ARCIDIOCESI di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

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Cellulare: 3475412899 

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7 ottobre 2019 Letto 31 volte
vangelo XXVII domenica del tempo Ordinario
SERVI INUTILI o SEMPLICEMENTE SERVI?  

Per una volta partiamo dalle ultime parole del vangelo di questa domenica. Anche nella nuova edizione del Lezionario, approvato dai vescovi italiani della CEI, si è voluto conservare la traduzione tradizionale siamo servi inutili che rende, letteralmente, il testo latino servi inutiles sumus. Con questo significato il messaggio evangelico dovrebbe avere un valore quasi negativo: chi è servo (o anche chi semplicemente svolge un servizio) anche quando ha fatto lodevolmente (e in modo completo) ciò che gli è stato ordinato di compiere, dovrebbe sempre avere chiara la percezione che non è servito a nulla. Nella maggior parte dei dizionari italiani e latini il termine inutile è esattamente colui che è servito a nulla. Che non dà alcuna utilità o vantaggio. Un oggetto (esempio un utensile) diventa inutile quando ormai è inservibile perché guasto o per altri motivi; ci sono stragi e massacri inutili (es. quelli della guerra) quando non rechino alcuna utilità per la condotta delle operazioni e per la soluzione del conflitto. Riferito a una persona, sottolinea il ruolo di chi è di nessuna utilità per il suo ambiente o per la società; talvolta in italiano assume una sfumatura che lo avvicina al termine superfluo oppure inefficace, cioè che non produce il risultato voluto o sperato, che rimane senza effetto. Anche l’avverbio inutilménte, conserva lo stesso significato: senza alcuna utilità, senza risultato: es. spendere inutilmente il proprio denaro; il loro lavoro non può essere apprezzato, quindi non ha alcun valore. Credo che, nel caso delle parole di Gesù, questo tipo di traduzione invece di farci capire il vero insegnamento che voleva insegnare il Maestro ai suoi discepoli, ci allontani dal cuore del brano evangelico. La Parabola di Gesù infatti parla volutamente di servizio fatto con impegno: i servi del vangelo hanno eseguito alla perfezione ciò che il loro padrone aveva comandato.  E siccome hanno agito fino in fondo per ubbidire al loro padrone, pare perlomeno strano che questi non valuti per nulla il loro operato. In altre parabole il padrone fedele è lodato, i servi hanno ricevuto la giusta ricompensa, anzi di solito vengono ripagati generosamente (cfr. i lavoratori dell’ultima ora). Come mai questa volta l’impegno, la fatica, il senso del dovere non ottiene gratitudine e ricompensa nel cuore di Gesù? Credo che bisognerebbe fare un passo più profondo. Il servizio, e anche il ministero, si deve esercitare fino in fondo non per cambiare lo stato sociale, per avanzare in grado, per migliorare, per guadagnare, occorre fare e basta. Fare tutto… tanto per farlo. Chi serve, serve non è per ottenere le grazie del padrone, per accrescere il suo prestigio; occorre fare, e fare tutto semplicemente perché il padrone ce lo ha chiesto, questo significa avere la piena e limpida coscienza di avere fatto semplicemente il nostro dovere (non nel senso del diritto o del sindacato) ma per amore del Padrone. Un po’ come ha fatto Gesù che si è messo a nostro servizio non perché Dio un giorno gli possa dire grazie, ma solo per indicarci l’unica via della nostra personale realizzazione, cioè la nostra salvezza. Ci ha dato l’esempio. Così tutti i discepoli: una volta che abbiamo fatto tutto e solo ciò che Dio e la coscienza ci hanno chiesto, dovremmo con gioia poter dire siamo solo servi… Abbiamo fatto ciò che ci è stato richiesto… non ci attendiamo nulla… ma siamo felice di aver servito Dio e i fratelli.

 
16 settembre 2019 Letto 51 volte
mons. Mario Carrus Ŕ tornato alla Casa del Padre
Domenica 15 settembre 2019, memoria della Vergine Addolorata, dopo una breve e intensa malattia, si è spento nella casa di accoglienza Sant’Ignazio, a Villanova Truschedu,

Mons. Mario Franco Carrus,

Arciprete del Capitolo Metropolitano.

