Arcidiocesi di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

Per comunicare con il parroco

Tel. 0783.212023 (solo al pomeriggio o sera)

Cel. 347.5412899 (sempre acceso)

sanjoseph@virgilio.it    (mail ufficiale della parrocchia)

toninozedda@virgilio.it  (mail personale)

Categoria: News
domenica 10 giugno 2018
X domenica del Tempo Ordinario: un commento al vangelo
Chi è mia Madre? chi sono i miei fratelli? Chi fa la volontà del Padre mio
themes/parrocchia.oristano.sangiuseppelavoratore/uploads/mkNews/attachments/1504_chi è mia Madre.jpg
Il brano evangelico di oggi ci presenta un episodio del ministero di Gesù che non mancherà di sorprenderci: i parenti di Gesù si recano a Cafarnao per prenderlo con sé e ricondurlo alla ragione. Possibile che la sua famiglia sia cieca fino a questo punto? Non si rendono conto che il messia non deve essere ostacolato nel suo cammino, che nessuno può impedirgli di compiere la sua missione? Per capire il loro atteggiamento, bisogna ricordare che i primi trent'anni di Gesù erano trascorsi nell'oscura banalità di una vita simile a quella di tutti gli altri. Poi, all'improvviso, quest'uomo abbandona il suo villaggio e si mette a percorrere il paese avanzando pretese abnormi, come quella di correggere la Legge e le venerabili tradizioni del popolo eletto. Come accettare tutto questo? In effetti, lo zelo di Gesù per la casa di suo Padre appare eccessivo, quasi folle e la sua famiglia ha molti buoni motivi per essere preoccupata. Ma egli non cesserà di sconcertarli, fino alla suprema follia della croce. Solo Maria ed alcuni parenti si lasceranno trascinare fino al calvario. Quanta fatica per accettare quell'uomo e quanta ancora ne dovranno fare per comprenderlo! Ben diversamente grave ed inquietante è il giudizio perentorio pronunciato dagli scribi. L'evangelista non ha dubbi: è una bestemmia contro lo Spirito santo, la cui gravità deriva dal fatto che non si tratta più semplicemente di un errore sulla persona di Gesù, ma di un rifiuto positivo e deliberato della grazia e della rivelazione. Chiamare satana il figlio di Dio significa collocarsi al di fuori della salvezza. La scelta si impone ancora oggi: con il Cristo o contro di lui? Bisogna essere un po' pazzi per seguirlo, non bisogna essere troppo «ragionevoli» se si vuol appartenere alla vera parentela di Gesù: quella che trova in lui la propria famiglia e la propria casa. Antifona d'Ingresso Sal 26,1-2 Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore? Proprio coloro che mi fanno del male inciampano e cadono. Nell’antifona d'ingresso (Sal 26,1.2bc, SFI) la fiducia è proclamata e riaffermata dall'Orante, chiamando il suo Signore con i titoli di Luce e Salvezza sua (18,9; Is 60,20; Mich 7,8), modi per esprimere che è la Vita sua. Per questo nulla teme da nessuno (22,4; 55,5.11; 117,6; Is 12,2; 51,12; Rm 8,31) e per nessun motivo (v. 1a). In parallelo, egli proclama che il Signore è la Fortezza che protegge la sua vita, per cui anche da questa parte nulla teme (v. 1b). Al contrario, debbono tremare di terrore davanti al Signore quanti tribolano la vita del protetto da Lui (v. 2bc), contro cui tuttavia non hanno alcuna forza per nuocergli. Canto all’Evangelo Gv 15,15 Alleluia, alleluia. Io vi ho chiamati amici, dice il Signore, perché tutto ciò che ho udito dal Padre ve l'ho fatto conoscere. Alleluia. L’alleluia all'Evangelo (Gv 15,15) orienta la proclamazione evangelica con l'affermazione del Signore sulla totale comunicazione delle Parole del Padre agli uomini che ascoltano-compiono la Sua volontà e per questo sono chiamati amici e sono fratelli del Signore. Dopo aver scelto i Dodici come apostoli, Gesù fonda la nuova famiglia dei figli di Dio. Condizione per essere ammessi: accogliere la parola del Cristo, il fratello maggiore. Non tutti però credono: i suoi concittadini, i suoi stessi parenti non comprendono la sua missione e lo giudicano pazzo od indemoniato. Tuttavia Gesù è categorico: chi rifiuta la salvezza che egli propone, non ne troverà un'altra. Poiché la fede cristiana è un libero impegno, non sono più i legami naturali che fanno l'unità, ma l'obbedienza allo Spirito