Arcidiocesi di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

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25 maggio 2018 Letto 106 volte
Dio è una famiglia
La solennità della Santissima Trinità, che si celebra la domenica successiva alla Pentecoste, a conclusione del lungo itinerario di spiritualità pasquale, ci fa riflettere sulla vera identità del Dio di Gesù Cristo. Sorgono alcune domande nel nostro cuore: chi è questo nostro Dio ? Come è in se stesso? Come si è rivelato a noi? Di Dio ci ha parlato Gesù: i è presentato a noi come il Figlio unigenito e ci ha comunicato la sua relazione con il Padre e lo Spirito Santo. Un Dio famiglia, un Dio comunione e comunità: Uno e Trino, uno nella natura, trino nelle persone. Gesù, quindi, ci rivela tutto di se stesso, del Padre e dello Spirito Santo. Ci rivela che questo Dio è Amore in se stesso, è amore nella creazione, è amore nella redenzione, è amore nella santificazione. Diceva Papa Benedetto XVI: Quest'oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l'ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza: è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il nome della Santissima Trinità, perché tutto l'essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l'Amore creatore. Tutto proviene dall'amore, tende all'amore, e si muove spinto dall'amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! (Sal 8,2) - esclama il salmista. Parlando del nome la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il tessuto di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all'Amore. In lui - disse san Paolo nell'Areòpago di Atene - viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l'amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un'analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l'essere umano porta nel proprio genoma la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore. La Parola di Dio di questa domenica ci aiuta a comprendere nella fede, essendo un mistero di fede, chi è il nostro Dio e quale è il nostro rapporto con lui, esseri umani limitati nella possibilità di comprendere in pienezza ciò che Egli effettivamente è. Nel libro del Deuteronòmio, troviamo, infatti, questo significativo brano, attinente il mistero dell'unicità di Dio. Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n'è altro. Nel brano della lettera di san Paolo Apostolo ai Romani, ci parla del dono dello Spirito Santo e della sua azione santificante nella vita del credente: Voi avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Nel Vangelo odierno, Gesù stesso, conferendo il mandato missionario a suoi discepoli, prima di ascendere al cielo, raccomanda alcune cose fondamentali da fare e soprattutto da credere e professare: A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Padre, Figlio e Spirito Santo è il mistero principale della nostra fede, con il quale professiamo che Dio è Uno nella natura e Trino nelle persone. Proprio perché è un mistero, esso come tale non può essere compreso. Ma non per questo è qualcosa d'irragionevole. La ragionevolezza del mistero della Trinità sta nel fatto che esso non afferma l'esistenza di tre dei, bensì di un solo Dio che però è in tre Persone uguali e distinte. Nel Credo si afferma: «Credo in un solo Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo». Quale è il Padre, tale è il Figlio e tale è lo Spirito Santo. Increato è il Padre, increato è il Figlio, increato è lo Spirito Santo. Onnipotente è il Padre, onnipotente è il Figlio, onnipotente è lo Spirito Santo. Tuttavia non vi sono tre increati, tre assoluti, tre onnipotenti, ma un increato, un assoluto e un onnipotente. Dio e Signore è il Padre, Dio e Signore è il Figlio, Dio e Signore è lo Spirito Santo; tuttavia non vi sono tre dei e signori, ma un solo Dio, un solo Signore (Simbolo atanasiano). Un mistero che è presente nella nostra vita, anima la nostra esistenza e guida il nostro cammino nel tempo e ci prepara