Arcidiocesi di
Oristano
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25 settembre 2017 Letto 22 volte
lettera del parroco per l'inizio del nuovo anno pastorale
Fratelli e sorelle, sabato e domenica ho consegnato una lettera a tutta la comunità parrocchiale. Vi ho raccolto alcuni pensieri e alcune suggestioni scaturite dalla riflessione e dalla preghiera. Le consegno a tutta la comunità perché, in questa fase di riflessione ulteriore e di progettazione degli impegni del nuovo anno pastorale, possano essere di stimolo e di aiuto a tutta la parrocchia per iniziare col piede giusto e col cuore gonfio questo nuovo anno di grazia che il Signore ci offre. Il tema unificatore del progetto pastorale 2017-2018 è in continuità con gli scorsi tre anni. Il tema della Chiesa così come il Simbolo ce la concede: vivremo l'anno con il motto CREDO LA CHIESA APOSTOLICA: una chiesa di isolati non è la Chiesa di Cristo! Cercheremo di crescere nella comunione con gli apostoli e coi loro successori, perciò approfondiremo il Magistero e il metodo pastorale del nostro amato Papa Francesco ma anche le indicazioni del pastore diocesano mons. Arcivescovo, in comunione con le chiese sorelle del Vicariato urbano. Ci saranno spazi e ambiti perché ogni parrocchiano possa non tanto stare a guardare ma impegnarsi in primo persona. Buon anno a tutti in allegato il testo della lettera che ho consegnato ai presenti alle messe di Sabato 23 e domenica 24.
18 settembre 2017 Letto 54 volte
Riunione del Consiglio Pastorale Parrocchiale per approvazione del Verbale dell'ultimo Consiglio e programmazione del nuovo anno
Carissimi fratelli e sorelle, n allegato la convocazione del consiglio Pastorale e il verbale dell'ultima riunione del CCP...che è stato approvato durante la riunione. La riunione (importantissima) viene convocata al fine di predisporre le molteplici attività da inserire nel calendario del Nuovo Anno Pastorale... Chiedo ai carissimi consiglieri di essere presenti e a tutta la comunità parrocchiale di pregare molto. La parrocchia NON E' del parroco, NON E' il parroco, a parrocchia siamo noi: se ci decidiamo a vivere la comunione e la corresponsabilità. Perché questo si realizzi è necessario che cresca sempre più il senso di appartenenza (che talvolta sembra latitare nel cuore di molti) VI ASPETTO
10 settembre 2017 Letto 29 volte
fede e comunità: binomio imprenscidibile
Oggi la Parola di Dio ci invita al dovere dell'ammonizione. Credo che, chi ama il fratello, non può tacere di fronte ai suoi errori, magari compiuti senza sapere neppure che sono tali. Quante volte capita - a tutti! - Di uscire dalla strada buona della vita e non esserne pienamente consapevoli! Se si ama davvero, non si può tacere. Ci sono troppi silenzi pericolosi, nella politica, nell'economia, nella scuola, nella famiglia: silenzi che fanno tanto male a tutti. Quanto deve farci temere il silenzio sui mali attorno a noi, magari con la scusa che tanto fanno tutti così. Non è questo che Gesù ci insegna. Ma è necessario che a muoverci nell'ammonimento non sia l'esibizione di un'immunità personale dall'errore e neppure la troppo facile tendenza a giudicare o condannare, spesso con motivazioni, più o meno consapevoli, che nulla hanno a che fare con l'amore. Papa Francesco, in un'omelia in Santa Marta, con il suo stile diretto e incisivo ha detto: Chi giudica un fratello sbaglia e finirà per essere giudicato allo stesso modo. Dio è l'unico giudice e chi è giudicato potrà contare sempre sulla difesa di Gesù, il suo primo difensore, e sullo Spirito Santo.... Se noi vogliamo andare sulla strada di Gesù, più che accusatori dobbiamo essere difensori degli altri davanti al Padre. Io vedo una cosa brutta a un altro, vado a difenderlo? No! Ma stai zitto! Vai a pregare e difendilo davanti al Padre, come fa Gesù. Prega per lui, ma non giudicare! Perché se lo fai, quando tu farai una cosa brutta, sarai giudicato. Ricordiamo questo, ci farà bene nella vita di tutti i giorni, quando ci viene la voglia di giudicare gli altri, di sparlare degli altri, che è una forma di giudicare. L'ammonizione, di cui parla Gesù, infatti, non ha nulla a che vedere con il facile giudizio, ma è il dono umile, fatto con carità, per aiutare a uscire dal male, e non deve mai essere e neppure apparire quasi una superiorità, ma solo desiderio profondo di bene. Fossimo capaci tutti di mostrare l'amore al fratello, ammonendolo sempre con umiltà, affetto sincero e discrezione, certamente tanti, ma tanti, si salverebbero.