di Dio che si rivela in Cristo. Tutti coloro che accolgono la parola di Gesù sono figli adottivi di Dio e fratelli tra di loro. Per il contesto della pericope evangelica possiamo dire che siamo nella sezione (1,14-8,26) detta del ministero messianico in Galilea che ha come nucleo propulsivo il Battesimo (1,9-11). Questa Domenica il Signore opera i prodigi grandi come Re messianico, per riconquistare al Padre il Regno, impedito dal «regno di satana». Ora, durante la sua predicazione messianica avviene la tragedia, di quanti Lo respingono perfino con accuse infamanti. E questi sono i suoi avversari personali e dichiarati. E però avviene anche il dramma dei suoi stessi parenti, che non Lo comprendono pienamente e quindi non Lo accettano per quello che è, e anzi cercano con ogni mezzo di impedirgli di proseguire il suo ministero, temendo per la sua vita. Il Signore era salito sul monte, in solitudine, per innalzare al Padre, in indicibile colloquio, la grande epiclesi per il Dono dello Spirito Santo sui discepoli che ha deciso di scegliere (Mc 3,13). Poi tra essi ne sceglie Dodici (Mc 3,14-19), che porterà con sé e formerà alla predicazione dell'Evangelo del Regno, ai quali affida la direzione degli altri discepoli, al fine che possa poi inviare tutti questi al mondo. L'episodio si svolge a Cafarnao. Egli torna a casa, che è la casa di proprietà di Pietro (Mc 1,29), ma dove in realtà Lui è l'Ospite divino. Qui è si raduna come sempre la folla dei malati e dei bisognosi, che Lo pressano talmente che non può neppure prendere il cibo (lett. «mangiare il pane»; nella sua semplicità l'annotazione rende quasi visibile l'accalcarsi della folla).
 
Esaminiamo il brano v. 20 - «i suoi»: l'espressione greca (οί par’aùtou) è fluttuante, potendo indicare tanto i seguaci e i discepoli quanto i familiari e i parenti. Ambedue le interpretazioni sono possibili e di fatto sono sostenute dagli esegeti di opposte tendenze. Tuttavia, tenendo presente che i discepoli sono già con Gesù in casa (v. 20), è più probabile che si tratti dei parenti, che giungono («vennero») dalla non lontana Nazaret, allarmati per quanto si diceva sul conto del loro congiunto. Che Gesù, del resto, abbia incontrato delle incomprensioni presso i suoi è chiaramente attestato da Gv 7,5 e indirettamente anche da Mc 6,4. «Quelli vicino a Lui» per il sangue, ossia i suoi parenti, hanno notizia della sua situazione. Egli è diventato il centro dell'attenzione delle folle, che vengono da Lui per ricevere guarigioni, aiuto e conforto. Tuttavia sta sotto la sorveglianza anche degli osservanti, i quali già hanno cominciato una sorda guerra contro di Lui. Vedi gli Evangeli delle Domeniche VII-IX. I suoi parenti sono preoccupati per la sua (e loro) sorte. Ma in fondo non hanno compreso, né dalle parole, né dai segni prodigiosi che opera, chi sia questo Parente. Perciò non credono in Lui e nella sua missione. Certo gli vogliono bene, come avviene nella famiglia orientale così compatta, ma Lo ritengono ingombrante, e pericoloso per lui stesso, ma di riflesso anche per loro. v. 21 - Arrivano perciò da Lui «per tenerlo (kratéó)», e quindi per riprenderlo e riportarlo a casa, a Nazaret (v. 21a). Stando alle circostanze presenti, è probabile che i parenti di Gesù fossero intenzionati ad usare anche la forza per riportarlo a casa e impedirgli di continuare la sua azione, che ai loro occhi sembrava portare discredito a tutta la famiglia. Marco qui spiega: «Poiché infatti dicevano: È uscito fuori di sé», ossia, è pazzo (v. 21b). Poiché la frase non ha il soggetto, il contenuto si potrebbe riferire agli scribi che intervengono subito dopo, ma in realtà la frase si salda con quel "tenerlo" dei parenti, e quindi si riferisce a questi. «È pazzo» è un pretesto avanzato con motivo. Infatti i parenti sanno dell'accusa che rivolgono a Gesù, di essere un «falso profeta», che porta fuori della Legge di Mose (Dt 18,9-22). Ora, la pena prevista per i falsi profeti è la morte: il falso profeta «deve morire» (Dt 18,20). L'esecuzione può essere per lapidazione (vedi il tentativo contro Gesù stesso in Gv 8,59). Ma se i parenti riuscissero a far passare Gesù per