Arcidiocesi di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

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22 aprile 2018 Letto 21 volte
Gesù è il Pastore Bello e Buono
La IV domenica del tempo di Pasqua è tradizionalmente conosciuta come la Domenica del Buon Pastore. Prima di fermarci a riflettere sul brano evangelico ritengo opportuno riflettere un po’ sulla simbologia del Pastore che, nella Bibbia, ha una grande importanza. Noi sardi abbiamo la fortuna di vivere in una terra di pastori, conosciamo perciò molto bene il significato e la forza di questa forma di vita che non è solo un mestiere. Forse i ragazzi, non ne conoscono nemmeno uno. Eppure anche nel territorio della nostra parrocchia ci sono diversi pastori con le loro greggi. Chi di noi non è rimasto affascinato o incuriosito da personaggi così solitari, viandanti silenziosi?! Poeti e scrittori si sono spesso cimentati a dedicare loro delle pagine suggestive. Poesie imparate sui banchi di scuola che hanno catturato l’attenzione di alunni e maestri. Il Pastore è figura affascinante da sempre! Nell’Oriente antico, come nella civiltà omerica, i sovrani e i Re si consideravano volentieri pastori del loro popolo, ai quali la divinità aveva affidato il servizio di guidare e di curare il “gregge” dei sudditi. La suggestiva metafora del pastore era fortemente radicata anche nell’esperienza degli aramei nomadi quali furono i patriarchi di Israele, e nell’anima di un popolo originariamente dedito alla pastorizia, continuava a provocare ricordi forti ed entusiastici. Si spiega così il fatto che, per descrivere la trama di relazioni che legava il Signore al suo popolo, risultava spontaneo il ricorso alla similitudine del buon pastore: “Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce” (Sal 95,7). Così Dio ha guidato il suo popolo nell’esodo, “come un gregge nel deserto”; così Dio riconduce Israele dall’esilio in Babilonia: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11). L'uso del termine pastore lo incontriamo spesso nella Bibbia particolarmente nell’Antico Testamento che usa il termine ebraico רעה (ra'ah), che ricorre ben 173 volte nel senso di "pascere il gregge". Esso viene pure usato in riferimento alle persone umane, come, per esempio in Geremia 3,15: "Vi darò dei pastori secondo il mio cuore, che vi pasceranno con conoscenza e intelligenza". Dio stesso è chiamato il "Pastore di Israele" e Israele "il gregge del Signore" (Genesi 49,24; Salmo 23, 80:1; Geremia 31,10; Ezechiele 34,11-21). Il termine pastore è applicato anche ai re e ai capi del popolo. Una guida ebraica è molte volte definita “pastore del suo gregge”: Mosè e Davide hanno iniziato come veri e propri pastori prima di assumere responsabilità comunitarie. Il pastore dunque non è soltanto chi alleva animali ma è più profondamente un capo. Conoscendo la fragilità del cuore umano Dio assicura tuttavia che il vero pastore è Lui stesso e assume su di sé tutte le mansioni che il buon pastore deve svolgere per essere tale: Provvedere al cibo delle sue pecore secondo le loro necessità e difendere il gregge dai nemici. Il titolo di Pastore d’Israele è riservato a una persona che deve venire. “E tu, Betlemme di Efrata così piccolo per essere tra i capoluoghi di Giudea, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore d’Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele. Egli starà là e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra”. Nel Nuovo Testamento si usa la parola greca ποιμην (poimēn) che viene normalmente tradotta "pastore". Questa parola è usata 18 volte. Gesù è difatti chiamato "buon Pastore" in Giovanni 10,11 "Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore". Gli anziani o vescovi sono incaricati a "pascere il gregge" (la Chiesa) in nome e per conto del solo e vero Pastore, Gesù Cristo (Giovanni 21,25ss; Atti 20:28; 1 Pietro 5,2). Ai tempi del Nuovo Testamento le singole chiese cristiane non erano condotte da un pastore ma da un Collegio di Anziani (presbyteroi) (1Timoteo 4,14) detti anche vescovi (letteralmente sovrintendenti). Per esempio, in Atti 20,7 Paolo convoca gli "anziani" della chiesa di Efeso per dare loro istruzioni prima della sua partenza: "Da Mileto mandò a Efeso a chiamare gli anziani della chiesa". Durante questo discorso, in Atti 20,28 egli dice loro: "Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, che egli ha acquistata con il proprio sangue. I simboli pastorali, come ricorda il salmo 23,17, sono due: il vincastro ed il bastone. Lo sfondo