Arcidiocesi di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

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11 dicembre 2018 Letto 14 volte
la spiritualità dell'Avvento
L’Avvento è un tempo che ci educa a vivere con consapevolezza l’Attesa. Un ‘attesa piena, feconda, indispensabile, luminosa, un ‘attesa di speranza, di fedeltà, di libertà, di responsabilità, di crescita umana, spirituale, morale, etica. Attendere a 360° per fare della propria vita la miglior vita possibile, lì, pronta, donata, a portata di mano, incarnata nel quotidiano, così piccola ma anche così indispensabile alla realizzazione di una storia più grande di noi. Con questa domenica cambiano i colori, i profumi, la musica, i silenzi, le pause, cambiano gli orari, arriva il freddo che ci fa assaporare il calore delle nostre case, cambia il tono delle nostre voci, cambiano le letture. Iniziamo un nuovo anno liturgico non con qualcosa di già preconfezionato, fisso, stabile, ripetitivo, già deciso, ma con un tempo di attesa, di mutabile, di sempre nuovo perché mai il desiderio ci lascia essere come sempre, come l’anno scorso e l’altro ancora prima. Abituati ad avere tutto e subito con il semplice tocco delle dita su uno schermo, abituati a vivere senza tempi di attesa se non quelli alle poste, abituati a soddisfare ogni capriccio che ci passa per la testa, abbiamo smesso di sperare, di desiderare, di guardare al futuro con stupore, abbiamo perso il gusto di scartare regali tanto sappiamo già cosa c’è dentro quel pacchetto, abbiamo smesso di crescere, e ci siamo fermati. Tutto, subito, senza conflitti o difficoltà, come voglio io, come piace a me, senza che nessuno mi dica mai di no, perché io stia bene, quando dico io, con chi voglio io, e potrei non finire mai l’elenco dell’egoismo che ci tiene lontani da noi stessi, dagli altri, dalla vita e dal Padre. Elenco infantile di richieste soddisfacenti che ci sterilizzano il cuore, che ci rendono sempre meno capaci di accogliere e di dare Amore, sempre meno protesi alla ricerca della Verità che solo un ‘Attesa profonda può rieducarci a vivere. Buon Avvento a tutti!
1 dicembre 2018 Letto 79 volte
il sacro tempo dell'AVVENTO

 Inizia la sera di sabato 1 dicembre  2018 l’Avvento, il tempo forte dell’Anno liturgico che prepara al Natale. La prima domenica di Avvento apre il nuovo Anno liturgico. Quattro sono le domeniche di Avvento nel rito romano, mentre nel rito ambrosiano sono sei e infatti l’Avvento è già cominciato domenica 18 novembre. Si tratta di un «tempo che ci è dato per accogliere il Signore che ci viene incontro, anche per verificare il nostro desiderio di Dio, per guardare avanti e prepararci al ritorno di Cristo», aveva spiegato lo scorso anno papa Francesco nel suo primo Angelus d’Avvento in piazza San Pietro. E la domenica successiva, sempre all’Angelus , aveva chiarito che «è un tempo per riconoscere i vuoti da colmare nella nostra vita, per spianare le asperità dell’orgoglio e fare spazio a Gesù che viene».  L’Avvento inizia con i primi Vespri della prima Domenica di Avvento e termina prima dei primi Vespri di Natale. Il colore dei paramenti liturgici indossati dal sacerdote è il viola; nella terza domenica di Avvento (ossia, la domenica Guadete) facoltativamente si può usare il rosa, a rappresentare la gioia per la venuta di Cristo. Nella celebrazione eucaristica non viene recitato il Gloria, in maniera che esso risuoni più vivo nella Messa della notte per la Natività del Signore. 

I nomi tradizionali delle domeniche di Avvento sono tratti dalle prime parole dell’Antifona di ingresso alla Messa:

La prima domenica è detta del Ad te levavi («A te elevo», Salmo 25);

la seconda domenica è chiamata del Populus Sion («Popolo di Sion», Isaia 30,19.30);

la terza domenica è quella del Gaudete («Rallegratevi», Filippesi 4,4.5);

la quarta domenica è quella del Rorate («Stillate», Isaia 45,8).

 L’origine dell’Avvento

 

 Il termine Avvento deriva dalla parola “venuta”, in latino adventus. Il vocabolo adventus può tradursi con “presenza”, “arrivo”, “venuta”. Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto.
I cristiani adottarono la parola Avvento per esprimere la loro relazione con Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera “provincia” denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.