 

Don Mario era nato a Oristano l’11 settembre 1936; dopo gli studi ginnasiali nel Seminario Arcivescovile e quelli liceali e di teologia a Cuglieri, dove conseguì la Licenza in Teologia dogmatica, venne ordinato sacerdote in Cattedrale il 9 luglio 1961 da mons. Sebastiano Fraghì; a soli 26 anni divenne Arciprete-Parroco e Vicario foraneo di Santa Giusta, incarichi che svolse con impegno e zelo fino al 1988 allorquando mons. Pier Giuliano Tiddia lo volle come suo Vicario Generale. Fin da giovane prete ricoprì importanti incarichi pastorali: animatore in Seminario, assistente diocesano della Gioventù Fem. e degli Adulti di AC; mons. Spanedda lo chiamò a dirigere l’Economato diocesano e poi lo nominò Canonico onorario nel 1978. Divenuto canonico effettivo nel 1988, nel 2004, fu eletto Arciprete del medesimo Capitolo. Preziosa la sua opera nella preparazione e nella celebrazione del Concilio Plenario Sardo; la Santa Sede lo promosse Protonotario Apostolico Soprannumerario. Mons. Carrus, in spirito di servizio e per amore alla chiesa arborense, è sempre stato disponibile prestando la sua intelligente opera sia nella predicazione sia nel governo della diocesi, con ben 4 arcivescovi. Ha collaborato per tanti anni prima nella nostra Parrocchia di San Giuseppe lavoratore, poi in quella di Sant'Efisio martire fino a poche settimane fa.

La nostra Comunità parrocchiale si unisce con affetto al dolore dell’Arcivescovo, del Presbiterio arborense, e dei familiari.

Grazie carissimo monsignore per tutto ciò che hai fatto e sei stato nella nostra comunità.

R.I.P.

 

 

 

13 settembre 2019 Letto 71 volte
preparazione comunitaria e appuntamenti in vista del nuovo anno parrocchiale e diocesano
L'estate si sta rapidamente esaurendo e noi tutti, carissimi fratelli e sorelle, ci prepariamo a riprendere i ritmi ordinari della vita spirituale, come parrocchia e come comunità diocesana.
Prima di inaugurare il nuovo anno pastorale vi invito a prendere visione dei prossimi appuntamenti:
 
VENERDI' 13 settembre dalle 20 alle 21,30:
RIUNIONE DEI CONSIGLI PARROCCHIALI Pastorale e per gli Affari Economici.
(L'incontro si terrà nella Sala Cenacolo).
Seguiremo quest' Ordine del giorno:
1. Programmazione Anno "giuseppino", in vista della celebrazione del XX anniversario della Dedicazione della nostra Chiesa Parrocchiale.
2. Avvio anno catechistico.
3. Rilancio Caritas Parrocchiale.
4. Vari ed eventuali.
 
VENERDI' 20 settembre (ore 18-20):
Incontro diocesano dei catechisti con il vescovo.
Auditorium San Domenico.

SABATO 5 e DOMENICA 6 ottobre: (cfr programma)
CONVEGNO DIOCESANO DEI CATECHISTI 
Parrocchia San Giovanni evangelista.
 
 
9 settembre 2019 Letto 33 volte
prima omelia del nuovo arcivescovo per la festa della Patrona della nostra Arcidiocesi
 

Carissimi fratelli e sorelle,

due mesi or sono, durante la solenne Eucaristia nella chiesa Cattedrale, iniziavo il ministero pastorale e il mio servizio come vescovo nella chiesa diocesana di Oristano. Sin dal primo momento del mio arrivo in mezzo a voi ho avuto nel cuore il desiderio di venire al Santuario del Rimedio, per invocare la Madre del Signore, pregarla, ringraziarla e chiederle di essere per me e per tutti voi “Consolazione, rifugio, rimedio dai mali” (Consolu de affligidos, refugiu de peccadores, remediu pro sos dolores). L’ho fatto in modo privato, consapevole di dover affidare al Signore e a Sua Madre, in un dialogo intimo di preghiera, il mio servizio ai cristiani della diocesi.

Oggi invece, in questo giorno di festa, con gioia e in modo corale insieme a tutti voi, voglio innalzare la preghiera a Nostra Signora del Rimedio, perché sia Lei ancora una volta a guidarci tutti verso Gesù Suo Figlio e insegnarci l’ascolto attento della Parola del Signore. È bello vedere che la Madre di Gesù e Madre nostra, raccoglie attorno a sé i suoi figli. La Chiesa Le riconosce la vocazione materna di “radunare” i discepoli del Suo Figlio e di presentarli a Lui, compiendo l’alta missione che Gesù le ha affidato sotto la Croce: “Donna, ecco tuo figlio”. In quella figliolanza c’era e c’è ciascuno di noi, nessuno escluso.