biblico illumina la ricca simbologia del pastore. Erede dell’esperienza di Giacobbe/Israel, il popolo della Bibbia può dire: “Dio è stato il mio pastore da quando esisto fino ad oggi” (Gn 48,15). Nell’esodo dall’Egitto e nella peregrinazione nel deserto Israele sperimenta infatti la provvida cura del suo Dio. Pur camminando tra mille difficoltà e in valle oscura, il credente non teme alcun male perché Yhwh è il suo pastore (Sal 23). Il brano evangelico che abbiamo ascoltato oggi comincia dicendo Io sono il Buon Pastore. Innanzitutto bisogna sottolineare che nel vangelo di Giovanni l’aggettivo tradotto con buono significa in realtà bello, anche se i due termini si equivalgono. L’osservazione è comunque importante, perché permette di ricordare che non si parla qui di bontà come disposizione d’animo di Gesù. Giovanni evidenzia piuttosto la “bellezza” di Gesù, punta a fare percepire lo splendore della verità di Cristo, la bellezza della sua rivelazione, affinché l’uomo ne rimanga affascinato: tende a fare innamorare di Gesù, di ciò che Egli è e di ciò che fa “per te”. La fede si può realizzare soltanto se l’uomo rimane rapito dalla verità di Gesù, soltanto se la bellezza della sua rivelazione lo conquista. Ma qual è la bellezza di questo pastore, quella che può conquistare il cuore e aprire alla fede? Essa sta nel fatto che lui offre la sua vita per le pecore: lo splendore della gloria di Dio che si manifesta in Gesù è il dono della vita, è la visibilità storica dell’amore di Dio. Questa bellezza attira a sé e permette di aderire a Cristo. Io sono il bel Pastore! A me piace questa traduzione perché ci fa capire che la bellezza del Pastore è il fascino che hanno la sua bontà e il suo coraggio. Capiamo che la bellezza è attrazione, è Dio che crea comunione. Non si tratta tanto di una bellezza fisica, quanto di una bellezza dell’Essere. È il fascino dell’essere o dell’animo umano. È la bellezza della verità. La verità che conosce e percorre sentieri di giustizia e di pace. La bellezza di annunciare e vivere la Parola di Dio. La bellezza di testimoniare Gesù, di mettersi dalla Sua parte anche quando gli altri ci deridono. La bellezza di crescere e maturare nella Sua libertà. Cristo è il bel pastore perché ci conduce verso pascoli fertili, verso ideali raggiungibili, verso sogni da realizzare! “le pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono”. Esiste una conoscenza reciproca tra il pastore e il gregge. Risaltano subito due verità su cui occorre meditare e pregare per capire cosa significa questa “conoscenza”. Innanzitutto sono strettamente legate conoscenza e appartenenza. Il pastore conosce le pecore perché gli appartengono, ed esse lo conoscono proprio perché sono sue. La conoscenza e l’appartenenza nel testo greco, ta ìdia significa l’essere “proprio”, e sono sostanzialmente la stessa cosa. Il vero pastore non “possiede” le pecore come fossero oggetti da riciclo che si usano e si gettano via. Queste pecore gli “appartengono”, perché c’è una conoscenza intima reciproca, un’accoglienza elargita dal tempo vissuto insieme Il primo elemento, è quindi quello della familiarità e intimità. “Le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo, invece, non lo seguiranno” (10,5). Gesù é bello; di questa bellezza abbiamo fatto esperienza al punto da divenirci familiare, ci FIDIAMO e lo SEGUIAMO. Quante volte abbiamo fatto l’esperienza di come sentiamo bella la voce di una persona a noi familiare e cara; quanta tenerezza nel sentirla dopo l’assenza! “Io sono il pastore bello: conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre” (14,-15). Una Voce! il mio Diletto, eccolo viene! Il Cantico dei Cantici è intriso di questa Voce … Con che cosa ci affascina il bel Pastore, come ci fa suoi? Con un verbo ripetuto cinque volte: “Io do la mia vita … la mia vita per la tua”. “Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio”, il comando che dona significato e spessore alla vita è il dono. Come fa Gesù: fra Lui e suo Padre c’è una forte intimità che di conseguenza diviene prolungamento di familiarità del Pastore con le sue pecore. Le pecore rispondono all'amore e al servizio di Cristo con una obbedienza perfetta alla sua voce. Il Buon Pastore chiama e le pecore rispondono. Lui le guida ed esse lo seguono. Lui le precede ed essere camminano dietro i suoi passi. In questo ascolto di Cristo verso il Padre e delle pecore verso Cristo si compie il vero ministero del Buon Pastore. Il Bel Pastore si rivela come colui che ci lascia liberi e per il