all'eternità, dove, un giorno vedremo Dio faccia a faccia e vivremo per sempre immersi nel Dio Uno e Trino, nel Dio d'amore infinito. Nel cammino temporale, noi cerchiamo di capire, spiegare ed entrare in questo grande mistero della nostra fede, non per semplice curiosità, ma vivendo nella comunione trinitaria. Ed essendo l'uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, in se porta il desiderio di comprensione legittima di ogni cosa che compare nella sua mente, nel suo pensiero e tocca il suo cuore. Potremmo, in ragione di questo desiderio di conoscere Dio, non da un punto razionale, il che è impossibile, ma da un punto di vista esperienziale, come risposta di fede ad un mistero di fede, che nella Trinità il Padre è la mente, che da tutta l'eternità genera il suo Pensiero perfettissimo (il Logos), il Verbo Incarnato, Gesù Cristo, nostro Redentore. Il Pensiero, generato eternamente dal Padre, sussiste, come persona distinta, ed è lo Spirito Santo. Ma come la mente, il pensiero e l'amore sono nell'uomo tre cose distinte, ma assolutamente inseparabili, così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, sebbene sussistano come persone distinte, sono però un Dio solo, un solo Amore eterno e comunicativo, in modo perfettissimo tra le Tre Persone che costituiscono in Unità, nella natura, il nostro Dio Trino nelle persone. Nel rinnovare la nostra fede nel mistero della Santissima Trinità, con la chiesa che oggi eleva la sua lode e ringraziamento a Dio nella liturgia eucaristica, confermiamo queste verità: Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, con il tuo unico Figlio e con lo Spirito Santo sei un solo Dio, un solo Signore, non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Quanto hai rivelato della tua gloria, noi lo crediamo, e con la stessa fede, senza differenze, lo affermiamo del tuo Figlio e dello Spirito Santo. E nel proclamare te Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle Persone, l'unità della natura, l'uguaglianza nella maestà divina. Oggi siamo qui a dirti grazie o nostro Dio, Padre e Creatore, a rinnovare il nostro impegno di conformarci a Cristo, Tuo Figlio e nostro Salvatore, ad essere docili allo Spirito Santo, il Consolatore, perché possiamo sperimentare nella vita temporale quanto è dolce è amabile seguire la voce dello Spirito e dare frutti spirituali pieni e duraturi. leggi tutto
24 maggio 2018 Letto 119 volte
conclusione anno catechistico-pastorale
Sabato 16 giugno faremo un viaggio comunitario nel Nuorese. Con questo viaggio vogliamo vivere un momento comunitario che segna la conclusione dell'anno pastorale dedicato al tema "CREDO LA CHIESA CATTOLICA". Gli anni scorsi abbiamo visitato il Sud della Sardegna: Cagliari e l'isola di sant'Antioco (2015); Laconi e Genoni (2016); Castelsardo, Porto Torres e San Pietro di Sorres (lo scorso anno), ci rimane di visitare il Nuorese. Quest'anno andremo appunto nel cuore della Barbagia: faremo tappa a Ottana, poi al Monte Gonare quindi nella città di Nuoro, poi saliremo sul Monte Ortobene per venerare il Redentore. Invito i gruppi del catechismo, e tutti le anime della parrocchie a prendere in considerazione la grande importanza che ha questo viaggiare in pellegrinaggio insieme e trascorrere una giornata in serenità e fraternità. Durante il viaggio (il sabato pomeriggio celebreremo anche la santa Messa). Invito tutta la comunità a prenotare attraverso il pagamento della quota di 15 Euro. Ricordo anche che il pranzo sarà al sacco. Un abbraccio a tutti. leggi tutto
21 maggio 2018 Letto 202 volte
fino alla conclusione dell'anno catechistico (03 giugno 2018)
Prego tutti i Lettori di controllare SEMPRE (oltre il Sito parrocchiale) il turno esposto nelle bacheche della nostra Chiesa Parrocchiale. Il presente turno sostituisce e annulla tutti gli altri. cfr l'allegato alla news oppure la sezione corrispondente. leggi tutto
20 maggio 2018 Letto 110 volte
uno Spirito che inebria e libera