 Il tempo dell’attesa, della conversione e della speranza

 L’Avvento è «tempo di attesa, di conversione, di speranza», come spiega Direttorio su pietà popolare e liturgia. È il tempo dell’attesa della venuta di Dio che viene celebrata nei suoi due momenti: la prima parte del tempo di Avvento invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo; poi, avvicinandosi il Natale, la seconda parte dell’Avvento rimanda al mistero dell’Incarnazione e chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la salvezza di tutti. Ciò è spiegato nel primo Prefazio di Avvento, ossia la preghiera che “apre” la liturgia eucaristica all’interno della Messa dopo l’Offertorio. In essa si sottolinea che il Signore «al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana, portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza». E poi si aggiunge: «Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa».

 L’Avvento è poi tempo di conversione, alla quale la liturgia di questo momento forte invita con la voce dei profeti e soprattutto di Giovanni Battista: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Matteo 3, 2). Infine è il tempo della speranza gioiosa che la salvezza già operata da e le realtà di grazia già presenti nel mondo giungano alla loro maturazione e pienezza, per cui la promessa si tramuterà in possesso, la fede in visione, e «noi saremo simili a lui e lo vedremo così come egli è» (1 Giovanni 3, 2).

28 novembre 2018 Letto 69 volte
Sabato 1 dicembre: CASTAGNATA e CENA FRATERNA
 Sorelle e fratelli,
SABATO 1 DICEMBRE 2018
daremo inizio al nuovo anno liturgico.
 
Dopo la Messa delle ore 18,30,
durante la quale accenderemo la prima candela della Corona d'Avvento, siamo tutti invitati
a prendere parte alla CENA FRATERNA,
preparata da un gruppo di solerti collaboratori della nostra comunità.
 
La Cena si terrà
nel salone Parrocchiale con inizio intorno alle ore 20.
 
Un menù gustoso a base di
Gnocchetti alla campidanese,
grigliata di Carne (salsiccie, pancetta e hamburger),
contorno di patate fritte,
e come frutta mandaranci freschi freschi....
pane fresco, vino buono, acqua, e bibite,
dolci e e e e le immancabili caldarroste per tutti.. 
 
Sarà anche una cena
con sfondo solidale
per raccogliere i necessari fondi
per la sostituzione dell'Impianto microfonico della parrocchia.
 
Tutti potremo contribuire
con un prezzo simbolico che può essere di EURO 10... o anche di più.
Vi aspettiamo con affetto
 
don Toz e comunità
17 novembre 2018 Letto 99 volte
consultare il nuovo Turno dei Lettori nell'apposito spazio....
 Fratelli e sorelle
Nello spazio dedicato ai LETTORI
e in quello del Calendario
troverete il Turno dei Lettori
e il calendario del mese di novembre in dettaglio.
controllate e tenetene conto
17 novembre 2018 Letto 20 volte
Mentre l'anno liturgico volge al termine riflettiamo non sulla fine ma sul FINE della nostra vita

 

Le ultime domeniche dell'anno liturgico ci presentano un tono meditativo in riferimento alle cose ultime, con particolare attenzione al giudizio universale. Il brano del vangelo di Marco di oggi troviamo in modo accentuata e drammatica la descrizione delle ultime cose che succederanno prima del secondo e definitivo avvento di Cristo sulla terra, per giudicare i vivi e i morti, come ci ricorda il Credo. La convocazione dell'umanità ai piedi del Cristo Redentore per il giudizio finale che Egli pronuncerà per i buoni, i meno buoni e i cattivi. Quando accadrà tutto questo? Non lo sappiamo, solo Dio lo conosce, perciò abbiamo il dovere di essere preparati e pronti, di apprendere dalla vita dei campi e della natura come si attende e come si accorge che ormai il tempo è maturo per il raccolto finale. Gesù ci ricorda di osservare la pianta di fico: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Il discernimento dell'arrivo delle ultime cose va fatto e allora, quando vedremo accadere queste cose, dobbiamo sapere che il Signore è vicino, è alle porte. Potremmo, come fanno tanti, pensare che sia ancora molto lontano questo ritorno di Gesù? La risposta la possiamo trovare nel versetto del vangelo di oggi: In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga… Cosa avverrà? Che il cielo e la terra passeranno, ma le parole di Gesù non passeranno, perché sono parole di vita eterna. Sono le parole certe e sicure di Gesù Cristo che si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Il sacrificio di Cristo sulla Croce ci ha liberato dal peccato e dall'angoscia di un'esistenza fallimentare, ci ha immesso sulla strada della salvezza finale, quella che cambierà la nostra vita in gloria e gioia eterna in comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, nella Gerusalemme celeste. Qui la sofferenza e la morte non potranno più farci paura e angosciarci per quello che umanamente trasmettono, senza nessun riferimento all'assoluto e all'eternità, in quanto non ci saranno più. Vivremo la pace e nel riposo eterno. Perciò, con la convinzione più profonda della nostra fede, possiamo pregare il Signore con queste semplici e umili parole di speranza e piena fiducia in Lui: O Dio, che vegli sulle sorti del tuo popolo, accresci in noi la fede che quanti dormono nella polvere si risveglieranno; donaci il tuo Spirito, perché operosi nella carità attendiamo ogni giorno la manifestazione gloriosa del tuo Figlio, che verrà per riunire tutti gli eletti nel suo regno. E con il Salmista, possiamo giustamente elevare la mente e il cuore oltre i confini del tempo e del contingente, per collocarci, concettualmente e moralmente su piani più elevati di sapienza che discende dal cielo: Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita. Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare. Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.

