ARCIDIOCESI di
Oristano
Can. Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

Telefono fisso: 0783/296719  

Cellulare: 3475412899 

sanjoseph@virgilio.it    (mail ufficiale della parrocchia)

toninozedda@virgilio.it  (mail personale)

PEC: toninozedda@pec.virgilio.it  

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25 giugno 2021 Letto 39 volte
criticità e chiarori dell'uso del Messale Romano (terza edizione)
 

ADATTARE: SE LE CELEBRAZIONI NON INCARNANO L’OGGI DELLA SALVEZZA

 Senza voler trovare il classico pelo nell’uovo cioè solo criticità e difficoltà, bisogna sottolineare il fatto che la CEI, nei suoi vari uffici e strutture, si è sforzata di riformare e adattare i vari riti liturgici: l’operazione di traduzione è stata senz'altro notevole, forse si sarebbe potuto fare anche meglio, pazienza! Sarà comunque l’uso pastorale e rituale del Lezionario e del Messale a far emergere le positività e le eventuali negatività del lavoro fatto finora. Il due libri liturgici sono stati consegnati al popolo di Dio: tutti abbiamo rilevato che è stata un’operazione fatta da tecnici specialisti, preparati e volonterosi. Quest’operazione non ha, però, incontrato un ambiente ecclesiale disposto, nella sua maggioranza, ai necessari tempi lunghi di sperimentazione. Mi pare di poter dire (ma è solo un’impressione) che molto è stato fatto a tavolino. Un tempo di prova accettato, condiviso e messo a frutto (mediante edizioni provvisorie e successivi, pazienti ripensamenti e rifacimenti) non è stato verificato nella Chiesa italiana, salvo rare eccezioni. Tenendo particolarmente d'occhio le celebrazioni che più spesso vengono attuate in gruppi di adolescenti (liturgie della Parola, cresima, eucaristia, varie forme di penitenza e riconciliazione), noto (con un certo dispiacere) che si tratta sempre di riti standard, con possibilità ben ridotte di rielaborazione, e rispondenti di fatto ad assemblee molto teoriche, standardizzate come se tutte le comunità fossero ugualmente composte da gruppi di adulti-colti-catechizzati-ferventi,  in una parola praticanti. Non nego che, in teoria, certi moduli funzionano ma in pratica non sempre funzionano: mi dispiace constatare come, a differenza di altre nazioni e di altre conferenze episcopali, qui in Italia si sia cercato di eliminare al più presto il disagio del provvisorio, per garantire subito testi ed edizioni definitive e perciò rassicuranti. Mi pare di notare, seppur timidamente che stia emergendo, almeno in un crescente numero di membri del clero e del laicato, una mentalità più esigente riguardo alla celebrazione. Lasciando per ora da parte le posizioni (anche queste stranamente diffuse specie nel giovane clero) di chi si abbarbica al passato o di chi invece fa tabula rasa della tradizione e inizia in proprio un anno zero della liturgia della Chiesa, noto che i cattolici più attenti pretendono (giustamente) sempre di più dal versante liturgico della vita cristiana. Chiedono di poter essere nutriti e interrogati dalla Parola di Dio. Vorrebbero che questa divenisse davvero fonte e sorgente di scambio fraterno e di confronto con la realtà. Sono sensibili a un tono di autenticità e a una preoccupazione di legame fra liturgia e impegno in questo mondo. Esigono di trovare dei gesti rituali e un linguaggio di preghiera che corrisponda alla loro propria cultura e manifesti la contemporaneità della Chiesa: una comunità cristiana che vive coi piedi per terra, che è incarnata nel qui e ora, e non nel passato o nel futuro che non esistono. Si aspettano che il modo di celebrare favorisca la crescita della comunità. Insomma, non si accontentano più di prospettive intimistiche o di abitudini formali e cerimoniose. Se questi cattolici paiono ancora una minoranza, la riflessione che essi hanno innescato sta portando alla luce esigenze analoghe in tutte le comunità specie in quelle parrocchiali: che molti siano ancora insensibili, non elimina questa realtà, anzi la rende soltanto più urgente ed esplosiva. Se, a quanto ho detto, si aggiunge l'evoluzione che è in atto, e che oggi tocca la vita e l'articolazione di molte comunità e gruppi, come anche tutto il vasto settore della pedagogia e in particolare della catechesi, sullo sfondo dei vivissimi problemi posti dall'evangelizzazione, dovremmo concludere che celebrare la liturgia, oggi, non è più un semplice affare di correttezza rubricale o formale o solo spirituale, ma investe esigenze ben più ampie.