La Pentecoste è la festa dello Spirito Santo. Lo Spirito è disceso per portare salvezza alla Chiesa e al mondo intero. La Pentecoste perciò è una tappa di salvezza, cioè uno di quegli interventi di Dio che nella realizzazione del piano della salvezza decidono in modo unico e definitivo delle sorti del mondo. La Pentecoste realizza le promesse di Dio secondo cui negli ultimi tempi lo Spirito sarebbe stato dato a tutti. Giovanni Battista aveva annunciato che Cristo avrebbe battezzato nello Spirito Santo. Il Risorto aveva detto agli apostoli: «Tra pochi giorni sarete battezzati nello Spirito santo». I Padri della Chiesa hanno paragonato questo battesimo nello Spirito santo che segna l'investitura apostolica della Chiesa, al battesimo di Gesù, il quale segnò l'inizio del ministero pubblico del Signore. La Pentecoste, perciò, è il dono della nuova legge alla Chiesa secondo gli annunci profetici: non più una legge scritta, ma lo stesso Spirito Santo. Il Cristo morto, risorto e glorificato alla destra del Padre porta a termine la sua opera di salvezza effondendo lo Spirito sulla prima comunità: pertanto è pienezza di Pasqua. I profeti avevano ripetutamente annunciato che i dispersi sarebbero stati radunati sul monte Sion: in questo modo l'assemblea di Israele sarebbe stata unita attorno al Signore. La Pentecoste realizza a Gerusalemme l'unità spirituale di tutte le nazioni: docili all'insegnamento degli apostoli, essi partecipano insieme e nella comunione fraterna alla mensa eucaristica e alla preghiera comune. Lo Spirito santo è donato per una testimonianza che deve essere portata fino alle estremità della terra. Il fatto che gente di diversa lingua comprenda la lingua nella quale parlano gli apostoli, dice che la prima comunità messianica si estenderà a tutti i popoli. La Pentecoste dei pagani lo dimostrerà. La divisione operata a Babele trova qui la sua antitesi e il suo termine positivo. Il miracolo della Pentecoste è perciò la risposta divina alla confusione e alla dispersione. La Pentecoste raduna la comunità messianica e segna il punto di partenza della sua missione. Gesù aveva detto: Riceverete una forza, lo Spirito santo... Allora sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At. 1,8). Il senso dell'avvenimento pentecostale è sottolineato da un duplice miracolo: gli apostoli ripieni di Spirito santo cantano le meraviglie di Dio esprimendosi in «lingue», forma carismatica di preghiera comune nelle prime comunità cristiane; questo «parlare in lingua», anche se non intelligibile, nella Pentecoste è compreso dalle persone presenti provenienti dalle più diverse regioni: è un segno della vocazione universale della Chiesa. Mai va comunque dimenticato che la Pentecoste è essenzialmente una Domenica. Essa è la Domenica 8a (7 + 1 = 8) dopo la Resurrezione. La Domenica è il vero primo Giorno l' VIII. Così queste 7 + 1 Domeniche formano 50 giorni, dove 1 = 50, segno di pienezza. La Domenica Ia è la Resurrezione, identica alla Domenica 8a, la Pentecoste: unico Giorno di 50 Giorni. Il N. T. con il simbolismo dice: è sempre Resurrezione, è sempre Pentecoste. Perché permanente è la potenza dello Spirito Santo che operò la Resurrezione e la Pentecoste. Tanti anni veniva eseguito proprio nel giorno di Pentecoste un canto che purtroppo ormai è fuori dal repertorio delle nostre comunità: io credo che sia ancora suggestivo proprio perché descrive l’azione dello Spirito su una comunità fatta di poveri, peccatori e timorosi (come erano gli apostoli dopo la morte di Gesù): un vento impetuoso scende dal cielo e li trasforma in messaggeri d’amore per un mondo migliore. leggi tutto
12 maggio 2018 Letto 93 volte
in attesa di stare con Lui