fatto che ci conosce e ci ama, ci vuole nella verità e nell’amore. La libertà è il dono che ogni giorno fa a quanti lo riconoscono e lo seguono! La sequela presuppone una chiamata da parte di Gesù, anzi un possesso da parte di Gesù. Implica da parte del discepolo, il rifiuto di tutti gli altri pastori: Cristo è l’unico ed esclusivo Pastore della nostra vita. La sequela consiste infine nella reciproca conoscenza, nella comunione, non solo comunione di pensieri ma anche di esistenza, di intimità profonda e quotidiana con l’Amore: questo infatti è il ricco senso del verbo conoscere. Tra il Buon Pastore e le pecore vi è una perfetta conoscenza di carità e ascolto. Cristo Gesù ama e ascolta il Padre. Si pone interamente a servizio delle pecore. Le pecore rispondono all'amore e al servizio di Cristo con una obbedienza perfetta alla sua voce. Il Buon Pastore chiama e le pecore rispondono. Lui le guida ed esse lo seguono. Lui le precede ed essere camminano dietro i suoi passi. In questo ascolto di Cristo verso il Padre e delle pecore verso Cristo si compie il vero ministero del Buon Pastore. Di tutt’altra specie invece è il mercenario. Lui conduce le pecore solo per avere un guadagno col quale vivere e sopravvivere. Il mercenario è un calcolatore, uno che pensa al proprio tornaconto. Quando vede venire il lupo fugge, salva la sua vita. Abbandona le pecore a morte certa. Le pecore dal lupo vengono rapite, disperse, dilaniate, uccise. Sant'Ambrogio, a ragione, notava: "Quanti padroni finiscono per avere coloro che rifiutano l'unico Signore!" Gesù è invece pastore buono: ci raccoglie dalla dispersione per guidarci verso un comune destino; e se occorre va a prendere personalmente chi si è smarrito per ricondurlo nell'ovile. Non è un mercenario calcolatore; non pasce se stesso o solo una parte del gregge: GESU’ CRISTO è il pastore di ogni uomo la cui unica preoccupazione è di LIBERARCI da ladri, briganti, bugiardi, falsi messia e profeti che saccheggiano e portano morte … a differenza di Lui che è venuto come servo e pastore della vita: perché tutti “abbiano la vita in abbondanza”. Oggi preghiamo per tutte le vocazioni soprattutto per coloro che nella chiesa devono mostrare nei fatti il volto del Bel-Buon Pastore. Preghiamo per i nostri pastori. E pregate anche per me vostro povero pastore e parroco. Don Toz
22 aprile 2018 Letto 48 volte
Incontro di verifica e programmazione
Il prossimo Martedì 24 aprile 2018 alle ore 20 è indetta una riunione dei Consigli Pastorale e per gli Affari Economici della nostra Parrocchia. In preparazione a questo importantissimo momento INVITO i rappresentanti delle varie anime della Parrocchia di farsi portavoce delle istanze, riflessioni, suggerimenti e analisi della vita comunitaria al fine di migliorare il nostro senso ecclesiale di appartenenza e di corresponsabilità: non possiamo SOLO delegare agli altri la responsabilità e l'impegno della vita parrocchiale. TUTTA LA COMUNITA' deve sentirsi impegnata in prima linea a rendere la nostra Parrocchia più impegnata e credibile. Invito TUTTI alla partecipazione e alla preghiera. In allegato troverete la lettera di convocazione con l'ordine del giorno. Nel frattempo vi segnalo la seguente invocazione allo Spirito e vi invito a pregarla in famiglia affinché la riunione sia, non solo fruttuosa e fraterna, ma segni uno slancio ulteriore nella vita della nostra amata parrocchia. leggi tutto
14 aprile 2018 Letto 66 volte
mons. Arcivescovo visita la nostra comunità parrocchiale
Domenica 15 aprile, terza di Pasqua, vivremo un giorno di festa e di gioia. Mons. Arcivescovo sarà in mezzo a noi e presiedendo la Santa Messa conferirà il sacramento della Cresima a un gruppo di ragazzi della nostra parrocchia. Siamo vicini a GIULIA BARBAROSSA, MARCO CABONI, FABIO CERAME, FEDERICO CONGIU, VERONICA CUBEDDU, LORENZO CUCCUI, MICHELE CURRELI, SIMONE FLORIS, NICHOLAS IBBA, FRANCESCO ISU, ALESSANDRO MELONI,CESARE NARDI, EMANUELE e SIMONE PINNA, MATTIA PIRAS, ANASTASJA PIRASTU, DANIELE RENOLFI, GIADA ROSAS, ALESSIA TIANA, GIULIA VINCI, RICCARDO ZOCCHEDDU e la giovane VITTORIA LOI (della parrocchia di san Giovanni evangelista)che riceveranno i doni dello Spirito Santo attraverso la santa Unzione Crismale. Preghiamo CON loro e PER loro perché siano nella parrocchia, nella Chiesa e nel mondo TESTIMONI CREDIBILI del Suo Amore. Per accogliere mons. Arcivescovo chiedo a tutta la comunità di essere presente in Chiesa alle ore 10. Buona Festa alle famiglie, ai padrini, ai catechisti e a tutta la comunità.