13 giugno 2021 Letto 48 volte
riflessioni e spunti per capire e formarci
 ABC… della Liturgia                   Spunti di riflessione e qualche consiglio per le nostre assemblee

UNA CHIESA SENZA COMUNITÀ NON E’ LA CHIESA DI CRISTO

Solo qualche giorno fa Papa Francesco che, in questo lungo tempo di Covid-19 è stato capace di compiere gesti profetici e drammatici, ha esortato il Popolo santo di Dio (e con esso i Pastori, vescovi o preti che siano), a non cadere nella tentazione di abituarci a questo clima pandemico che rimane straordinario, non è normale – sottolinea Papa Francesco- che la Chiesa viva lontana dai Sacramenti e dalle celebrazioni ecclesiali. La Chiesa vive e si nutre dell’esperienza dei sacramenti e della presenza del popolo di Dio, che si riunisce normalmente in assemblea liturgica. Questi due elementi, Sacramenti e Assemblea, non sono secondari, sono indispensabili per la vita della Chiesa, senza entrambi la Chiesa cessa di esistere. Il tempo del Coronavirus è dunque destinato a cessare: non possiamo vivere eternamente confinati nelle nostre case, non possiamo vivere di sola Comunione spirituale. Certo questo tempo virale ha pesantemente influito sugli stili di vita ai quali eravamo abituati, ci ha in qualche modo anche cambiato, forse non torneranno più i moduli del passato, finché il Virus non sarà definitivamente sconfitto con un vaccino più forte di lui che lo sradichi definitivamente. Ecco il ragionamento che dobbiamo fare: come è terminato il tempo forte della Quaresima e siamo entrati nel tempo pasquale, così anche negli altri ambiti della vita sociale non possiamo vivere (ricordava con una bella immagine il Papa) per sempre dentro il tunnel, dobbiamo vederne l’uscita e deciderci a uscire fuori. Dobbiamo continuare a seguire le indicazioni delle autorità mediche e politiche, eppure dobbiamo con fiducia cercare soluzioni pratiche, intelligenti e rispettose delle norme per riprendere, seppur gradualmente, le nostre attività ecclesiali. Nessuno toglie valore alle celebrazioni alle quali, pur distanti, abbiamo cercato di partecipare vedendole da uno schermo nelle nostre case. I social e i media sono stati molto utili in questo periodo: abbiamo scoperto la preziosità di questi strumenti che, pur non annullando le distanze, hanno però permesso una certa vicinanza e un’accresciuta comunione spirituale ed emotiva. Bisogna però anche sottolineare che c’è una piccola differenza dentro queste dinamiche comunicative: mentre nelle dirette televisive e Fb possiamo solo vedere e ascoltare, nelle dirette via Skipe lo strumento consente non solo di vedere il compimento del rito ma anche di dialogare (il principio è quello della videochiamata): e noi sappiamo che il dialogo costituisce e fonda la celebrazione eucaristica. È proprio nel dialogo, fatto di gesti e di parole, di un Tu e di un Noi che il mistero delle fede si comunica ai fedeli. Celebrare da soli o in diretta Fb o Tv non raggiunge tutti gli obbiettivi proposti: in queste celebrazioni si crea una certa comunione di intenti e di relazioni ma solo nella dimensione spirituale. Anche se sono in diretta queste celebrazioni non riescono a realizzare qui e ora il mistero di Cristo di cui la Liturgia è fonte e culmine: ecco la preoccupazione del Papa. Non possiamo abituarci e credere che questa dimensione sia normale: dobbiamo essere tutti consapevoli (anche le autorità sanitarie e politiche) che questo è un tempo straordinario limitato nel tempo, è una fase di passaggio (forse anche un passaggio obbligato). Dentro questo tunnel sicuramente non ci infettiamo, eppure nel tunnel bisogna solo passare, non si può vivere dentro un tunnel. In questo periodo pandemico abbiamo pregato tanto, ci siamo uniti spiritualmente ai nostri sacerdoti, al vescovo, al Papa: ora speriamo e studiamo il modo per poter partecipare pienamente alle celebrazioni liturgiche, rispettando le norme e le forme richieste dalle autorità. La partecipazione alle liturgie comunitarie non è opzionale è costitutivo per il fedele e dunque per l’intero popolo di Dio: senza celebrazioni liturgiche forse non ci infetteremo, forse avremo salva la vita, ma come potremo vivere in pienezza l’esperienza cristiana? Non rischieremo di essere solo telespettatori di un evento che non tocca più il nostro cuore e quindi la nostra vita?