Oggi è una domenica speciale: celebriamo l'ascensione del Signore, celebriamo l'anniversario delle apparizioni della Vergine Maria a Fatima ed è anche la festa della mamma, per cui un augurio speciale va a tutte le mamme! Nell'Ascensione del Signore non festeggiamo l'arrivederci e grazie di Gesù, e neppure il suo addio, ma la sua glorificazione in cielo. Con l'Ascensione termina la sua presenza visibile in mezzo a noi e inizia un nuovo modo di essere presente: egli, per mezzo dello Spirito Santo, è presente e operante nella Chiesa, che è composta da tutti coloro che credono in lui - e alla quale il Signore ha affidato il compito di proseguire la sua opera di salvezza. Gesù, vero Dio e vero uomo, entrando in cielo con la sua umanità glorificata, ci spalanca le porte del paradiso: in Dio c'è posto anche per noi! E possiamo sperimentare ora assaggi di cielo nella misura in cui siamo uniti a Gesù. Gesù ascende alla destra del Padre per essere intronizzato: nella Bibbia la destra indica la forza e questo trono dove siede, non è una confortevole poltrona sulla quale riposare dalle fatiche della terra, ma indica l'esercizio del potere di Dio. Gesù, il Verbo di Dio fattosi uomo, ritorna al Padre con tutta la sua umanità per diventare il Potente, il Signore, Colui che conduce la storia, costituito giudice dell'umanità e nostro avvocato presso il Padre: è lui il centro e il fine di tutto. Noi non siamo immersi in un mondo confuso e senza senso: la nostra storia è orientata e sostenuta dal Cristo, vittorioso sulla morte; e anche se le forze del male sferrano i loro attacchi, scatenando odio, guerre, discordie, noi sappiamo che tutto è in mano al Signore Gesù e in lui possiamo camminare fiduciosi! Il Signore affida ai suoi discepoli l'incarico di proseguire la sua opera. Potremmo dire che con l'ascensione inizia il tempo della responsabilità: ora tocca a noi. Dio ci ama davvero, ci fa spazio, non ci opprime, non vuol fare tutto Lui. Nella vita ci sono presenze-tutele che non fanno crescere. Ci son legami genitori-figli che non lasciano crescere, madri e padri che han paura dell'autonomia dei figli, che a loro volta trovano la casa paterna più sicura. Gesù ha lasciato il testimone ai suoi discepoli, si è distaccato da loro, per farli crescere; gli si stavano attaccando in modo umano, alimentavano attese sbagliate, che generavano delusioni profonde. «Capiamo allora che l'assenza può diventare motivo di crescita. Costringe ad abbandonare le sicurezze esterne che evitano di metterci personalmente in gioco e ci rendono capaci di scelte a proprio rischio e pericolo». Il Vangelo non è un bene qualunque, ma la notizia dell'avvento del Regno di Dio, cioè che Dio può regnare nella nostra vita, inabitando il nostro cuore, liberandoci così dal male che ci schiavizza e degni della vita eterna, perché servire lui è regnare. Ma questo annunzio esplicito ci espone a una valutazione: per chi non l'accoglie, c'è una condanna. Siamo capaci di Dio, fatti dalla e per la Verità, ma possiamo accoglierla o rifiutarla. Il rifiuto però ci condanna a rimaner prigionieri del peccato, del nostro egoismo, e ci espone a una valutazione: se siamo capaci della Verità, perché non l'abbiamo accolta? Cosa abbiamo messo al primo posto? Dio ci ama sul serio, e per questo prende sul serio la nostra responsabilità: la nostra vita non è un fumetto o una storiella dal sicuro lieto fine: nella vita ci si può rovinare. La Chiesa in un antico detto diceva: ricordati le ultime cose e non peccherai in eterno. Attenzione che le cose hanno un esito. Noi tendiamo a confondere misericordia di Dio con la licenza a peccare. Dio non ci dà il permesso di peccare, Dio ci perdona i peccati, che è diverso: in questo mondo il male è male e fare il male ha una conseguenza negativa: offende Dio, danneggia noi stessi e gli altri, privandoci dell'eternità. Questo testo va preso sul serio: ci parla del potere di Cristo e del suo rifiuto, del non cedere al suo corteggiamento, ai suoi inviati, che ci annunziano il bene, la libertà, la salvezza, il perdono dei peccati, l'amore vero! Ma tutto questo può essere rifiutato, ed è una cosa grave. Il Signore manda i suoi discepoli, la Chiesa, perché l'uomo sia salvato. Ecco i segni