8 aprile 2018 Letto 65 volte
Tommaso: il gemello diverso di Gesù
NELLA COMUNITA' CRISTIANA POSSIAMO TOCCARE LE FERITE DI CRISTO E IMPARARE A CREDERE ALLA SUA VITTORIA SULLA MORTE leggi tutto
7 aprile 2018 Letto 76 volte
per il tempo pasquale
In allegato il nuovo turno per il ministero dei lettori nelle celebrazioni comunitarie.
6 aprile 2018 Letto 122 volte
sincero ringraziamento per la vicinanza e le preghiere mostrate in occasione della morte e del funerale di mio padre Raimondo (don Tonino)
Voglio esprimere con semplicità e gioia il ringraziamento più profondo da parte mia, e dei miei familiari, a tutta la Comunità parrocchiale per la vicinanza intensa e toccante con la quale ci avete abbracciato, in occasione della morte del mio caro babbo Raimondo che, alla bella età di 93 anni dopo una vita intera passata nell'amore delle cose semplici e profonde come la famiglia, il lavoro, il senso di appartenenza alla Chiesa, ha chiuso la sua esistenza tra noi con una serenità e una fede incrollabili. Il Signore Risorto conduca le nostre vite nella testimonianza evangelica e nel gaudio dei legami che diventano sempre più solidi nella Luce Pasquale. Grazie a tutti.
27 marzo 2018 Letto 114 volte
catechesi liturgica
Tre giorni, un’unica celebrazione Il Triduo pasquale, come dice la parola stessa, è un tempo composto da tre giorni che celebrano la Pasqua: essi sono venerdì, sabato e domenica. Questi giorni sono però da considerare con il computo antico della giornata per il quale essa va da vespro a vespro. Ecco perché ne fa pienamente parte anche la serata che per noi è ancora giovedì. Il giovedì santo di per sé è ancora Quaresima, si chiama infatti “Giovedì della Settimana santa”, ma la sera, assumendo questo modo di contare, è già venerdì. Nel resto dell’anno liturgico questo sistema è rimasto in vigore solo per la domenica e le solennità che infatti hanno i Primi e i Secondi Vespri. Un giorno allungato che prefigura la “Domenica senza tramonto” (Prefazio delle Domeniche del Tempo Ordinario X) in cui entreremo definitivamente nel riposo di Dio (cfr. Sal 94). Questo permette la celebrazione della prima Messa festiva già il sabato sera o la vigilia della festa. Una Messa che non è “prefestiva” come si trattasse di un accomodamento per chi non ha tempo (o voglia) di andarvi la domenica ma è a pieno diritto una celebrazione domenicale. le parole che usiamo devono esprimere correttamente la nostra fede; come avvenne nel 1962 riguardo alla terminologia “Messa privata”, oggi ci vorrebbe un documento che proibisca di dire “prefestiva”. Certamente ha un carattere vigiliare e, anzi, sarebbe molto utile recuperare questo aspetto per fare ogni settimana memoria della celebrazione centrale di tutto l’anno liturgico, la Veglia pasquale. Nell’antichità cristiana la veglia alla domenica era un concetto importante perché la domenica era il giorno della celebrazione dell’Eucaristia, un giorno atteso lungo tutta la settimana e atteso svegli. Era un modo di vivere la liturgia lontano anni luce dal nostro ma è quello vero! Nel senso più ampio del suo significato, possiamo dunque racchiudere sotto la dicitura Triduo pasquale tutto il tempo che va dai Vespri del giovedì santo ai secondi Vespri della domenica di Pasqua. In questa estensione, oltre alle tre celebrazioni della Cena del Signore, della Passione e della Veglia pasquale vengono comprese anche la Liturgia delle Ore e tutte le devozioni e pie pratiche che si svolgono in questo arco di tempo. Tra esse non rientra la Messa crismale anche se la sua connotazione sacerdotale è fortemente legata alla Messa in Coena Domini. Questa solenne celebrazione si chiama così perché al suo interno il Vescovo consacra gli oli santi, in particolare il Crisma che è l’unico che necessita del Vescovo mentre gli altri possono essere preparati anche dal singolo sacerdote qualora ne avesse necessità. Essa esprime la comunione e l’unità della Chiesa locale; come del resto la preghiera per il papa e il vescovo espressi nominalmente in ogni preghiera eucaristica. La Chiesa locale in cui si manifesta ed è presente la Chiesa universale non è solo un utile raggruppamento territoriale, è un dato teologico e celebrarne l’unità ci fa bene. La Chiesa si incontra dunque tutta insieme (anche se simbolicamente attraverso i suoi sacerdoti) in questo rito che prelude al momento più