Tonino Zedda

6 giugno 2021 Letto 53 volte
12 bambini partecipano per la prima in modo pieno alla Santa Eucaristia
 Questa mattina dodici bambini della nostra comunità parrocchiale
hanno partecipato, accompagnati dai loro gentori e familiari,
sostenuti dai catechisti Franca, Alberto e Daniela,
        per la prima volta in maniera piena e completa,
alla Santa Messa
accostandosi per la prima volta a fare la Comunione con Gesù nel sacramento del Corpo e del Sangue.
                     E' stato bello partecipare alla loro gioia e al loro trasporto emotivo, intimo e spirituale.
                     Non è un punto di arrivo ma un punto fermo,
              una tappa da cui sempre ripartire lungo il cammino della fede con Gesù e con i fratelli.
AUGURI
5 aprile 2021 Letto 94 volte
viviamo il tempo pasquale nella gioia e nella pace del Signore Gesù

La Domenica di Pasqua e i sette giorni successivi sono un momento speciale per gioire della gloria della Resurrezione

L’Ottava di Pasqua è una delle celebrazioni liturgiche meno note nella Chiesa cattolica. Include la Domenica di Pasqua e i sette giorni seguenti, culminando nella celebrazione della Domenica in Albis chiamata anche della Divina Misericordia.

A partire almeno dal III o IV secolo, i cristiani hanno iniziato a estendere alcune feste oltre il giorno iniziale. Ciò significava che le gioiose celebrazioni della Domenica di Pasqua venivano prolungate e duravano otto giorni pieni.

I cristiani trattavano infatti ogni giorno dell’ottava come se fosse la Domenica di Pasqua. Questa tradizione è stata conservata dal rito romano e da molti dei riti orientali, in cui le letture e gli atti liturgici di ogni giorno imitano ciò che è accaduto la Domenica di Pasqua. L’Ottava di Pasqua, durante la quale in precedenza non si svolgeva alcun lavoro servile, era una festa continua. Ogni giorno, i neofiti assistevano alla Messa [in una chiesa diversa di Roma] e ricevevano la Santa Comunione. La sera si recavano a San Giovanni in Laterano per l’ufficio dei Vespri.

I neobattezzati indossavano poi la veste battesimale durante l’intera ottava. Se queste particolari tradizioni battesimali non vengono più praticate dalla Chiesa cattolica, l’Ottava di Pasqua resta un momento di celebrazione per i cristiani di tutto il mondo, e vuole essere un periodo gioioso per rimanere ancorati alla bellezza della Resurrezione del Signore. Come per il modo in cui la Chiesa cattolica celebra il Natale, il periodo pasquale inizia solo con la Domenica di Pasqua. È un momento per festeggiare, lodare Dio e godere della compagnia di familiari e amici.

Sono passati i giorni del digiuno quaresimale! È il momento di far festa!

Ogni domenica è una Pasqua.

Abbiamo visto, ieri, i neofiti chiudere la loro Ottava della Risurrezione. Erano stati immessi prima di noi alla partecipazione del mirabile mistero di Dio Risorto e, prima di noi, dovevano giungere al termine delle loro solennità. Questo giorno è dunque l'ottavo per noi che abbiamo celebrato di Domenica la Pasqua, senza anticiparla al Sabato sera. Ci si ricorda la gioia e la grandiosità dell'unica e solenne Domenica che ha associato tutto il mondo cristiano in un medesimo sentimento di trionfo. È il giorno della nuova luce che cancella l'antico Sabato: d'ora in avanti, sarà sacro il primo dì della settimana. È sufficiente che per ben due volte il Figlio di Dio l'abbia marcato col suggello della sua potenza. La Pasqua è, dunque, per sempre fissata di Domenica; e, come è stato già spiegato più sopra, nella "mistica del Tempo Pasquale", ogni Domenica è, d'ora in poi, una Pasqua.