che accompagnano quelli che credono, da intendere non solo in senso letterale, ma anche simbolico. Quelli che lo hanno accolto scacceranno i demoni, saranno cioè capaci di combattere e vincere il male; è ciò per cui preghiamo in ogni Padre nostro: liberaci dal maligno. È il potere che Cristo ci dà sullo spirito di menzogna, sulla divisione, sul male che ci tenta. Non si può credere col Signore e continuare a convivere tranquillamente con il vizio, producendo odio, trasgressione, adulterio, ingiustizia, impurità e quant'altro... non si può tenere un piede nel sandalo del Signore e uno nella scarpa del demonio. Con il battesimo abbiamo rinunciato al diavolo e alle sue opere, e bisogna decidersi per davvero! Sanno poi parlare lingue nuove, come vediamo nella Pentecoste; ma la vera lingua nuova, che tutti capiscono è quella dell'amore: quando uno ama per davvero lo si comprende. Ma quando non ci si ama, anche se si parla la stessa lingua, non ci si capisce. Prenderanno in mano i serpenti: siamo al circo? Certo che no! Significa saper affrontare le tentazioni, non vivendo da pusillanimi che fuggono le proprie responsabilità, che non affrontano le proprie debolezze o che cercano solo la via più comoda. E se berranno veleno non subiranno danno: chi ha davvero Dio nel cuore, è capace di affrontare le situazioni che gli stanno attorno. La salvezza non dipende da chi mi sta vicino o dal contesto in cui vivo, ma da ciò che ho nel cuore: la salvezza viene da Gesù. Imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Il testo greco dice e questi avranno bene, cioè staranno bene. Il nostro compito non è far prodigi e miracoli, ma saperci prendere cura di chi soffre, aver occhi e cuore per gli ultimi, perché attraverso di noi, possano sperimentare la consolazione di Dio. Ecco la bellezza di Dio che vuol continuare e continua attraverso di noi, sua Chiesa, la sua opera di salvezza: crediamo davvero in lui e portiamo il fuoco del suo Amore nel mondo. P.R.
12 maggio 2018 Letto 178 volte
Anche quest'anno, nel pieno rispetto dei tempi, è stato approvato il bilancio consultivo 2017 consultabile da questo link: BILANCIO 2017 .
Si allega anche la relazione dalla quale è possibile coprendere la tendenza degli ultimi anni. 
6 maggio 2018 Letto 79 volte
COME: una montagna da scalare
Se domenica scorsa eravamo in campagna, nella vigna, oggi armiamoci di piccozza, corda e coraggio perché siamo invitati a salire un'altissima montagna, la cima del cristianesimo: “Amatevi come io vi ho amati”. Che dobbiamo amare l'abbiamo sempre saputo, ma amare come Gesù Cristo ha amato noi è una novità che ci fa traballare. Una scrittrice francese (Marie Noel) diceva: Quando Dio mi ha creata e ha messo in me il suo spirito, ha soffiato troppo forte, io non mi sono ancora ripresa da quel soffio e vacillo di qua e di là come il lume di una candela. Un’espressione forte che si adatta perfettamente al Vangelo di oggi: quell' amatevi come io vi ho amati toglie il respiro e ci fa vacillare. Lo diceva già il Beato Papa Paolo VI che a causa di quel COME non potremo mai sentirci a posto. Ma allora che fare? Mollare tutto? Ma neanche per sogno, c'è un modo per aggirare l'ostacolo: se eguagliare quel COME è impossibile, dobbiamo e possiamo però almeno tentare di scalare quella montagna, pur sapendo che quella strada è impervia e scivolosa. Dobbiamo cioè accettare di donarci nella debolezza, accettare di zoppicare, rimanendo però sempre su quella strada. Rimanere ecco lo stesso verbo che ritornava per ben 7 volte nel vangelo di domenica scorsa, ritorna anche oggi. Rimanere! Dove? Uniti alla vite, ci veniva detto domenica scorsa. Uniti alla vita, ci viene detto oggi. Solo se rimaniamo in Gesù che è amore, cioè pienezza di vita, capiremo che siamo amati e possiamo amare a nostra volta. Se non rimaniamo, come facciamo a capirlo? Se girovaghiamo ad anni luce di distanza come lo capiremo? Rimaniamo e, a forza di rimanere, qualcosa finiremo