dio Trino nelle persone. Nel rinnovare la nostra fede nel mistero della Santissima Trinità, con la chiesa che oggi eleva la sua lode e ringraziamento a Dio nella liturgia eucaristica, confermiamo queste verità: Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, con il tuo unico Figlio e con lo Spirito Santo sei un solo Dio, un solo Signore, non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Quanto hai rivelato della tua gloria, noi lo crediamo, e con la stessa fede, senza differenze, lo affermiamo del tuo Figlio e dello Spirito Santo. E nel proclamare te Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle Persone, l'unità della natura, l'uguaglianza nella maestà divina. Oggi siamo qui a dirti grazie o nostro Dio, Padre e Creatore, a rinnovare il nostro impegno di conformarci a Cristo, Tuo Figlio e nostro Salvatore, ad essere docili allo Spirito Santo, il Consolatore, perché possiamo sperimentare nella vita temporale quanto è dolce è amabile seguire la voce dello Spirito e dare frutti spirituali pieni e duraturi. leggi tutto
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