Il nostro Divin Risorto ha voluto che la sua Chiesa così ne comprendesse il mistero, poiché, avendo intenzione di mostrarsi una seconda volta ai suoi discepoli, riuniti tutti assieme, ha aspettato, per farlo, il ritorno della Domenica. Durante tutti i giorni precedenti ha lasciato Tommaso in preda ai suoi dubbi; solamente oggi è voluto venire in suo soccorso, manifestandosi a questo Apostolo in presenza degli altri e obbligandolo a deporre la sua incredulità di fronte alla più palpabile evidenza. Oggi, dunque, la Pasqua riceve da Cristo il suo ultimo titolo di gloria, aspettando che lo Spirito Santo discenda dal cielo per venire a portare la luce del suo fuoco e fare, di questo giorno, già così privilegiato, l'era della fondazione della Chiesa Cristiana.

L'apparizione a san Tommaso.

L'apparizione del Salvatore al piccolo gruppo degli undici, e la vittoria che riporta sull'incredulità di uno dei suoi Discepoli è oggi l'oggetto speciale del culto della Santa Chiesa. Quest'apparizione, legata alla precedente, è la settima. Per suo mezzo Gesù entra nel possesso completo della fede dei suoi discepoli. La sua dignità, la sua pazienza, la sua carità in questa circostanza, sono veramente quelle di un Dio. Ancora una volta i nostri pensieri, troppo umani, restano sconvolti alla vista di questa dilazione di tempo che Gesù accorda all'incredulo, di cui, invece, sembrerebbe dover rischiarare senza indugio lo sfortunato acciecamento, o punire la temeraria insolenza.

Ma Gesù è la suprema Sapienza e la suprema Bontà. Nella sua saggezza prepara, per mezzo di questa lenta constatazione dell'avvenuta sua Risurrezione, un nuovo argomento in favore della realtà del fatto; nella sua bontà conduce il cuore del discepolo incredulo a ritrattare, da se medesimo, il suo dubbio con una sublime protesta di dolore, di umiltà e d'amore.

Noi non descriveremo qui quella scena così mirabilmente raccontata nel Vangelo, che la Santa Chiesa metterà tra poco sotto i nostri occhi; ci applicheremo solo, nell'odierno insegnamento, a far comprendere al lettore la lezione che Gesù oggi dà a tutti, nella persona di san Tommaso. È il grande ammaestramento della Domenica dell'Ottava di Pasqua. È importante ch'esso non venga trascurato, poiché, più di ogni altro, ci rivela il senso vero del Cristianesimo; ci illumina sulla causa delle nostre impotenze e sul rimedio per i nostri languori.

La lezione del Signore.

Gesù disse: "Poiché hai veduto, Tommaso, hai creduto; beati coloro che non han visto e han creduto!". Parole piene di una divina autorità, consiglio salutare dato, non solamente a Tommaso, ma a tutti gli uomini che vogliono, entrare in rapporto con Dio e salvare le anime loro! Che voleva dunque Gesù dal suo Discepolo? Non aveva confessato, un momento fa, quella fede di cui ormai era convinto? Tommaso, del resto, era poi tanto colpevole per aver desiderato un'esperienza personale, prima di dare la sua adesione al più sorprendente dei prodigi? Era tenuto a rimettersi a Pietro ed agli altri, al punto di temere di mancare verso il suo Maestro, non fidandosi della loro testimonianza? Non dava prova di prudenza, lasciando in sospeso la sua convinzione, finché altri argomenti non gli avessero rivelato direttamente la realtà del fatto? Sì, Tommaso era un uomo saggio, un uomo prudente che non si fidava oltre misura; era degno di servire di modello a molti cristiani che giudicano e ragionano come lui nelle cose della fede.

E nondimeno quanto è grave, nella sua penetrante dolcezza, il rimprovero di Gesù! Con una condiscendenza inesplicabile, si è degnato di prestarsi alla constatazione che Tommaso aveva osato chiedere; adesso che il Discepolo si trova di fronte al Maestro risorto, e che esclama, con la più sincera emozione: "Mio Signore e mio Dio!", Gesù non gli fa grazia della lezione che aveva meritata. Ci vuole un castigo per quell'ardire, per quella incredulità; e la punizione consiste nel sentirsi dire: "Perché hai veduto, Tommaso, hai creduto".