10 settembre 2017 Letto 27 volte
appassionata riflessione del nostro Arcivescovo per la Festa della patrona dell'Arcidiocesi Arborense
Santuario del Rimedio - 8 settembre 2017 Cari fratelli e sorelle, la ricorrenza della festa della Madonna del Rimedio, nostra compatrona, per noi oristanesi è l’occasione della manifestazione della devozione popolare a Nostra Segnora, Remediu pro d’ogni male; per la Chiesa universale è la festa della nascita di Maria, ossia l’inizio della redenzione dell’umanità, l’aurora che precede il sorgere del sole. Come per San Giovanni Batista, precursore del Messia, così per Maria, la madre del Messia, si fa memoria liturgica non solo della nascita alla vita eterna, come per tutti i santi, ma anche della nascita alla vita terrena. Giovanni Battista ha preparato la venuta del Messia con la predicazione di penitenza e l’invito alla conversione. Maria ha preparato l’abitazione del Messia, con il suo sì all’annuncio dell’Angelo. L’ingresso di Maria nella storia della salvezza è tutto in funzione di Gesù, e l’intera sua esistenza si è svolta all’ombra del suo Figlio, intervenendo con discrezione a favore delle persone bisognose, rimanendo fedele al suo Figlio sin sotto la croce. Non ha operato come la first lady d’un capo di governo, e neppure come la star che ruba la scena al suo Figlio. E’ stata la Vergine che ha concepito e dato alla luce l’Emanuele, il Dio con noi (Mt 1, 23), la “Vergine e madre, figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura”. Per il profeta Michea, la nascita di Maria rappresenta l’inizio di un’era nuova, nella quale la pace non consisterà nell’assenza di conflitti ma nella stessa presenza del Messia: “Egli stesso sarà la pace” (Mic 5, 4). Noi professiamo l’adempimento di questa promessa tutti i giorni nella celebrazione dell’Eucaristia, quando ripetiamo le parole di Gesù: “vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Anche San Paolo ci ricorda che “Gesù è la nostra pace” (Ef 2, 14). Dante Alighieri, nel canto III del Paradiso, fa consistere la beatitudine e la pace nella piena conformazione della volontà dell’uomo alla volontà di Dio: “e nella sua volontà è la nostra pace.” Non è sempre facile fare la volontà di Dio. Non è neppure sempre facile capire quale sia la volontà di Dio per noi e per il nostro prossimo. Maria ci insegna, però, che è possibile fare la volontà di Dio. Lei è l’ancella del Signore, nella cui vita tutto si è compiuto secondo la Parola di Dio. La lettera pastorale che consegnerò alla comunità nel convegno ecclesiale diocesano del prossimo 14 ottobre, che sarà aperto dall’intervento di S.E. Mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, avrà per titolo: “osare il Vangelo”, ossia avere il coraggio di vivere della Parola di Dio, di testimoniare la Parola di Dio. Come singoli fedeli e come comunità ecclesiale chiediamo a Maria la grazia del coraggio di viver secondo la Parola di Dio. Solo così combatteremo forme di rassegnazione e fatalismo. Papa Francesco ha scritto nell’Evangelii Gaudium che “non viviamo un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca” e, nel discorso ai Vescovi Italiani, nel novembre del 2016, ha aggiunto “mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta con il volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”. In buona sostanza, l’esortazione del Papa afferma il primato della missione sul semplice mantenimento delle strutture e la cura della vocazione missionaria di ogni discepolo di Cristo. In effetti, con la rassegnazione non si va da nessuna parte Né nella vita civile né nella vita ecclesiale. Non è possibile vivere con le braccia conserte e gli occhi rivolti in alto, aspettando che scenda dal cielo il Salvatore. Il Salvatore, in realtà, è già venuto. Lo professiamo nel credo, quando preghiamo insieme, dicendo: “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”. Ma Gesù è anche risalito in cielo, dopo aver lasciato sulla terra i discepoli con il compito di “andare e ammaestrare tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che ha comandato”, ed aver promesso di essere con loro tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28, 20). Dunque, come discepoli di Gesù, dobbiamo continuare la sua opera di salvezza. Gesù non ci ha dato un semplice consiglio, ci ha affidato una missione molto chiara: annunciare il suo Vangelo. Perciò, tutti ci dobbiamo sentire corresponsabili dell’annuncio del Vangelo, di fare discepole tutte le genti. Questo richiamo alla corresponsabilità vale soprattutto nella vita della parrocchia. In questa, spesso ci si attende che il parroco faccia tutto da solo, e ci si dimentica della propria responsabilità e corresponsabilità. Quando, per esempio, ci si oppone al trasferimento di un prete al quale si è affezionati, indirettamente, è come se si facesse dipendere il bene della parrocchia solo dal prete, e non si voglia prendere alcuna responsabilità personale nella vita della parrocchia, e, tanto meno, della Diocesi. Chiediamo a Maria la grazia del coraggio di vivere secondo la Parola di Dio per prendere coscienza che Gesù ha affidato il compito di continuare la sua opera di salvezza ai discepoli, e i discepoli non sono solo i preti e le suore, ma tutti i battezzati. Nessuno, perciò, si deve tirare indietro, pensando di non essere stato “inviato”. Ognuno è responsabile se il suo fratello crede o non crede, se prega o non prega, se spera o non spera. Quando, un giorno, un giornalista pose la domanda a Madre Teresa: “Madre, cosa non va in questo mondo?” Lei rispose: “Signore, quello che non va siamo io e lei”. Dunque, se in una parrocchia qualcosa non funziona, prima di chiamare in causa il parroco o di scrivere al Vescovo, ognuno faccia il proprio esame di coscienza e verifichi se, come “fedeli incorporati a Cristo mediante il Battesimo, costituiti popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro proprio della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, si senta chiamato ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo” (cfr. LG, 31). L’apologeta cristiano Tertulliano ha scritto che unus christianus nullus christianus, ossia un cristiano da solo non è un cristiano, per sottolineare che il cristiano, in quanto tale, è inserito nella comunità dei battezzati, e non vive e opera mai da solo. Nella comunità dei battezzati, il bene degli uni è il bene degli altri; si sa gioire con chi gioisce e piangere con chi piange. Non è possibile, perciò, gioire delle disgrazie altrui, girare la faccia dall’altra parte quando c’è qualcuno che soffre e che chiede aiuto e solidarietà. Inoltre, il dono della fede non ci viene dato per consumarlo individualisticamente come un bene privato ed acquisito con i propri meriti. Ci viene dato per testimoniarlo, condividerlo, donarlo ai vicini e ai lontani. Mahatma Gandhi disse: “Io amo e stimo Gesù, ma non sono cristiano. Lo diventerei se solo vedessi un cristiano comportarsi come Lui”. Ebbene, noi potremo essere quel cristiano. Noi vogliamo comportarci come Gesù, e, con le parole di Papa Francesco, essere “gente di primavera e non d’autunno”, “eredi d’una promessa e instancabili coltivatori di sogni”. Amen. leggi tutto
7 settembre 2017 Letto 67 volte
la route estiva dei nostri giovani scout del Clan Surgens
Tra le esperienze più belle e fondamentali del metodo educativo scout, almeno per il Clan R/S (rover e scolte), vi è la route. Quest’esperienza consiste essenzialmente in un lungo percorso fraterno fatto dai ragazzi accompagnati dai Capi branca. In buona sostanza la route si sviluppa in alcuni giorni di cammino, col pernottamento in posti diversi e lontani fra loro, mediante un’alimentazione sana e uno zaino essenziale e leggero, insomma un percorso interessante, con un tema di fondo che lega, con un filo logico e metodologico, le giornate tra loro e un significativo itinerario di fede che accompagna l’esperienza. La route consente di esercitare la pazienza, la tenacia, la sobrietà e di vivere con un atteggiamento di disponibilità e attenzione ai