 

Possa ognuno di noi avere chiara, in sé stesso, questa prospettiva, che la vera e piena felicità non sta in terra, ma sta in cielo, anche se in terra costruiamo la nostra felicità celeste. Lavoriamo seriamente per questo progetto di salvezza che avrà pieno compimento in cielo. Buon fine di anno liturgico a tutti!

 

 

 

 

 

 

 

15 novembre 2018 Letto 53 volte
dal 15 novembre 2018
 Carissimi
da oggi, 15 novembre 2018,
è attiva una nuova linea telefonica della Parrocchia San Giuseppe Lavoratore.
IL NUOVO NUMERO E': 0783 296719
Al numero è collegata una Segreteria telefonica
sempre accesa alla quale,
se non dovessi rispondere perchè impegnato
in Curia (soprattutto nelle ore del mattino: 9-13)
sia durante altri impegni pastorali,
chi vuole può lasciare un breve messaggio vocale.
 
Sarà mia premura richiamare al più presto.
Grazie.
 
11 novembre 2018 Letto 20 volte
Un vedova... che dona tutto quanto aveva per vivere
 
Dal Vangelo secondo Marco 12,38-44. 

Diceva loro mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».
E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Venuta una povera vedova vi gettò due monete, cioè un soldo.
Allora, chiamati a sè i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poichè tutti hanno dato il loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».


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4 novembre 2018 Letto 113 volte
Un gruppo di giovanissimi collaboratori importantissimo per il decoro della Liturgia e il servizio all'Assemblea
Anche nella nostra comunità si rafforza il prezioso servizio dei Ministranti.... grazie alle catechiste, ai genitori, al diacono Ignazio e ai Ministri della Comunione, alcuni ragazzi che lo scorso anno hanno ricevuto il Sacramento della Comunione, questo ministero torna ad arricchire le nostre celebrazioni.
Ogni domenica con entusiasmo si accostano all'Altare e alla assemblea per offrire il loro semplice e prezioso contributo ministeriale.
GRAZIE
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28 ottobre 2018 Letto 65 volte
Primo incontro dei catechisti delle parrocchie del Vicariato Urbano di Oristano
 I parroci delle parrocchie cittadine hanno organizzato (finalmente dirà qualcuno...e avrebbe ragione)
 
il PRIMO INCONTRO dei CATECHISTI
della CITTA' di Oristano.
Si terrà Domenica 28 ottobre con inizio alle ore 17 nei locali della parrocchia di San Giovanni evangelista.
Ecco il programma dell'incontro che sarà presieduto da mons. Arcivescovo.
 
ore 17 inizio (saluto del Vicario Urbano mons. Giuseppe Sanna, parroco di Cattedrale e San Sebastiano)
 

PREGHIERA INIZIALE  (a cura della parrocchia di San Giuseppe lav.)

Lectio divina (a cura di suor Nolly F.d.S.G.)

Problematiche e prostettive della catechesi cittadina (a cura di Padre Cristino raspino parroco B.V.Immacolata)

dibattito in assemblea

merenda
 
conclusione
 
Sarà un primo incontro per vederci in viso, condividere la gioia e la fatica dell'impegno catechistico, per pregare e sperimentare uno stile comunitario e sinodale.
28 ottobre 2018 Letto 45 volte
Anche noi come Bartimeo: salvàti dalla fede in Gesù!
 