L'umiltà e la fede.

Ma Tommaso era dunque obbligato a credere prima di aver veduto? E chi può dubitarlo? Non soltanto Tommaso, ma tutti gli Apostoli erano tenuti a credere alla Risurrezione del Maestro, anche prima che fosse loro apparso. Non avevano vissuto tre anni insieme con lui? Non l'avevano visto confermare con numerosi prodigi la sua qualità di Messia e di Figlio di Dio? Non aveva annunziato la sua Risurrezione nel terzo giorno dopo la sua morte? E in quanto alle umiliazioni e ai dolori della Passione, non aveva, poco tempo prima, sulla strada di Gerusalemme, predetto che sarebbe stato preso dai Giudei, che l'avrebbero dato nelle mani dei Gentili, che sarebbe stato flagellato, coperto di sputi e messo a morte? (Lc 18,32-33).

Dei cuori retti e disposti alla fede non avrebbero avuto nessuna difficoltà a convincersene, appena saputo della sparizione del suo corpo. Giovanni non fece che entrare nel sepolcro, vedere i lenzuoli, e subito comprese tutto e credette fin da allora.

Ma l'uomo raramente è così sincero, e si ferma sul suo sentiero, quasi volendo obbligare Dio a prevenirlo. Gesù si degnò di farlo. Si mostrò alla Maddalena e alle sue compagne, che non erano incredule, ma soltanto distratte dall'esaltazione di un amore troppo naturale. Nel giudizio degli Apostoli, la loro testimonianza non era che il linguaggio di donne dall'immaginazione esaltata. Bisognò che Gesù venisse in persona a mostrarsi a quegli uomini ribelli, ai quali l'orgoglio faceva perdere la memoria di tutto il passato, che sarebbe bastato da solo ad illuminarli per il presente. Diciamo il loro orgoglio perché la fede non ha altro ostacolo che questo vizio. Se l'uomo fosse umile, si eleverebbe fino alla fede che trasporta le montagne.

Ora Tommaso ha ascoltato Maddalena ed ha sprezzato la sua testimonianza; ha ascoltato Pietro, e ha declinato la sua autorità; ha ascoltato gli altri fratelli suoi ed i Discepoli di Emmaus, e niente di tutto questo lo ha distolto dal poggiarsi solo sul suo giudizio personale. La parola altrui che, quando è grave e disinteressata, produce la certezza in uno spirito assennato, non ha più l'efficacia presso molte persone, appena si tratta di attestazione su cose soprannaturali. E questa è una grande piaga della nostra natura, lesa dal peccato. Troppo spesso, come Tommaso, noi vorremmo esperienze personali; e basta questo per privarci della pienezza della luce. Noi ci consoliamo come lui, perché siamo sempre nel numero dei Discepoli: - quest'Apostolo non aveva abbandonato i suoi fratelli: solamente non prendeva parte alla loro felicità. Quella felicità di cui era testimonio non risvegliava in lui che l'idea della debolezza: e provava un certo gusto a non condividerla.

La fede tiepida.

Tale è anche ai nostri giorni il cristiano imbevuto di razionalismo. Egli crede, ma perché la sua ragione gli dà come una necessità di credere: crede con la mente, non col cuore. La sua fede è una conclusione scientifica, non una aspirazione verso Dio e verso una vita soprannaturale. Perciò, quanto è fredda e impotente questa fede! Come è ristretta e incomoda! come teme sempre di progredire, credendo troppo! Vedendola contentarsi così facilmente di verità "diminuite" (Sal 11), pesate sulla bilancia della ragione invece di volare ad ali spiegate, come la fede dei santi, si direbbe che ha vergogna di se stessa. Parla sottovoce, ha paura di compromettersi; quando si mostra all'esterno è sotto la livrea delle idee umane, che le servono di passaporto. Non è lei che si esporrà ad un affronto per dei miracoli che giudica inutili e che non avrebbe mai consigliato a Dio di operare. Tanto per il passato che per il presente, ciò che le sembra meraviglioso, la spaventa: non ha avuto già sforzi sufficienti da fare, per ammettere ciò che è strettamente necessario di accettare?