per capire. Un po' per volta certo, non tutto alla volta, ma nella misura in cui cominceremo a capire, avremo sempre più voglia di rimanere. E nella misura in cui continueremo a fare piccoli passi, di colpo ci ritroveremo sulla vetta. Certo, questa è una meta molto alta, da vertigini, ma visto che la nostra natura tende già a tirarci sempre verso il basso, dobbiamo perlomeno puntare molto in alto per restare poi appena un po' più su del suolo! Dice Papa Francesco che abbiamo tutti una laurea; quale? Quella di peccatori! Quindi abbiamo da una parte, la Grazia che ci tira verso l'alto e dall'altra, la Laurea che ci tira verso il basso, l'importante è che rimaniamo nel mezzo della strada in attesa dell'ascensore...E siamo anche come le antenne paraboliche che riflettono una luce che viene da altrove. Non abbiamo nessuna luce propria, ma possiamo -anzi, dobbiamo- diventare puri ricettacoli della luce e dell'amore divino; pure scintille del suo fuoco che possono veramente illuminare e accendere tante altre fiammelle ancora spente nella notte della disperazione, tanti cuori ancora assiderati nel gelo dell'assenza di amor Dio. E così tanti nostri fratelli ancora pellegrini nella notte troveranno quella luce e quel fuoco che Gesù è venuto a portare.
1 maggio 2018 Letto 92 volte
il programma, i protagonisti, gli eventi: un occasione per tutti
Nutrito il programma del Festival, organizzato dalla famiglia Paolina in collaborazione con la nostra Arcidiocesi: si terrà dal 1 al 13 nella nostra città. Invito tutti a prendere visione del programma e a partecipare ai vari eventi, tutti importanti e interessanti.
30 aprile 2018 Letto 137 volte
Riflessione e Inno di Lode
Carissimi fratelli e sorelle, in questo giorno solenne della festa del nostro Patrono San Giuseppe, mentre tutta la Chiesa e il mondo celebrano la “festa del lavoro”, siamo chiamati a guardare al nostro amato Protettore. Vogliamo ricordare quanti lavorano e quanti producono lavoro, e per chiedere al Signore che il lavoro sia assicurato ai giovani, ai disoccupati e a quanti soffrono i disagi davanti alla diffusa crisi occupazionale. La Parola di Dio di oggi mostra come il lavoro appartenga alla condizione originaria dell’uomo. Quando il Creatore plasmò l’uomo a sua immagine e somiglianza, lo inviò a lavorare la terra. Fu a causa del peccato di Adamo che il lavoro diventò fatica e pena, ma nel progetto di Dio il lavoro mantiene inalterato il suo valore e il suo senso. Lo stesso Figlio di Dio, facendosi in tutto simile a noi, si dedicò per molti anni ad attività manuali, tanto da essere conosciuto come il “figlio del falegname”. La Chiesa ha sempre mostrato attenzione e sollecitudine per il mondo del lavoro e per tutti i suoi problemi, come testimoniano i numerosi interventi che costituiscono la Dottrina sociale della Chiesa. Il lavoro riveste primaria importanza per la realizzazione dell’uomo e per lo sviluppo della società, e per questo occorre che esso sia sempre organizzato e svolto nel pieno rispetto dell’umana dignità e al servizio del bene comune. Al tempo stesso, è indispensabile che l’uomo non si lasci asservire dal lavoro, che non lo idolatri, pretendendo di trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita. Il Papa Pio XII nel 1955 istituì la festa di san Giuseppe artigiano per dare un protettore ai lavoratori e un senso cristiano alla Festa dei lavoratori. La figura di san Giuseppe, l’umile e grande lavoratore di Nazareth, ci deve orientare verso Gesù, il Salvatore dell’uomo, il Figlio di Dio che ha condiviso in tutto la condizione umana. Così viene innanzitutto affermato che il lavoro dà all’uomo il meraviglioso potere di partecipare all’opera creatrice di Dio e di portarla a compimento; che possiede un autentico valore umano. L’uomo moderno ha preso coscienza di questo valore da quando rivendica, a volte con violenza, il rispetto dei suo diritto e della sua personalità. Troppo spesso alcuni cristiani, disturbati