importante della sua vita liturgica. In senso stretto, invece, il Triduo pasquale è una e unica solenne celebrazione che si attua in tre momenti diversi: la cena del Signore, l’azione liturgica della morte del Signore e la grande Veglia pasquale. Non è la preparazione alla Pasqua, come fosse il triduo in onore di una festa della Madonna o di un Santo. I tre momenti hanno la stessa solennità anche se il venerdì essa si manifesta in modo del tutto articolare con l’assenza totale di solennità. Tuttavia, è proprio l’unicità rituale di questo giorno lo rende a modo suo solenne e, anche solo vedendo la chiesa completamente spoglia come non mai, si percepisce che ci deve essere qualcosa di straordinario. Tre giorni, un unico mistero Fra questi tre momenti dell’unica celebrazione detta Triduo Pasquale c’è una chiara unità liturgica: la liturgia è il memoriale (tema espresso soprattutto dalla Messa in coena Domini) della morte (su cui si incentra l’azione liturgica del Venerdì Santo) e della risurrezione (annunciata e accolta nella Veglia pasquale) del Signore. Questo raggiunge il suo apice nella Messa ma anche gli altri sacramenti non dobbiamo dimenticare che sono operanti in virtù del mistero pasquale del Signore di cui attualizzano un aspetto specifico. Profondamente unito è il Triduo pasquale perché profondamente uniti sono i momenti del mistero pasquale vissuto da Gesù. Ci sono anche altri simboli all’interno della liturgia che esprimono questa unità. Guardiamo a due elementi che si possono cogliere facilmente. Anzitutto l’altare: esso è un piano sempre ricoperto dalla tovaglia come la tavola dell’ultima cena, dovrebbe essere di pietra come il sepolcro e sopra di esso o in prossimità di esso sta la croce come se fosse il monte Calvario. In un unico oggetto sono rappresentati tutti i tre i momenti del mistero pasquale. Ecco perché l’altare è simbolo di Cristo stesso e viene baciato dal sacerdote all’inizio e alla fine della Messa, incensato per ben due volte e anche fuori dalla celebrazione non dovrebbe mai diventare un semplice supporto per ammennicoli vari che nulla hanno a che vedere con questa profonda dignità. L’altro simbolo è l’uso frequentissimo di caratterizzare in modo preciso la croce liturgica attraverso l’apposizione di una raggiera all’incrocio dei suoi bracci oppure dietro la testa del crocifisso. Nel momento stesso in cui Gesù muore sulla croce si inaugura (cfr. l’Orazione dell’azione liturgica del Venerdì Santo) la pasqua di resurrezione. L’unità, però, è teologica più che liturgica: la cena istitutiva del memoriale, la morte e la risurrezione. Per questo motivo dove si celebra la Messa in coena Domini è obbligatorio celebrare anche la Passione e una celebrazione pasquale della notte o del giorno, che sia, mentre la Veglia pasquale può essere omessa. Sembra paradossale che la “madre di tutte le veglie” (Sant’Agostino, Sermo 219) non sia obbligatoria ma ciò che conta è la presenza di una celebrazione della risurrezione. La Messa nella Cena del Signore L’anno liturgico ci fa rivivere tutta la vita di Gesù: questa celebrazione vespertina ci riporta all’ultima cena quando egli ci lasciò il dono dell’Eucaristia. Questo è il mistero centrale che viene commemorato. Accanto ad esso ci sono altri due misteri che gli sono inscindibilmente connessi: il sacerdozio ministeriale deputato a “fare” l’Eucaristia per tutti e la Chiesa come comunità di fratelli che si amano e si servono a vicenda la quale “è fatta” dal’Eucaristia. Andiamo così alle fonti della nostra liturgia perché proprio in quell’occasione il Signore lasciò alla Chiesa il suo memoriale, il simbolo liturgico della la “nuova ed eterna alleanza” (Preghiera eucaristica). il contesto era quello della pasqua ebraica descritta dalla prima lettura in cui il concetto di memoriale era fondamentale: chi la celebrava era perfettamente consapevole di essere stato lui stesso liberato dall’Egitto e di aver passato lui il mar Rosso, non solo i suoi padri. Esattamente così è anche per noi: ogni volta che celebriamo l’Eucaristia noi siamo come strappati al nostro banco e siamo scaraventati sul Calvario davanti alla croce del Signore. Vi partecipiamo. L’evento imperituro del sacrificio di Gesù è presente tanto nell’ultima sua cena, come anticipato, quanto nella nostra Messa, come commemorato. Quale grande grazia riceviamo! Ecco