La vita dei santi, le loro virtù eroiche, i loro sublimi sacrifici, tutto questo la agita. L'azione del cristianesimo nella società, nella legislazione, le sembra ledere i diritti di quelli che non credono; e intende rispettare la libertà dell'errore e la libertà del male; e non si accorge neppure più che il cammino del mondo ha trovato il suo ostacolo, da quando Gesù Cristo non è più Re sulla terra.

Vita di fede.

È per coloro la cui fede è così debole e così vicina al razionalismo, che Gesù, alle parole di rimprovero indirizzate a Tommaso, aggiunge quella insistenza che non lo riguarda esclusivamente, ma che mira a tutti gli uomini, di tutti i secoli: "Beati quelli che non hanno veduto e hanno creduto!" Tommaso peccò per non essere stato disposto a credere. Noi ci esponiamo a peccare come lui se non coltiviamo nella nostra fede quella espansione che di tutto la fa partecipe e la porta a quel progresso che Dio ricompensa, con un flusso di luce e di gioia nel cuore.

Una volta entrati nella Chiesa, il nostro dovere è di considerare tutto, d'ora in avanti, dal punto di vista soprannaturale; e non temiamo che questo punto di vista, regolato dagli insegnamenti della sacra autorità, ci trascini troppo lontano. "Il giusto vive di fede" (Rm 1,17); è il suo continuo nutrimento. In lui, se resta fedele al Battesimo, la vita naturale è trasformata per sempre. Crediamo, dunque, che la Chiesa avrebbe avuto tante cure, nell'istruzione dei neofiti, che li avrebbe iniziati attraverso tanti riti, i quali non respirano che idee e sentimenti di vita soprannaturale, per abbandonarli, poi, fin dall'indomani, senza rimorso, all'azione di quel pericoloso sistema che pone la fede in un cantuccio dell'intelligenza, del cuore e della condotta, per lasciare agire più liberamente l'uomo secondo la sua natura? No, non è cosi.

Riconosciamo dunque insieme con Tommaso il nostro errore; confessiamo insieme con lui che fino ad ora non abbiamo ancora creduto con una fede abbastanza perfetta. Come lui diciamo a Gesù: "Voi siete il mio Signore ed il mio Dio; e spesso ho pensato ed agito come se voi non foste stato, in tutto, il mio Signore ed il mio Dio. D'ora in avanti crederò senza avere veduto: poiché voglio essere del numero di quelli che voi avete chiamato beati".

Questa Domenica, detta ordinariamente "Quasimodo", nella Liturgia porta il nome di "Domenica in Albis" e, più esplicitamente, "in albis depositis", perché oggi i neofiti ricomparivano in Chiesa con gli abiti usuali. Nel Medio Evo la chiamavano "Pasqua Chiusa", per esprimere, senza dubbio, che l'Ottava di Pasqua finiva in questo giorno. La solennità di questa domenica è così grande nella Chiesa che, non soltanto appartiene al rito del "doppio maggiore", ma non cede mai il suo posto a nessun'altra festa, di qualsiasi grado essa sia.

A Roma la Stazione si tiene nella Basilica di S. Pancrazio, sulla via Aurelia. I nostri predecessori non ci hanno insegnato nulla circa i motivi che hanno fatto scegliere questa Chiesa per la riunione dei fedeli nella giornata odierna. Forse ebbe la preferenza per la giovane età di quel martire di quattordici anni, a cui è dedicata, in rapporto a un certo confronto con la gioventù dei neofiti, che oggi formano ancora l'oggetto della materna preoccupazione della Chiesa.

 

 

 

7 gennaio 2021 Letto 242 volte
Il 3 gennaio 2021 mons. Carboni ha visitato la nostra comunità e ha conferito la Cresima a 15 adolescenti
Domenica 3 gennaio 2021, seconda di Natale, è stata una giornata di gioia grande e di preghiera comunitaria.
Nonostante il tempo pandemico, sua Eccellenza Mons. Roberto Carboni, nostro Arcivescovo Metropolita, ha presieduto (per la prima volta) la santa Messa per la nostra parrocchia.
Durante la celebrazione delle ore 10,30, l'Arcivescovvo ha conferito il sacramento della Confermazione a un gruppo di 15 adolescenti.
All'inizio della celebrazione, Pasquale Cucciari ha rivolto, a nome di tutti, un saluto.
Le catechiste hanno poi presentato all'Arcivescovo l'itinerario formativo proposto ai ragazzi in questi anni.
ecco l'elenco dei cresimati:

ANNIS               Giulia

BRATZU            Martina

 

CAMPANELLA  Matteo

CASULA            Francesco

CURRELI           Lorenzo

DESSI'                Fabio

 

GHINAMI        Gabriele

 

NAPOLI            Giorgia

PES                    Federica

PINNA             Angelica

PUDDU            Laura

 

 

RUSSO             Asia

SANNA            Luca

SCINTU            Maira

SERRA              Alessandro

 
 
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21 dicembre 2020 Letto 115 volte
i nostri vescovi, dopo il decreto Legge, danno importanti indicazioni che tutti dobbiamo eseguire
 Nei giorni di Natale è consentita la partecipazione personale e comunitaria a tutti i momenti liturgici che si terranno nella nostra Parrocchia. in particolare

NUOVE DISPOSIZIONI DI LEGGE per gli spostamenti

 

Il Decreto-Legge n. 172, contiene ulteriori disposizioni urgenti per fronteggiare i rischi sanitari connessi alla diffusione del virus COVID-19, e introduce alcune limitazioni agli spostamenti durante il periodo natalizio, dal 24 dicembre 2020 al 6 gennaio 2021.

Nei giorni 24, 25, 26, 27, 31 dicembre 2020 e 1, 2, 3, 5, 6 gennaio 2021 si applicano le misure previste per le cosiddette “zone rosse”, elencate all’art. 3 del DPCM dello scorso 3 dicembre.

Nei giorni 28, 29, 30 dicembre 2020 e il 4 gennaio 2021 si applicano, invece, le misure previste per le cosiddette “zone arancioni”, elencate all’art. 2 del DPCM dello scorso 3 dicembre.

Nella situazione disegnata dal Decreto-Legge non ci sono cambiamenti circa la visita ai luoghi di culto e le celebrazioni: entrambe sono sempre permesse, in condizioni di sicurezza e nella piena osservanza delle norme.

La CEI ricorda quanto indicato dal Consiglio Episcopale Permanente nel comunicato finale della sessione straordinaria del 1° dicembre:

Sarà cura dei Vescovi suggerire ai parroci di ‘orientare’ i fedeli a una presenza ben distribuita, ricordando la ricchezza della liturgia per il Natale che offre diverse possibilità: Messa vespertina nella vigilia, nella notte, dell’aurora e del giorno.

Per la Messa nella notte sarà necessario prevedere l’inizio e la durata della celebrazione in un orario compatibile entro e non oltre  le  ore 22.

Durante i giorni di zona rossa si consiglia ai fedeli di avere con sé un modello di autodichiarazione per velocizzare le eventuali operazioni di controllo. La Circolare del Ministero dell’Interno del 7 novembre 2020 ha precisato che i luoghi di culto dove ci si può recare per una visita o per la partecipazione a una celebrazione “dovranno ragionevolmente essere individuati fra quelli più vicini”.

Durante i giorni di zona arancione i fedeli potranno raggiungere liberamente qualsiasi luogo sacro sito nel Comune di residenza, domicilio o abitazione. Se esso ha una popolazione non superiore a 5.000 abitanti è possibile recarsi in chiese situate in altri Comuni che non siano capoluoghi di provincia e distanti non oltre i 30 km.

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17 dicembre 2020 Letto 141 volte
Seguiamo i personaggi luminosi della scena del Natale... catechesi mistagogica a cura del Gruppo Catechisti
 Per il periodo d’Avvento abbiamo voluto metterci ancora a disposizione della comunità. Mentre un gruppo di uomini ha predisposto la scena del presepe, in un angolo della chiesa che si presta, è stata realizzata la stalla di Betlemme, con le grandi statue della madonna, di san Giuseppe, dell’angelo e con la mangiatoia (che attende la nascita del Bambino Gesù), il Gruppo dei catechisti ha accolto il mio suggerimento: animare la Novena di Natale. Ogni anno i vari gruppi di catechesi hanno realizzato animazioni e riflessioni attorno a un tema unitario: i bambini e i ragazzi erano protagonisti molto apprezzati di riflessioni e spunti di preghiera. Quest’anno la pandemia impedisce questa forma di animazione, perciò ho deciso di chiedere agli animatori della catechesi: durante la novena sarà svolta una forma di catechesi mistagogica e propositiva. Ogni giorno si darà voce ai vari personaggi luminosi della scena del presepe, per aiutare la comunità intera a prepararsi alla bellissima festa dell’Incarnazione del figlio di Dio. Oltre al presepio anche quest’anno ho fortemente voluto, dentro la chiesa, accanto al presepio anche l’albero di Natale: ogni giorno, al termine della Novena, ci metteremo attorno all’albero (ben distanziati) per cantare, sulla scia della splendida melodia tedesca di O tannenbaum, il gioioso canto delle luci sull’albero di Natale. VENITE VENITE 
 