compagni di strada con uno sguardo di servizio nei confronti delle persone che si incontrano lungo il cammino. Attraverso l’esperienza della route si assapora lo spirito della scoperta degli altri e delle cose, il gusto dell’avventura, il contatto con la natura, si vivono giornate con ritmi nuovi in semplicità ed essenzialità, nella tensione continua al superamento dei propri limiti. La route estiva del Clan Surgens Oristano 2, della parrocchia di san Giuseppe lavoratore, si è tenuta nella splendida Penisola del Sinis dal 19 al 22 agosto. Una quindicina di adolescenti (delle ultime classi delle superiori) si sono ritrovati, dopo averla preparata nei minimi dettagli con il supporto dello staff (i tre capi Stefano, Roberta e Valeria e il conforto dell’Assistente Ecclesiastico don Tonino), nell’antica e bellissima Chiesa di San Giovanni di Sinis. Un intenso momento di preghiera ha caratterizzato la partenza: don Tonino ha ricordato che “questo luogo antico e suggestivo è la culla della chiesa arborense”: ha poi esortato i giovani ad aprire gli occhi per ammirare le bellezze del creato, le orecchie per ascoltare i sussurri del vento e del mare, la bocca per lodare il Signore e il cuore per condividere con tutti i compagni la strada. I ragazzi per alcuni giorni hanno vissuto un’esperienza esaltante e faticosa: il cammino fatto insieme, il montaggio dei campi, il percorso formativo, la contemplazione del mare, del sole, della natura, del cielo stellato, la celebrazione della Messa al campo e il passaggio di tre esploratori Emma, Matteo e Sebastiano, che sono stati accolti nel Noviziato del Clan. La route estiva non si improvvisa mai: i membri della branca l’hanno preparata e vissuta con varie esperienze svolte durante tutto l’anno in parrocchia e in città, anche la cerimonia di passaggio ha trovato proprio nella route lo scenario ideale. Quest’esperienza rimarrà a lungo nel loro cuore: la route estiva è stata occasione privilegiata per fare sintesi del cammino compiuto durante l’anno sia come singoli che come comunità scout. Fortificati da questa nuova esperienza i ragazzi sapranno mostrare, durante il nuovo anno comunitario, col loro stile fatto di servizio gioioso, l’esperienza fatta lungo i polverosi e suggestivi sentieri del Sinis?
4 settembre 2017 Letto 27 volte
Pietro...così simile a noi
Povero Pietro! Ha appena riconosciuto nel falegname di Nazareth il Messia atteso da Israele, e il Signore lo ha appena incaricato di custodire la fede e i fratelli che già fa la prima clamorosa gaffe: vuole insegnare a Dio come si fa il Messia... Il primo discorso da Papa di Pietro resterà nella storia! Pietro vuole insegnare a Dio come deve salvare il mondo. Abitudine molto diffusa tra noi umani: saperne più di Dio, credere di essere capaci, in fondo, di dirigere l'azienda meglio di Lui. Insegnare a Dio, insomma, come fare per creare un mondo meno ingiusto, meno dolorante, eccetera. La reazione di Gesù verso Pietro è durissima: tu ragioni come il mondo, non sei ancora discepolo, il tuo parlare è demoniaco. Anzi, per la precisione, l'ammonimento di Gesù a Pietro è "passa dietro di me, Satana", cioè segui i miei passi, la mia logica, converti il tuo pensiero demoniaco. Gesù ama Pietro, lo ha appena investito di un compito fondamentale. Eppure lo richiama, lo rimprovera duramente, perché amare significa, talvolta, tirare fuori le unghie, come in questo caso. Pietro, primo Papa, fa la prima di una lunga serie di stupidaggini: dovrà percorrere ancora molta strada, abbandonare il discepolato per diventare, davvero, una "roccia". Pietro, cambia idea, guarda l'amore, non il dolore, resta stupito dalla serietà dell'amore di Dio che non resta sulla barca solo quando tutto va bene, ma che è disposto a mettersi in gioco, a donare tutto! Il discepolo, come il Maestro, è chiamato ad amare fino al perdersi. Prendere la croce e rinnegare se stessi non diventa un autolesionismo misticheggiante, ma una proposta di vita che contraddice la logica mondana dell'autorealizzarsi.