perché l’Eucaristia è sempre una festa. E il Triduo pasquale ha inizio proprio in questo clima di festa. Tuttavia, già la prima antifona della Messa ci ricorda su quale dramma riposi la nostra possibilità di fare festa oggi: la croce del Signore, unica cosa di cui ci possiamo vantare (cfr. Gal 6,14). All’inizio della Messa nella Cena del Signore si può fare anche un piccolo rito di presentazione degli oli benedetti dal Vescovo nella Messa Crismale. Senza darvi troppo risalto perché non è questo il centro della celebrazione, è tuttavia un’ottima occasione per una catechesi liturgica attraverso di essi: sulla Chiesa locale, sui sacramenti, sul sacerdozio, sulla misericordia di Dio … Il Salmo responsoriale nasconde nella sua poesia un’esaltazione della liturgia. Il salmista si chiede come fare a rendere grazie a Dio in modo corretto per tutti i benefici che gli ha concesso e si da una risposta molto semplice: con la liturgia! Il termine stesso eucaristia significa ringraziamento, inoltre essa è descritta con il gesto dell’elevazione del calice e dell’invocazione del nome di Dio, un gesto di per sé performativo cioè che per il solo fatto di essere posto opera qualcosa. Su questa linea è anche l’orazione sulle offerte che ci ricorda la performatività della liturgia la quale per il solo fatto di essere celebrata opera la nostra salvezza. A noi però resta l’arduo compito rendere effettiva nella nostra vita quotidiana questa verità. La seconda lettura ci ricorda un altro aspetto della liturgia: la sua connessione intrinseca con l’evangelizzazione. Anche senza predicare, con la celebrazione stessa si annuncia il Signore. Anzitutto perché egli si rende presente e operante ma anche perché la sua bellezza si mette in connessione con il cuore dell’uomo attirandolo senza che egli nemmeno lo voglia. Il Vangelo ci propone la contemplazione di un momento dell’ultima cena: la lavanda dei piedi. E poco dopo essa viene rappresentata. Si tratta pur sempre di un rito, pertanto, piuttosto che fare una squallida sceneggiata, è meglio ometterla poiché non è obbligatoria. Si tratta di un’icona forte della Chiesa dove l’autorità è servizio e il Primo si è fatto ultimo. Per quanto riguarda la modalità con cui realizzare questo gesto, i libri liturgici parlano solo di uomini e da nessuna parte è scritto che debbano essere dodici. Per l’Offertorio il Messale, unico caso in tutto il libro, propone esso stesso un canto “Dov’è carità e amore”. Pertanto se ne deve trarre la conseguenza che questo è un canto d’Offertorio e non di Comunione dove, invece, normalmente viene eseguito. L’orazione dopo la Comunione richiama il banchetto, aspetto che la Messa non ha mai perso pur utilizzandolo come simbolo di un’altra cosa, il sacrificio della croce. Questa orazione lo presenta peraltro come immagine del cielo a cui attraverso la liturgia accediamo, anzi, che ci viene incontro perché la liturgia è il cielo sulla terra. La riposizione dell’Eucaristia e la spoliazione dell’altare sono due riti fortemente legati anche se soltanto il primo è obbligatorio. Quando, come in altri casi, incontriamo la “liturgizzazione” di una semplice incombenza da sacrestia, è come se la Chiesa richiamasse la nostra attenzione dicendo che essa nasconde un significato che va oltre la mera necessità. Lo sposo se ne va dal cenacolo ma non ci abbandona e in noi deve nascere lo stesso anelito della sposa del Cantico dei Cantici. Inoltre, l’altare della riposizione non va chiamato sepolcro perché non ha niente a che vedere con esso. Questa celebrazione non si conclude perché è solo il primo momento del Triduo pasquale, infatti l’assemblea si scioglie in silenzio. Un silenzio che è rito come la pausa è musica. Così anche l’adorazione che siamo invitati a continuare non deve assolutamente essere solenne ma silenziosa. L’Azione liturgica della Passione e morte del Signore Il vescovo per questa celebrazione non porta l’anello e il pastorale perché lo sposo e pastore oggi muore. È interessante che il Vescovo lungo tutto il giorno non porti l’anello non solo durante l’azione liturgica, così la liturgia informa anche la vita quotidiana. L’inizio avviene in silenzio perché la celebrazione continua dalla sera precedente e il primo gesto è la prostrazione: è l’unica rimasta nei riti latini insieme a quella della sacra Ordinazione mentre nell’antichità