pazzo e irresponsabile, allora gli eviterebbero quel pericolo. v. 22 - Sopraggiunge però anche l'attacco minaccioso degli esperti della Legge, gli scribi, che vengono addirittura da Gerusalemme. Questi portano un'accusa di falso profetismo ancora più motivata, quella di predicare e operare solo per invasione e possessione demoniaca: «Possiede Belzebul, e nel principe dei demoni espelle i demoni» (v. 22). È interessante conoscere la dottrina sul diavolo che circolava nell'ambiente religioso ebraico del tempo di Gesù, perché sostanzialmente è la dottrina cristiana, che non si è molto modificata nel tempo. È ovvio, secondo la fede divina del N. T., che rivela come Cristo per la potenza dello Spirito del Padre e suo abbia vinto satana e il suo regno una volta per sempre con la Croce e con la Resurrezione. Ora l'A. T. aveva rivelato a poco a poco l'esistenza di un essere che non è il Signore eterno, né un Angelo, né un uomo. E però come essenza creata è uno "spirito", che partecipa in qualche modo a qualche realtà del Signore, e poi come essere limitato partecipa per qualche cosa dell'uomo creato. Trapela qualche volta che partecipa, almeno a margine, al consiglio che avviene nel cielo per alcune decisioni sulla terra, in cui il Signore desidera che collaborino quegli esseri spirituali che formano la corte celeste. Quell'essere di certo teme, sta sottoposto e obbedisce al Signore, ma insieme sordamente disobbedendogli, poiché sta sempre e comunque contro gli uomini, e agisce rovinosamente contro di essi. Perciò, ad esempio, sta contro i re d'Israele, ingannandoli per portarli alla guerra rovinosa diffondendo «lo spirito della menzogna» (1 Re 22,19-23). E così sta contro Giobbe il giusto e paziente, con l'istinto della malvagia violenza, per prostrarlo nella polvere (Giobbe cc. 1-2). È uno spirito che per il male degli uomini si aggira nei deserti e nei luoghi abitati di notte e in pieno giorno (Sal 90,5-6.10), e che finalmente il Salmista identifica negli esseri annidatisi negli idoli e operanti nel loro culto orgiastico, con la tremenda suggestione che causava (Sal 95,4). E così è visto come «il più intelligente» tra i viventi che stanno sulla terra, come la Genesi allude quasi con timore, e non senza una punta di ammirazione per la sua stranezza (Gen 3,1; Domenica I di Quaresima, Ciclo A). Dal culto della città fenicia di Accaron questo spirito è chiamato Baal-zebul, «padrone delle mosche» (2 Re 1,2), voce di scherno, che in realtà è usata per evitare il nome pauroso baal-debab, «padrone dell'inimicizia» del genere umano, in specie però del popolo santo (il termine resta nella Tradizione siriaca). Poi a esso si attribuiva anche una nutrita corte di esseri consimili, collaboratori nel male degli uomini. L'accusa rivolta a Gesù è grave e infamante. Come indemoniato, infatti, Egli darebbe solo prova di bravura, cacciando i suoi colleghi dai malati, ma certo per fini loschi e rovinosi (v. 22). vv. 23 - 26 Gesù ha molta pazienza, perché vuole il bene anche degli oppositori. Allora li fa venire vicino e parla a essi con la parabola, il linguaggio simbolico più efficace di un ragionamento logico. E anzitutto riporta la questione degli spiriti malvagi a satanàs (o anche satàn), termine semitico che significa «il nemico», l'inimicizia. Poi chiede in che senso satana, che nell'accusa sarebbe detenuto da Gesù, possa cacciare satana dai malati curati da Gesù stesso (v. 23). Infatti satana ha un "regno", e molto compatto, e un regno che fosse diviso nel suo interno non potrebbe stare in piedi (v. 24). E invece satana con molta evidenza ed efficacia forma una "casa", e molto compatta, poiché una casa che fosse divisa al suo interno non potrebbe sussistere (v. 25). Perciò è proprio di satana di non contraddirsi, esso mai opera in modo da ostacolare se stesso e il suo disegno, e nell'interno della sua casa nessuno spirito malvagio si ribella e si pone contro l'altro spirito malvagio. Altrimenti satana non potrebbe reggersi, e segnerebbe la sua propria fine (v. 26). Qui Gesù sta rivelando una fatto orrido, la compattezza, la consistenza e la durata del «regno di satana», che tra gli uomini e