ARCIDIOCESI di
Oristano
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Categoria: News
domenica 25 agosto 2019
XXI domenica del T.O.
Quanti si salvano? Tutti quelli che seguono le orme di Ges¨ e passano attraverso di Lui
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 Sono pochi quelli che si salvano? Credo che sia capitato anche a noi di porci questa domanda, di fronte a certe esigenze della fede o pensando alle persone che non credono o che vivono secondo altre religioni oppure vivono senza Dio, senza il Cristo. Accanto a una certa sensazione di angoscia, questo pensiero normalmente suscita in noi anche la convinzione di essere comunque dalla parte giusta, a differenza degli altri. A meno che non sì lascino cadere le braccia, dicendo fra sé, con un certo fatalismo: «In ogni caso, qualunque cosa si faccia… nessuno si può salvare da solo.

Una cosa è certa: porre la questione teorica del numero dei salvati non serve a nulla.

La Parola è chiara: non preoccupatevi di chi si salva o no... questa è la preoccupazione di Dio. Dio ha deciso, nel suo disegno, di dare salvezza a tutta l'umanità.

Che la porta della salvezza sia stretta e che, per ottenere salvezza, bisogna attraversarla lo sappiamo. Ciò che conta è agire, facendo coraggiosamente tutto ciò che è in nostro potere per arrivare ad entrarvi e restando vigilanti sino alla fine, perché non c’è prenotazione che ci garantisca, una volta per tutte, un posto nella sala del banchetto. Il Regno di Dio nella Scrittura è infatti spesso simboleggiato da un banchetto, un luogo d’incontro e di comunione. Ci è offerto, siamo invitati, ma ci dobbiamo andare: è un dono gratuito, ma deve essere accolto.

Il popolo d’Israele credeva, per la sua storia e per il suo passato, di essere privilegiato e di poter godere incondizionatamente di questo invito.

Anche altre religioni ritengono questo, e anche molti cristiani hanno pensato e pensano che la salvezza sia semplicemente data dall'appartenenza al Popolo di Dio, alla Chiesa: non è così, la salvezza è per tutti.

Dice Gesù: verranno da settentrione da mezzogiorno, dal nord e dal sud... un popolo infinito, gente di ogni nazione, popolo e lingua gli fa eco san Giovanni nell'Apocalisse.

La slavezza è una chiamata per ogni uomo. La strada è per tutti, il passaggio è stretto: occorre sforzarsi, e imitare lo stile di Gesù amando Dio e il prossimo... amando e servendo gli altri. Questa è la strettoia per noi che siamo egoisti.... perciò dobbiamo diventare altruisti è Dio ci salverà

Il profeta che legge in profondità gli avvenimenti, riconosce che il privilegio non è né incondizionato né esclusivo. Gli uomini stanno di fronte a Dio come un’unica e sola umanità. Dall’incontro con lui non è escluso nessun popolo, nessun uomo. Tutti sono fratelli perché un rapporto radicale li lega al medesimo Padre.

Il privilegio di Israele aveva questo significato: proclamare a tutti gli uomini che non è l’unità di origine che fonda l’uguaglianza tra gli uomini, non l’appartenenza a una razza o a una classe che giustifica una ricchezza o una libertà. Tutti gli uomini devono avere le stesse possibilità perché tutti hanno un’identica mèta: incontrarsi col Padre, contemplare la stessa gloria, e quindi operare una convergenza e una uguaglianza universali (prima lettura).

 

L’appartenenza al popolo di Dio non è un privilegio neanche per noi, ma un servizio per gli altri.

 

Un identico invito rivolto ancora da Dio a tutti gli uomini e alle stesse condizioni per rispondervi è il principio di una nuova uguaglianza e di nuovi rapporti fra gli uomini. Tutti dobbiamo arrivare nel Regno, entrare nella casa del Padre, sedere alla stessa mensa. Tutti ci muoviamo nella storia verso un medesimo futuro, una medesima terra promessa. Se c’è una sola mèta, c’è anche una sola porta d’ingresso.

 

L’universalismo intravisto dai profeti viene portato a pienezza da Gesù. Per i suoi connazionali, chiusi nel privilegio, egli presenta la parabola della porta stretta. Sta per nascere un mondo nuovo, in cui Giudei e pagani si troveranno insieme alla stessa tavola, perché l’impurità dei pagani, che vietava ai Giudei di mettersi a tavola con loro, è definitivamente cancellata. La selezione alla porta del banchetto non consisterà nella separazione di Israele dai pagani, ma nella scelta di chi avrà risposto all’invito con sollecitudine e di chi avrà praticato la giustizia, chiunque esso sia.

 

La tradizione, la parentela non gioveranno per sé alla salvezza e neppure le parole, la cultura o l’appartenenza alla Chiesa. Sarà solo l’impegno per la costruzione di un mondo che sia visibilmente la concreta realtà del Regno.

 

L’impegno per realizzare una comunione fa scoprire il volto di chi mi siede vicino o davanti alla mensa del regno. Una cultura cristiana forse lo rendeva meno chiaro e sovente gratificava automaticamente di salvezza facendo dei battezzati gli appartenenti al regno, com’era per gli Ebrei l’appartenenza alla stirpe di Abramo. L’invito al banchetto ha per tutti una sola risposta: donare la vita sull’esempio di Cristo. La Croce è anche il modo con cui egli è entrato: è la porta stretta. Solo chi avrà donato la vita come Gesù potrà entrare nella sala e sedere al banchetto. Egli è davvero la Via, la Verità e la Vita.  (…)

 

Con le parole di questa pagina evangelica Gesù è consapevole di provocare una crisi in coloro che lo seguono; ma si è preparato a questa prova, disposto a lasciarci la vita. E si preoccupa dell’incuria e dell’apatia di coloro che invece dovrebbero illuminare le folle, cioè gli scribi. È a loro che rivolge la parabola della porta stretta. Sta per nascere un mondo nuovo, in cui giudei e pagani si ritroveranno alla stessa tavola; ma le rubriche e le pratiche religiose addormentano nell’incoscienza i maestri del popolo, i quali così perderanno il posto nella sala del banchetto. Anche tanti cristiani si assopiscono, nella convinzione di avere la verità e di godere già la salvezza. A forza di dormire, non potranno più varcare in tempo la porta del mondo nuovo, dove saranno invece preceduti da tutti gli uomini in buona fede, incessantemente alla ricerca della verità e della gioia.

 

 
don TOZ
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