e in Oriente è più diffusa. Già questo unicum è segno di un momento veramente particolare che si sta vivendo. Inoltre è segno visibile della kenosi di Dio sulla croce, come il fatto di inginocchiarsi alle parole dell’Incarnazione durante il Credo la notte e il giorno di Natale è segno della kenosi di Dio nell’Incarnazione. Questo termine apparentemente difficile viene usato così com’è perché racchiude in sé sia il campo semantico dell’abbassamento sia soprattutto quello dello svuotamento: c’è un mistero veramente imperscrutabile nell’avvicinarsi di Dio a noi che non può essere che adorato con tutta la nostra capacità di abbassamento e svuotamento davanti ad esso fino a toccare la faccia a terra. Dopo un’orazione molto semplice inizia subito la Liturgia della Parola tutta caratterizzata da un gioco di rincorsa tra kenosi e innalzamento. Il Vangelo è il racconto della Passione secondo Giovanni, mentre la Domenica delle Palme cambia secondo il ciclo annuale. Questo evangelista, a differenza degli altri, mette in evidenza come l’ora della croce sia la stessa in cui venivano immolati gli agnelli pasquali nel tempo di Gerusalemme perché è Cristo l’unico e il vero agnello, l’unico e il vero tempio, il centro della nostra liturgia, “altare, vittima e sacerdote” (Prefazio pasquale V). viene così illuminata anche la seconda lettura incentrata sul sacerdozio di Cristo. La Parola di Dio ascoltata si fa poi preghiera nella solenne Preghiera universale. Questo rito che ha conservato la sua forma antichissima è il fondamento della comune preghiera dei fedeli la quale proprio da esso riceve dignità. La croce è il momento della massima impetrazione quando attraverso la lancia del cuore di Gesù il cuore di Dio è stato aperto e tale resterà per sempre, è dunque il momento migliore per sciogliere le nostre preghiere. Si prega per tutti, anche i non cristiani e l’elenco presentato dalle dieci intenzioni dovrebbe essere il modello di tutte le preghiere dei fedeli. La struttura è quella della colletta: invito a pregare, preghiera personale e orazione che raccoglie in una sola tutte le voci elevatesi al cielo dai fedeli. Segue l’adorazione della croce. L’adorazione è un tipo di preghiera riservato solo a Dio ma è talmente legata alla sua opera di salvezza che la si può estendere anche ad essa almeno in questo giorno. Anche alla fine si farà genuflessione alla croce. La preghiera che accompagna il gesto è il canto dei cosiddetti “Lamenti” o “Improperi” in cui tutta la storia della salvezza è rievocata mettendola in bocca a Dio stesso, a lui che ci ha amati per primo e nella croce ce ne ha dato la prova definitiva. L’accoglienza della croce per adorarla si può svolgere in due forme: attraverso l’ingresso solenne in cui viene innalzata per tre volte come sarà il giorno successivo per il cero pasquale, oppure scoperta progressivamente per tre volte, segno eloquente della rivelazione definitiva dell’amore di Dio che sulla croce è avvenuta. Entrambi hanno degli ottimi spunti catechetici, basta scegliere quello più adatto all’assemblea. Le parole che accompagnano il rito annunciano: “ecco il legno della croce”. Anche se non è la reliquia della santa croce ma una qualsiasi immagine di essa si può dire che quello è il legno della croce per la potenza del memoriale liturgico, come nella Preghiera eucaristica I si può dire “questo glorioso calice” senza avere davanti il Graal (ammesso e non concesso che sia proprio quello il calice usato da Gesù). La conclusione è ancora una volta in silenzio perché la celebrazione non è finita, non solo oggettivamente ma anche simbolicamente perché croce e sepolcro senza la risurrezione non sono nulla. leggi tutto
23 marzo 2018 Letto 71 volte
Via Crucis per le vie del quartiere: VENERDI' 23 marzo 2018 inizio alle ore 21
L'Ultimo venerdì di Quaresima tradizionalmente compiamo la Via Crucis nelle strade della nostra Parrocchia. Questa notte vogliamo stare vicini tra noi e soprattutto alle famiglie, specie quelle che sperimentano difficoltà e sofferenze. Portiamo la croce e la presentiamo a tutti come strumento di salvezza e di condivisione. La via Crucis sarà illuminata dalle parole di Gesù; gli offriremo le nostre riflessioni e le nostre invocazioni. Sarà un cammino faticoso ma pieno di fede e di speranza: INVITO TUTTI ad accogliere questo segno di amore e di condivisione.