nel mondo si contrappone con malvagità e violenza assolute al Regno universale di Dio. E insieme adesso presenta satana in una sua qualità tremenda, di essere «il forte». v. 27 - Il nuovo paragone, improntato a Is 49,24-25, segna un progresso di idee in quanto Gesù, mostrata l'assurdità dell'accusa secondo la quale avrebbe agito in nome o per autorità di Satana, passa ora ad illustrare come la sua opera sia diretta proprio contro quel nemico, che i farisei credevano suo alleato. La parabola prosegue così presentando l'assalto che si deve muovere contro la casa "forte" per metterla a sacco. Allora si deve procedere anzitutto legando «il forte», quindi privandolo della sua forza attiva, rendendolo inoffensivo. Allora si può saccheggiare la sua casa. Ossia, per depredare il «regno di satana» della sua preda preferita, che sono proprio gli uomini, occorre privarlo del suo potere sugli uomini, anzitutto del suo potere sul loro corpo e sulla loro anima. Come Gesù usa fare, guarendo nello Spirito Santo il corpo e l'anima degli indemoniati. Ma non basterebbe questo, poiché il «regno di satana» nella sostanza ultima, e attraverso il peccato e il male, è il «regno della morte e dell'inferno». Allora Gesù Signore, offertosi al Padre «nello Spirito eterno» (Ebr 9,14), con la Morte distrugge la morte, e quindi può discendere agli Inferi al fine di depredare di persona la «casa di satana strappandogli via tutti i suoi abitanti umani che esso lì deteneva nella tenebra, nella tribolazione, nel pianto, nel terrore e nella disperazione della schiavitù antica, e riprendendoseli come proprio prezioso possesso (1 Pt 3,18-22; 4,6). E allora con la Resurrezione e l'Ascensione riporta gli uomini nel Regno del Padre. Ecco il saccheggio della casa del "forte". v. 28 - «In verità...»: Gesù termina la parabola con la sua applicazione alla realtà. La formula con cui introduce questo suo intervento è "Amen", aggettivo verbale dalla radice ebraica ‘aman, che significa essere fermo, stabile, certo, fedele. Si può usare come confermante del proprio discorso, o come asseverazione e approvazione di quanto parla il Signore, o di quanto propone il sacerdote nella liturgia. Però quell'aggettivo applicato al Signore diventa un titolo, e allora significa che è Egli il Fedele unico, che si rivela e parla nella sua divina Fedeltà. I 4 Evangeli riportano i passi in cui il Signore stesso si introduce con l'Amen (vedi però anche Paolo, 2 Cor 1,18; il richiamo è a Is 65,16; Ger 4,7; Sal 71,17; Ap 3,14). La dichiarazione del Signore Fedele è grave. Insieme è avvertimento e minaccia a cui nessuno si può sottrarre. Il Padre rimetterà e perdonerà (sempre verbo aphíêmi, da cui àphesis, la remissione, il perdono) tutti i peccati e tutte «le bestemmie che avranno bestemmiato» (v. 28). Il verbo greco blasphêméô verrebbe da blapsiphêmos, ossia blàpsis, il danno (inferto con la contumelia e la calunnia), e phêmí, dire; da questo verbo provengono il sostantivo blasphêmía, contumelia, calunnia, e l'aggettivo blásphêmos, contumelioso, calunniatore. Nella Scrittura questo vocabolario è applicato all'azione di chi parla e schernisce in modo irriverente, offensivo, calunnioso, irridente e odioso anzitutto di Dio e delle sue persone e realtà sacre. Da qui è venuto il tremendo vocabolario tristemente conosciuto dagli Ebrei e dai cristiani, del "bestemmiare", della "bestemmia" e del "bestemmiatore", un peccato orrendo, di disprezzo, di odio e di stupidità, ma anche un peccato inutile, poiché a Dio e alle sue realtà sacre non apporta nessuna blápsis, nessun danno. Ma si può "bestemmiare" anche contro gli uomini, ad esempio maledicendoli. Bene, Dio tutto questo perdona sempre, verbo aphíêmi (da cui l’áphesis, la remissione dei peccati). Tuttavia se uno avrà «bestemmiato contro lo Spirito Santo», quello non sarà perdonato, verbo aphíêmi, non riceverà l’áphesis, la remissione dei peccati. Al contrario, di fatto e di diritto, resterà «colpevole del peccato eterno», ossia che non si cancella più (v. 29). v. 30 - «Uno spirito impuro, lui possiede»: E qui il peccato degli accusatori di Gesù è questa "bestemmia" non perdonabile. Il senso di «spirito