27 agosto 2017 Letto 129 volte
Spunti semiseri... sul ministero del parroco!
In questi giorni ho fatto memoria della mia ordinazione presbiterale 31 anni….) il tempo corre veloce... Conosco un testo tra il cinico e lo scherzoso (che ho voluto, in parte, rivedere con aggiunte mie). .. dopo averlo postato sulla mia pagina Fb, ora lo voglio regalare (con simpatia e un pizzico di amarezza) anche a tutti i miei carissimi parrocchiani. Grazie ancora degli auguri: e pregate anche per me. leggi tutto
27 agosto 2017 Letto 40 volte
E voi chi dite che io sia? CON PIETRO DICIAMO: TU SEI IL NOSTRO SIGNORE!
Il Vangelo di questa domenica (testo presente in tutti e 4 vangeli) ci propone almeno due suggestioni: La prima: “voi chi dite che Io sia? 2°: La seconda: in cosa consiste il servizio di Pietro e dei suoi successori (i Papi). La prima suggestione è una vera provocazione che ci deve interpellare sulla visione che abbiamo di Gesù. Chi è Gesù per noi. La seconda (su questa voglio soffermarmi e meditare) sul potere spirituale che Gesù assegna a Pietro, dopo la sua professione sincera di fede in Lui: un ministero quello di Pietro, che è il servizio evangelico della misericordia e del perdono di Dio per l'umanità. Questo speciale compito spetta a Pietro e alla barca di Pietro, la Chiesa di Cristo, che è una, santa, cattolica ed apostolica secondo quanto professiamo con la bocca e con il cuore nel Credo apostolico. Tutto parte da un'esigenza di Gesù di sapere cosa pensa la gente di Lui. Ebbene le risposte, quelle che avevano avuto maggiore consenso sono state indicate nel testo del vangelo di Matteo di questa domenica, che si colloca verso la fine del periodo estivo: "Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Gesù non si scompone difronte a questo sondaggio di opinione sulla persona, ma evidentemente anche lui non era contento di come aveva risposto l'opinione pubblica intervistata dagli apostoli. Gesù vuole dai discepoli una risposta più diretta, una percezione più immediata sulla sua persona e sulla sua missione. Ecco perché si rivolge direttamente agli apostoli e chiede: «Ma voi: voi chi dite che io sia?». Pietro vince l’imbarazzo e risponde prontamente, senza mezzi termini, come sentiva nella sua mente e nel suo cuore, sotto l'azione dello Spirito Santo che lo guida nei pensieri e nella parola, disse: «Tu sei il Messia che stiamo attendendo… sarebbe bastato questo… ma aggiunge subito “sei il Figlio del Dio vivente”. È la celebre professione di fede di Pietro a Filippi di Cesarea, da cui parte tutta la missione della Chiesa, come mandato diretto a Pietro e al gruppo dei dodici di riconciliazione e di perdono. Gesù risponde cambiando il nome di Simone in Kefas: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli". Gesù edifica la chiesa su Pietro perciò “non c'è Chiesa senza Pietro, ovvero senza Cristo”. A questa chiesa affida il potere del legare e dello sciogliere. Chiaro riferimento al dono della misericordia che la chiesa è chiamata ad esercitare nel nome di Cristo mediante i sacramenti della confessione, ma anche mediante altre forme di perdono che la Chiesa, in nome di Cristo, può concedere ai singoli fedeli e all'intera comunità dei credenti. Il potere delle chiavi e il potere di riconoscersi nella Chiesa come comunità di credenti che professano la stessa fede nell'unico salvatore del mondo, che è Gesù Cristo. Sarà nel Concilio di Gerusalemme che Pietro userà per la prima volta il potere delle chiavi: “Quando tu apri sulla terra, sarà aperto in cielo”. I Pagani erano esclusi dalla salvezza, lo Spirito fa capire e Pietro che deve offrire la salvezza a tutti i popoli non solo “alle pecore perdute della casa d’Israele”. “Lo Spirito Santo è disceso sui pagani come era disceso su di noi a Gerusalemme; chi ero io per oppormi al dono dello Spirito?”