nelle loro abitudini e nel tranquillo possesso dei loro beni dalle lotte sociali, si sono opposti alle rivendicazioni sociali dei lavoratori; ciò spiega perché il primo maggio richiama alla mente di molti contemporanei la lotta del mondo del lavoro contro la Chiesa stessa. La Chiesa «battezza» oggi la festa del lavoro per proclamare il valore reale dei lavoro, per approvare e benedire l’azione delle classi lavoratrici nella lotta che esse continuano, in alcuni paesi, per ottenere maggiore giustizia e libertà. La Chiesa fa questo anche per domandare a tutti i suoi fedeli di riflettere sugli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa. In questo giorno festa dei lavoro, sotto il patrocinio di san Giuseppe lavoratore, ci riuniamo in assemblea eucaristica, segno di salvezza, non per mettere l’Eucaristia al servizio di un valore naturale, sia pure nobilissimo, ma perché Dio, che ha lavorato nella creazione «per sei giorni » (Gen 1-2), aggiunge alla sua opera un «settimo giorno» per la creazione di un mondo nuovo (Gv 5,17), e perché questa nuova creazione, alla quale collaborano coloro che sono ormai i figli di Dio, si compie principalmente nell’Eucaristia. L’Eucaristia trova il suo posto in una festa del lavoro, perché essa rivela al mondo tecnico il valore soprannaturale delle sue ricerche e delle sue iniziative. Questo lavoro nuovo, destinato a stabilire la nuova creazione, obbedisce alle leggi naturali di ogni lavoro, ma è compiuto in Gesù Cristo, il quale ci rende figli di Dio senza distoglierci dalla nostra condizione di creature. Parlando di un lavoro compiuto «per Dio» oppure in «azione di grazie» a Dio (si dovrebbe dire in eucaristia, per conservare l’eco del testo originale), il Nuovo Testamento domanda con insistenza che il lavoro umano rifletta già lo spirito del mondo nuovo, mediante la carità e il senso sociale che lo deve animare. La nostra partecipazione. all’Eucaristia, mentre ci permette di col¬laborare di più e meglio al lavoro iniziato da Dio per creare il mondo nuovo, santifica pure il contributo che noi diamo al lavoro umano, insegnandoci che esso è collaborazione all’azione creatrice di Dio e che il vero obiettivo di ogni lavoro è la costruzione dei Regno nuovo. Auguro di vero cuore a tutta la comunità di far crescere (o nascere, se ancora non ci fosse in tutti) una vera devozione e un vero amore per il Santo che, oltre 50 anni fa, l’arcivescovo di allora mons. Sebastiano Fraghì e il parroco fondatore don Italo Schirra scelsero come modello, protettore e patrono della nascente comunità parrocchiale che si estendeva nella periferia di Oristano chiamata allora e ancora oggi Sa Rodia. San Giuseppe, sposo della Beata e Sempre Vergine Maria, nostro celeste patrono domandi per noi dal Signore Gesù Cristo, ogni benedizione del cielo. Amen leggi tutto
28 aprile 2018 Letto 116 volte
una grande piantagione di viti: NOI SIAMO LA VIGNA DEL SIGNORE
Il Vangelo di questa V domenica di Pasqua, tratto da Giovanni, ci porta in campagna a osservare la vigna e la vite, che come ben sappiamo produce uva e dall'uva viene poi prodotto il vino. Gesù non ci invita a essere agricoltori e potatori di viti vere e reali, ma, attraverso questa immagine tratta dalla vita agricola, ci invita a capire e a valutare il nostro grado di appartenenza alla chiesa, da Lui fondata e inviata nel mondo a portare frutti di gioia, pace e fraternità. Come in tutte le vigne e le viti ci possono essere tralci che non vanno, non producono più, anzi assorbono linfa e la vite rischia di essiccarsi e morire. Cosa si fa allora in agricoltura? Si pota, perché i rami secchi vadano buttati via e bruciati, mentre quelli che potenzialmente possono continuare a produrre uva, si potano e così danno più uva, più saporita e giovane. Ebbene, l'immagine assunta da Gesù per illustrare il cammino che la sua chiesa deve fare è utile per capire, come dobbiamo vivere e cosa dobbiamo testimoniare in quanto discepoli di