immondo» è stato spiegato nel contesto della pericope evangelica dalla Domenica IV del Tempo per l'anno, alla quale si rimanda. Per i secoli è stato discusso il significato della «bestemmia contro lo Spirito Santo», il peccato massimo che può commettere l'umanità. Qualcuno opta per il peccato consapevole contro la Carità divina, portata dallo Spirito Santo, consumato nel mancare, sempre in modo consapevole, alla carità umana. Oppure nei «peccati contro lo Spirito Santo», in specie il «negare la verità conosciuta», o nei «peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio », come insegnati dal più che benemerito Catechismo di Pio X. Ma forse occorre tenere presente che qui la "bestemmia", che vuole essere in modo volontario danno, contumelia, calunnia, irriverenza, offesa, irrisione, odio, è diretta proprio contro Gesù, che «possederebbe uno spirito impuro». Ora, Gesù precisamente è un Uomo visibile, ed è soprattutto la massima «Realtà sacra di Dio», manifesta nelle opere che possono venire solo dalla Potenza dello Spirito di Dio. Tutti gli Ebrei sanno che gli spiriti impuri possono essere espulsi solo dallo Spirito della Santità divina. Infatti tutti gli Ebrei sapevano che Saul era posseduto dallo «spirito impuro» (1 Sam 16,14; 18,10), e questo, sia pure momentaneamente, era espulso da David (1 Sam 16,14-23), che, "unto" re, era ricolmato di Spirito del Signore, nel quale doveva proseguire la sua opera regale (2 Sam 16,13). La bestemmia contro lo Spirito di Santità è quando si bestemmia Gesù Cristo, negando che Egli sia Dio, pieno del medesimo Spirito, e che le sue opere vengano dalla Potenza dello Spirito Santo. v. 31 - «Giunsero sua madre e i suoi fratelli...»: Adesso la narrazione riprende il filo del v. 21, che era stato interrotto al v. 22 con la questione dei "bestemmiatori". I parenti di Gesù erano venuti per riprenderselo perché credevano che fosse un povero illuso, ma con il pretesto aperto che era «uscito fuori di sé», un pazzo. E portano anche la Madre di Lui, come persona più convincente. Stanno fuori della porta della casa di Pietro, per la folla che si ammassava, e inviano qualcuno per farlo uscire e portarlo via con loro. v. 32 - «Tutto attorno era seduta la folla»: Gesù al modo ebraico sta seduto su una stuoia per insegnare, con intorno la folla che incantata Lo ascolta. Tra essa si fa largo uno a cui è stato chiesto di avvertire Gesù, che gli annuncia semplicemente: Ti cercano qui fuori tua Madre e i tuoi fratelli. Questi "fratelli" in Oriente sono i «fratelli cugini». Risulta chiaro dalla narrazione evangelica. Qui essi sono Giacomo, Giuda e gli altri, i "cugini" figli di Maria, sposa di Cleopa e sorella della Madre di Dio (vedi Gv 19,25). v. 33 - «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»: Gesù con l'occasione espone allora uno dei massimi insegnamenti del N. T. Risponde alla chiamata con una domanda, che sembra quasi sprezzante, e non lo è affatto: «Chi è la madre mia e i fratelli miei?». Poi guarda i suoi ascoltatori intorno a Lui, e afferma: «Ecco la madre mia e i fratelli miei». Sono proprio quelli. v. 35 - «Chi compie la volontà di Dio... »: Sono loro ma non semplicemente perché sono quelli, bensì solo per un titolo sovrano: «Chi avrà messo in opera la Volontà di Dio, questo di Me è fratello e sorella e madre». In forma semplice, ma abissalmente profonda, l'affermazione rimanda discretamente al fatto che anzitutto la Madre, Maria, ascolta e mette in pratica la divina Volontà. Lo narra Luca nell'annunciazione: «Ecco la schiava del Signore» (Lc l,38a). Anche i "fratelli" di sangue, i cugini, che solo dopo ascolteranno la sua Parola che riconosceranno come proveniente da Dio, e la praticheranno. Vedi gli Atti. Tuttavia saranno come la Madre, uniti a Lui dalla carne nuova e dal sangue nuovo, quelli che nei secoli saranno i suoi fedeli ascoltatori, obbedendo a Lui nel mettere in pratica la sua Parola. Questo è uno dei temi della divinizzazione: incarnare e generare il Verbo di Dio (Gal 4,19). Sarà anche uno dei massimi temi teologici della riflessione dei Padri.
Copyright © 2011 Parrocchia San Giuseppe Lavoratore - TharrosNet © 2011