. Ecco Pietro apre la porta della salvezza a tutti i pagani che si faranno battezzare nel nome del Signore Gesù. Nessuno è escluso dalla misericordia di Dio, se sinceramente pentito e contrito dei propri peccati. Da quel giorno, da quel gesto di Pietro la Chiesa ha sempre le porte aperte e non chiude in faccia a nessuno le sue porte di ingresso alla grazia e alla misericordia di Dio. Rinnoviamo di fronte al grande mistero di Cristo salvatore di tutti e di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, davanti ai molteplici misteri della vita umana, la nostra fiduciosa preghiera, in sintonia e in comunione con Pietro, che oggi ha il nome di Papa Francesco, e con tutta la Chiesa sparsa nel mondo, che soffre a causa di quella fede osteggiata da chi non permette di professarla liberamente in ogni parte della terra: O "Padre, fonte di sapienza, che nell'umile testimonianza dell'apostolo Pietro hai posto il fondamento della nostra fede, dona a tutti gli uomini la luce del tuo Spirito, perché riconoscendo in Gesù di Nazaret il Figlio del Dio vivente, diventino pietre vive per l'edificazione della tua Chiesa". La confessione della fede passi se è necessario anche attraverso la testimonianza estrema del martirio come da 2000 anni ci insegnano i martiri delle prime persecuzioni ai martiri delle persecuzioni del 2014. Un profondo legame di sangue e di amore a Cristo lega i cristiani di ogni tempo, di ogni epoca e cultura, di ogni nazione, in quanto il sangue dei martiri è stato e rimarrà il seme spirituale per la diffusione della fede in Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra. Dalla Palestina a Roma, con Pietro e Paolo, dai primi martiri ai martiri di oggi, tutto parla di Gesù e tutto dice quanto sia grande l'amore per Lui quando la fede è sincera e forte nei cuori dei suoi discepoli. Allora riconosciamolo con fede e umiltà e con Pietro diciamo: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente".
19 agosto 2017 Letto 78 volte
arcivescovo e nunzio apostolico di Ghilarza
Ha concluso la sua vita terrena... ed è entrato nei pascoli eterni del cielo il Carissimo e reverendissimo mons. Mario Roberto Cassari, arcivescovo e nunzio apostolico (cioè Ambasciatore del Papa e della Santa Sede), era di Ghilarza, aveva 74 anni: dopo una lunga malattia è morto la notte scorsa. I funerali, presieduti dal Sottosegretario di Stato Mons. Angelo Becciu, con la presenza del nostro Arcivescovo, degli altri Vescovi sardi e di tanti sacerdoti, si terranno lunedì 21 agosto alle ore 17 nella chiesa parrocchiale di Ghilarza. Preghiamo per Lui.... certi che mons. Mario pregherà per noi.
15 agosto 2017 Letto 45 volte
Una riflessione per la festa dell'Assunzione di Maria Santissima in cielo, in anima e corpo
Uno degli inni più belli e rappresentativi di questa grande solennità che ci fa contemplare il mistero dell’Assunzione della Vergine Maria in cielo, in anima e corpo è l’antifona Tota Pulchra. Maria è cantata come bellissima, tutta bella. Maria è nel suo essere Vergine, Sposa e Madre come un frammento vivente in cui ci è offerta l’infinita bellezza. Afferma San Giovanni Damasceno, che l’Oriente ama chiamare il “sigillo dei Padri”: “Il solo nome della Madre di Dio contiene tutto il mistero dell’economia dell’Incarnazione”. Questa frase riassume una convinzione costante della fede cristiana riguardo alla Vergine Madre: in lei, la Tota pulchra, si affaccia nel tempo l’infinita bellezza di Dio e del Suo progetto sull’uomo. Proprio per questo artisti e poeti l’hanno celebrata: un esempio altissimo è costituito da Dante, che nel XXXIII Canto del Paradiso presenta l’incontro paradossale di umiltà e grandezza, di creaturalità e grazia, di tempo ed eternità, compiutosi in Maria: Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio…. Prima di lui, San Pietro Celestino aveva celebrato la bellezza di Maria con linguaggio corposo: Vergine gloriosa, Madre de pietate, / fonte de omne bellezza, giglio de castitate, / castello de Amore, foco de caritate, / altezza de virtude, radice de sanctitate, / scola