 
 
 
5 novembre 2020 Letto 175 volte
elenco dei premi
 Domenica 1 novembre 2020 alle ore 12
nel salone Parrocchiale sono stati estratti i numero vicenti della Lotteria.
 
In allegato i numeri e i relativi premi.
 
Fino al 1 dicembre 2020 è possibile contattare il parroco don Tonino
(anche al num 3475412899)
per ritirare il premio.
 
GRAZIE AI COLLABORATORI E AI TUTTI I PARTECIPANTI
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5 novembre 2020 Letto 171 volte
ci sforziamo di riprendere il cammino pastorale parrocchiale
 Domenica primo novembre 2020, solennità di Tutti i Santi, dopo aver esposto alla venerazione della comunità la statua del nostro amato Patrono san Giuseppe lavoratore, che è stata benedetta ed incensata, e da oggi rimarrà per sempre esposta nella nostra Chiesa Parrocchiale a Lui dedicata, abbiamo anche inaugurato il nuovo anno pastorale.
Il Consiglio Pastorale, su mia proposta, ha deciso di dare anche a questo nuovo anno una caratterizzazione "giuseppina" in modo da riprendere, in prosecuzione con l'anno appena finito e che, per via della Pandemia, non è stato possibile vivere in pienezza, il cammino di conoscenza e di devozione nei confronti del santo che, 55 anni anni orsono, fu scelto come modello di vita e patrono della comunità parrocchiale: san Giuseppe lavoratore.
Purtroppo, per ora, il nuovo anno si presenta molto condizionato dai protocolli del Governo a causa del Covid-19.
Come potremo riprendere la vita comunitaria?
la soluzione non è semplice: per ora stiamo uniti spiritualmente e anche comunitariamente almeno partecipando alla Messa della domenica e alle altre pochissime occasioni di incontro, pur con il distanziamento e le misure di protezione, che possiamo avere.
Cercheremo di fare la riunione del gruppo dei catechesti ogni settimana il mercoledì dalle 19,30 alle 20,30. Il primo Giovedì del mese faremo l'Adorazione Eucaristica per le Vocazioni (dalle 21 alle 21,45... in modo da poter rientrare a casa prima delle ore 22, come prescrive il nuovo DPCM che entrerà in vigore il 6 novembre).
 
Ogni giovedì dalle 18,30 alle 20: faremo l'incontro di Catechismo per i giovani cresimandi che riceveranno il Sacramento della Confermazione  domenica 3 gennaio 2021: Il Signore ci sia vicino: la Vergina Maria e il nostro amato Patrono San Giuseppe ci proteggano sempre.
 
 
 
9 ottobre 2020 Letto 136 volte
indirizzata a tutti i fedeli delle due diocesi di Ales-Terralba e Oristano
 Mons. Arcivescovo, in piena pandemia da Coronavirus, ha deciso di scrivere una lettera, la sua prima per l'arcidiocesi Arborense, per rincuorare e rinfrancare l'animo dei fedeli di Oristano e di Ales-Terralba.
VOGLIAMO VEDERE GESU': questo il titolo, preso dal vangelo di Giovanni. Si tratta di una riflessione pacata ma assai appassionata sulla necessità di riprender il cammino dei discepoli in questo tempo difficile e calamitoso.
Come fare?
Si tratta di recuperare la capacità di ascolto del Signore.
Si tratta di riconoscerlo dentro le comunità e ai margini di esse attraverso una serie di suggestive e toccanti opere di conversione e di movimento verso gli altri.
Si tratta di porre una serie di azioni virtuose di ascolto e di conversione-
La lettera pastorale è stata inserita anche nei settimanali diocesani L'Arborense e Nuovo Cammino.
Per  i frequentatori del nostro sito potete trovare e scaricare il documento in allegato.
 
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