Cristo: bisogna rimanere in Cristo, radicati profondamente in Lui, perché chi rimane in Gesù e Lui noi porta molto frutto, perché senza di Cristo non possiamo far nulla. Non illudiamoci che possiamo fare tutto o poco senza Cristo. Senza di Lui non possiamo neppure alzarci al mattino e aprire gli occhi al nuovo giorno che inizia. Tutto è possibile in Lui e con Lui, in quanto nulla è impossibile a Dio. Per cui, chi non rimane in Cristo e si allontana da Lui con il peccato o rinnegando la propria fede, viene gettato via come il tralcio, che poi secca e di conseguenza lo raccolgono per gettarlo nel fuoco e bruciarlo. Sono immagini tratte dalla vita contadina e che, se trasferite su un piano spirituale, come è facile capire dal discorso fatto da Gesù, si riferiscono al nostro agire, in vista dell'eternità. La vite è Cristo, la linfa è la sua grazia, l'essere ancorati a Lui, significa crescere in santità di vita. Allontanarsi da Lui, significa vivere nel peccato, senza grazia che ci santifica, con le conseguenze ben note di rischiare la condanna eterna ed essere gettati nel fuoco dell'inferno, rappresentato dal tralcio secco, tagliato e bruciato. Forte appello a cambiare stile di vita ed a improntare tutto il nostro essere cristiani sulla grazia che ci fortifica, ci santifica e ci prepara per il Paradiso. Come realizzare questo progetto di santità, mediante la grazia, la vera linfa vitale della nostra anima? Ebbene ci viene in aiuto san Giovanni con la sua prima lettera inserita nei testi biblici di oggi, come seconda lettura della parola di Dio: non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità; poi nella comunione con Cristo, il nostro cuore si rassicura, qualunque cosa esso ci posa rimproverare, se abbiamo una coscienza retta e sensibile. Dio, infatti è infinitamente più grande del nostro povero e limitato cuore, in quanto a Dio è noto tutto. Davanti ad una presa di coscienza delle nostre debolezze o delle nostre ricchezze, bisogna pure capire una cosa importante: ?se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Da dove partire allora per essere graditi a Dio? ?Credere nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e amarci gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. L'amore ci radica profondamente in Dio. Infatti, chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato. L'altro mirabile esempio di come l'amore possa trasformare il cuore di un peccatore in un santo, di un violento in un pacificatore, di un ateo in un credente, di un persecutore in apostolo del Signore, è Paolo di Tarso, di cui gli Atti degli Apostoli ci parlano, oggi, nel brano della prima lettura, in modo speciale del suo ingresso ufficiale nella Chiesa di Gerusalemme, nella quale il suo nome era noto e la sua persona molto temuta per l'odio che nutriva verso i cristiani. Fu Barnaba, compagno dei viaggi apostolici di Paolo, a presentare Paolo alla comunità e ad assicurarla sulla sua persona, in quanto lungo la via di Damasco aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo?. Per difenderlo da queste minacce, Paolo su disposizione della Chiesa di Gerusalemme fu trasferito a Tarso. Nonostante questi problemi di gestione e di organizzazione della Chiesa, essa era in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. Una chiesa in espansione, che si apre al nuovo, alle nuove realtà locali, una chiesa che varca i confini di ogni tipo, una chiesa, come ci ricorda Papa Francesco, in uscita per incontrare e non per stare alla poltrona in attesa che arrivi qualcuno per essere accolto al suo interno, nella comodità massima e nella mondanità del modo di pensare e vivere di chi già ha consolidato il suo essere superficiale e improduttivo all'interno della stessa Chiesa. Per cui, sia questa la nostra umile preghiera che eleviamo al Signore in questo giorno di festa: O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace. Don TOZ
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