de sapientia, armario de veritate… Francesco Petrarca si rivolge così a Maria: Vergine bella, che di sol vestita, / coronata di stelle, al sommo Sole / piacesti sí, che ‘n te Sua luce ascose”. Infine, per citare solo due voci dell’epoca moderna, Paul Claudel esclama: Semplicemente perché tu esisti, madre di Gesù, che tu sia ringraziata; e il poeta romantico tedesco Novalis dice: Chi, Madre, t’ha veduta una volta, non subirà mai più l’incanto del male. La ragione profonda che conduce la sensibilità di artisti, poeti e mistici a riconoscere in Maria la Tutta Bella sta precisamente nel suo essere il frammento, in cui l’Infinito è venuto a mettere la sua tenda fra noi. È già la testimonianza biblica a far intravedere come in Lei la totalità venga ad offrirsi nell’umiltà della Sua vicenda: da una parte, risulta evidente che non si può parlare di lei che in rapporto al Figlio e all’economia totale della salvezza in lui realizzata; dall’altra, i testi biblici mostrano la concretezza della Sua storia di donna, vergine, madre e sposa. È insomma dal Figlio suo che la Vergine Madre riceve una sua specifica e singolare partecipazione all’universalità del disegno salvifico, “benedetta fra tutte le donne” come è “benedetto il frutto del suo grembo”, Gesù (cf. Lc 1,42). Si può dire, allora, che la storia di Maria è “la storia del mondo in compendio, la sua teologia in una sola parola”, e che ella è “il dogma vivente, la verità sulla creatura realizzata”. Maria, insomma, è la “tutta bella” perché è la donna, icona del Mistero: il riferimento al Suo essere donna evidenzia la densa realtà del frammento di cui si parla, la storicità di questa giovane della casa d’Israele, cui è stato dato di diventare la madre del Messia. Maria non è un mito, né un’astrazione, come mostrano i tratti della sua personalità di donna ebrea, che ha saputo vivere nel modo più alto la spiritualità dello “Shemà” cioè dell’ascolto nutrito dalla fede e dalla speranza messianica, sperimentandone in se stessa il compimento e il nuovo inizio. Confermano la storicità della sua figura l’umiltà della sua condizione, la quotidianità delle sue fatiche nella famiglia di Nazaret, l’oscurità dell’itinerario di fede in cui è avanzata, i condizionamenti ricevuti dall’ambiente circostante, l’aver conosciuto in prima persona gli stati differenti dell’esperienza femminile di vergine, madre e sposa. “Con un inno dell’VIII/IX secolo – scrive Benedetto XVI concludendo l’Enciclica Spe salvi (2007) – la Chiesa saluta Maria, la Madre di Dio, come stella dei nostri mari: Ave maris stella. La vita umana è un cammino. Verso quale meta? Come ne troviamo la strada? La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata. E quale persona potrebbe più di Maria essere per noi stella di speranza – lei che con il suo ‘sì’ aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo?” (n. 49). A Lei, assunta negli splendori eterni, “Madre della speranza”, si rivolge perciò Benedetto XVI, facendosi voce dell’invocazione di tutti i credenti, pellegrini verso la patria: “Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!” (n. 50). A Maria, associata alla gloria del Figlio, contemplata nella sua biografia totale, canta così la fede della Chiesa nei secoli: Tota pulchra es, Maria / Et macula originalis non est in Te / Vestimentum tuum candidum quasi nix, / et facies tua sicut sol / Tu gloria Ierusalem / Tu laetitia Israel / Tu honorificentia populi nostri / Tu advocata peccatorum. (Tutta bella sei, Maria, / e il peccato originale non è in te / La tua veste è bianca come la neve / e il Tuo volto come il sole / Tu gloria di Gerusalemme, / tu letizia d’Israele, / tu onore del nostro popolo, / tu avvocata dei peccatori). E siccome i figli assomigliano alla madre… almeno speriamo di assomigliare anche noi alla nostra Madre celeste: noi belli per misericordia come Lei è bella per la grazia di Dio.
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