18 marzo 2018 Letto 41 volte
Vogliamo vedere Gesù:ecco il chicco di grano caduto che porta frutto
Il brano di vangelo di questa V domenica di quaresima è tratta dal cap. 12 del vangelo di Giovanni: e segue immediatamente la narrazione dell'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme e partendo dalla domanda di alcuni greci offre l'annuncio l'ora della passione di Gesù. In fasi successive il brano presenta il significato della morte di Gesù, luogo della sua glorificazione e del Padre, verso cui tutti sono attirati e dove il maligno viene sconfitto. Tra la folla dei pellegrini giunti a Gerusalemme per la Pasqua e che avevano accolto trionfalmente Gesù, c'erano pure dei proseliti (quelli che Atti 10,2 e13,16 chiama timorati di Dio), essi pur non facendo parte del popolo d'Israele onoravano Dio secondo la religione ebraica. La presenza di questi greci indica che la salvezza universale sta per giungere. Essi vogliono vedere Gesù e si rivolgono a un discepolo dal nome greco, che probabilmente parlava la loro lingua, essendo di Betsàida. Filippo e Andrea, presentati in coppia anche in altre occasioni li portano a Gesù. La richiesta riflette il movimento verso Cristo in cui consiste la fede e trova una risposta implicita nel v. 32 (in riferimento anche a Gv 19,37: "guarderanno a colui che hanno trafitto"). La risposta di Gesù non sembra adeguata alla domanda appena formulata, ma in realtà quanto Gesù dice circa la sua morte imminente e il frutto che essa porterà, sta alla radice della possibilità per tutti i popoli di godere della salvezza e di venire alla fede, e dunque di vedere Gesù. È arrivata la sua ora dice Gesù, quell'ora che il testo aveva già citato come non ancora giunta poco prima. Ciò significa che egli ha piena coscienza dell'imminenza della sua morte, ma anche che essa coincide con la sua glorificazione. Questo versetto è come il titolo dell'intero brano e indica il suo contenuto: Gesù, il Figlio dell'uomo, parla del mistero di quest'ora: la sua glorificazione attraverso la morte. L'episodio narrato da Giovanni ha diversi elementi comuni con i sinottici, anche se combinati in modo molto personale dal quarto evangelista con lo scopo di indicare il significato profondo della morte di Gesù e la portata salvifica di questo evento. Siamo di fronte ancora una volta a un approfondimento teologico dell'evangelista e non semplicemente al racconto di un fatto di cronaca. L'immagine del granello che deve morire per dare frutto sottolinea la fecondità e la necessità della sua morte imminente, scostandosi così dalle analoghe parabole sinottiche volte più a mostrare la forza della regno di Dio. Il riferimento al grano richiama anche alcuni passi del discorso sul pane di vita e altri testi, come quello della vite e i tralci. a fecondità salvifica di Gesù deriva dall'accettazione del disegno divino che ha posto la sua glorificazione in dipendenza dalla passione e morte. Il v. 25 spiega ulteriormente l'idea del versetto precedente, in esso l'uso di parole diverse per indicare vita è significativo: la vita di questo mondo, è opposta alla vita eterna. La contrapposizione è rafforzata dai verbi antitetici amare/odiare (da intendere secondo l'uso semita) e perdere/custodire (o conservare). I sinottici riportano più volte questo insegnamento, ma nel testo di Giovanni assume un significato specifico a causa del contesto in cui è inserito. Infine ricordiamo che vita eterna per Giovanni è la comunione con Dio. Giovanni sembra qui anticipare la preghiera accorata di Gesù nell'orto degli ulivi e la sua piena adesione alla volontà del Padre, ma in una prospettiva diversa dai sinottici, attuando un collegamento stretto tra morte e glorificazione. Il senso della preghiera di Gesù più che una richiesta rivolta al Padre perché allontani la prova della passione e morte appare come la richiesta di sostenerlo nella lotta che sta per affrontare, per uscirne indenne (salvo). In risposta alla preghiera dal cielo viene una voce che stabilisce una continuità (resa dall'espressione di nuovo) tra il passato, in cui Gesù ha reso gloria al Padre con le sue opere e il futuro, in cui lo glorificherà con la morte in croce, manifestazione definitiva del disegno di salvezza del Padre. Quanto la voce afferma è destinato ai presenti, o meglio ai lettori (come nell'episodio della Trasfigurazione). Gesù non ha bisogno di conferme, ma l'uomo sì: dove noi vediamo la croce, Dio dice la gloria e la glorificazione del suo nome, che ha un momento privilegiato nell'ora del Figlio. La prospettiva specifica di Giovanni è evidente quando Gesù, appena prima di essere arrestato, afferma: "questa è la vostra ora e il potere elle tenebre". Mentre Luca mette in luce il ruolo del maligno nella passione, il quarto vangelo è interessato a mostrare che proprio nella passione la forza del male viene definitivamente sconfitta. Il verbo attirare si riferisce alla fede con un ulteriore rimando ad Is 53,10 e un riferimento interno al quarto vangelo: per vedere Gesù quindi bisogna guardare il crocifisso glorificato. Il commento finale dell'evangelista, non è una semplice esplicitazione; Giovanni si riferirà ad esso anche in 18,32: "Doveva compiersi la parola che Gesù aveva detto, significando di quale morte doveva morire". Siamo di fronte all'affermazione che la morte di Gesù, legata alla sua ora, è conforme alla volontà del Padre che lo vuole glorificare, è decisiva per la salvezza degli uomini.
11 marzo 2018 Letto 56 volte
prosegue l'impegno quaresimale dei gruppi di ascolto del Vangelo in famiglia.....
Sono 5 le famiglie della nostra parrocchia che anche quest'anno, nei lunedì di quaresima, stanno ospitando amici, conoscenti o vicini di casa (alle ore 16,30 oppure alle 21): un semplice incontro tra fratelli ma soprattutto con la Parola di Dio..... ci sono anche singole persone o anche mariti mogli che leggono il vangelo da soli senza estranei: è ugualmente un bel segno di impegno quaresimale. leggi tutto
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