Da Gerico a Gerusalemme c'è una giornata di cammino, un sentiero in salita non solo per il dislivello dei monti. La salita di Gesù va oltre per inerpicarsi sul Calvario, con quale animo è complicato immaginarlo; per tre volte aveva parlato della sua fine imminente tra l'incomprensione di Pietro e la prospettiva fuorviante di Giacomo e Giovanni, ancora lo seguono i discepoli ed una folla... fin dove? Fin dove arriva la loro visuale.

Lungo quella strada, sul ciglio della emarginazione, c'era anche un povero cieco Bartimèo, figlio di Timeo, a mendicare.

È significativo che tra tanti che Gesù ha incontrato di lui si ricordi il nome; era diventato cieco, incapace di percepire in pieno la realtà che lo circonda, la storia che gli passa accanto. La sua cecità però non gli impedisce di essere attento con l'udito, di sentire la realtà in movimento, di scandagliarne il senso. Oggi sappiamo che l'organo dell'equilibrio risiede negli orecchi, questo potrebbe aiutarci nella nostra riflessione, su come prendiamo coscienza della nostra storia e del mondo che ci circonda: Non capite ancora e non comprendete Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? (Mc 8, 17-18).

La vicenda di Bartimeo inizia proprio dall'ascolto, coglie il fatto che sta passando il Nazareno, ma anche che si sta allontanando. È necessario gridare per farsi sentire: è il grido di ogni sofferente, di ogni emarginato, di ogni perdente, di coloro che si trovano bloccati - o costretti - sul ciglio della strada della storia. Oggi, al posto di Bartimeo ci sono gli esclusi dalla nostra società, i poveri, migranti, disoccupati, tutte le persone la cui voce rimane inascoltata.  Intorno ci sono sempre i benpensanti che si preoccupano che non sia turbato il loro andare della vita: lo rimproveravano perché tacesse. Nella vita frenetica e egoistica di oggi, siamo talmente concentrati sui problemi personali da non ascoltare il grido degli altri, il bisognoso diventa un disturbatore, uno che crea problemi. E storia di sempre, di chi è cieco e sordo perché non vuol vedere e non vuole sentire, allora impone il silenzio (in quanti luoghi è impedita la libertà del giornalismo e quante lotte perché il potente di turno occupi i posti chiave della comunicazione!), si costruiscono muri perché quel grido rimanga dall'altra parte della nostra esistenza.

Anche nelle chiese si chiede il silenzio ed il raccoglimento, come se le grida degli uomini debbano rimanere fuori, non riguardassero Dio.

Gesù ascolta quel grido e si ferma, non va incontro ma coinvolge coloro che gli stavano d'intorno e che nascondevano la sua presenza: «Chiamatelo!». Le barriere devono saltare e gli animi si devono raccordare, il grido di uno deve diventare il grido dell'altro.

Il cambiamento è immediato e radicale: balza in piedi e getta il mantello, si libera di tutto quello che ha (cfr, Mc 10,21), non è più solo, va verso Gesù al buio, come ogni cammino di fede, sorretto dagli altri. La vita riprende possesso di Bartimèo, il Nazareno diventa Rabbunì (mio maestro) e la richiesta di pietà acquista un significato preciso: la vista.

La fede compie il suo miracolo: gli apre gli occhi e lo mette in movimento. «Va', la tua fede ti ha salvato», dice Gesù, che è molto di più di una vista riacquisita perché coinvolge tutto il suo essere, la dimensione della vita che era fin dall'inizio, prima che il peccato guastasse ogni aspetto della esistenza.

Il peccato ha questo effetto: ci impoverisce e ci isola. È una cecità dello spirito, che impedisce di vedere l'essenziale, di fissare lo sguardo sull'amore che dà la vita; e conduce poco alla volta a soffermarsi su ciò che è superficiale, fino a rendere insensibili agli altri e al bene (papa Francesco). «Va', la tua fede ti ha salvato», è la Fede che ci salva, ci fa entrare nella liberazione. Bartimèo si mette a seguire Gesù su quella stessa strada che lo aveva tenuto seduto ai margini a mendicare. La fede diventa il punto per una nuova partenza, di una dinamica nuova della vita: passa dal ciglio periferico (nei pressi della via) a dentro la strada (dentro la via).


G.C.

 

 

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