 

Cari fratelli e sorelle, vorrei suggerire tre atteggiamenti interiori per vivere questa solenne celebrazione. In primo luogo innalziamo la lode e la gratitudine a Dio Padre per aver scelto nella Sua sapienza Maria come Madre del Suo Figlio. La festa della Natività di Maria, come è risaputo, ci viene dalla tradizione orientale, per ricordarci che sin dal momento della sua nascita Maria viene circondata di quel dono di Grazia che sarà poi reso esplicito nel saluto dell’Angelo: “Ave, piena di Grazia”.

Il secondo atteggiamento che deve riempire il nostro cuore è la supplica e l’invocazione a Nostra Signore del Rimedio, perché guardi la nostra “povertà”, i nostri dolori e ferite, la fatica del nostro camminare nella fede e nell’ascolto di Gesù. Sia Lei a consolarci, guidarci, sanarci, intercedere presso Suo figlio per noi.

Sebbene oggi celebriamo una festa “mariana”, la Liturgia della Parola, ma tutta la liturgia, ci ricorda che noi parliamo di Maria ma sempre in riferimento a Suo Figlio Gesù: è la Madre di Gesù, è la discepola di Gesù, è colei che prega per noi Gesù. Celebriamo una festa di mariana, ma che è innanzitutto festa cristologica.

Infatti il vangelo che abbiamo ascoltato riporta la genealogia di Gesù. Cioè quell’elenco di nomi, forse per noi arido, ma che ha in sé stesso una pregnante storia da consegnare, e una promessa che si realizza: la promessa della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, in mezzo a noi. Nel presentarci l’elenco degli antenati, l’evangelista ci racconta chi è Gesù e come Dio agisce in modo sorprendente per compiere la sua promessa. All’inizio e alla fine della genealogia, Matteo fa capire chiaramente qual è l’identità di Gesù: lui è il Messia, figlio di Davide e figlio di Abramo. In quanto discendente di Davide, Gesù è la risposta di Dio alle aspettative del popolo giudeo, (2 Sam 7,12-16) in quanto discendente di Abramo è fonte di benedizioni e di speranza per tutte le nazioni della terra (Gen 12,13).

Ascoltando i nomi ci colpisce subito un’anomalia. Come è risaputo le genealogie riportano il nome degli uomini, dei padri. Per questo, sorprende che Matteo metta anche cinque donne tra gli antenati di Gesù: Tamar, Raab, Ruth, la moglie di Uria e Maria. Viene spontaneo chiedersi: perché qui ci sono queste donne, chi sono? Cosa hanno fatto perché il loro nome sia presente nella genealogia? Infatti le quattro donne dell’AT, citate nella genealogia, hanno storie personali complesse. Erano straniere (cananee, moabite, ittite); alcune, prostitute; concepirono i loro figli fuori dagli schemi normali del comportamento dell’epoca, usando l’astuzia e l’inganno; non soddisfacevano le esigenze delle leggi di purezza del tempo di Gesù. (Tamar, una cananea, vedova, si veste da prostituta per obbligare Giuda ad esserle fedele e a dargli un figlio (Gen 38,1-30). Raab, una cananea, prostituta di Gerico, fece alleanza con gli israeliti. Li aiutò ad entrare nella Terra Promessa e professò la fede in un Dio che libera dall’Esodo. (Gs 2,1-21). Betsabea, una ittita, moglie di Uria, fu sedotta dal re Davide, che oltre a ciò, ordinò di uccidere il marito (2 Sam 11,1-27). Ruth, una moabita, vedova povera, scelse di restare con la suocera Noemi ed aderire al popolo di Dio (Rt 1,16-18). Dalla relazione con Booz nasce Obed, il nonno del re Davide (Rt 3,1-15;4,13-17).) Queste quattro donne questionano i modelli di comportamento imposti dalla società patriarcale. E così le loro iniziative poco convenzionali daranno continuità alla discendenza di Gesù e porteranno la salvezza di Dio a tutto il popolo. Attraverso di loro Dio realizza il suo piano di salvezza ed invia il Messia promesso. Veramente, il modo di agire di Dio sorprende e fa pensare, ci sollecita ad uscire dai nostri schemi, a vedere possibilità di salvezza e grazia anche dove noi vediamo peccato e indegnità. Alla fine, ci poniamo la domanda: “E Maria? Nella genealogia, a conclusione, viene citata Maria, “dalla quale nacque Gesù”.  (cfr. 1,16 e Lc 3,23). Non ci sembri strano o irriverente questo accostamento tra le donne con un passato difficile e la Madre del Signore. La Scrittura vuol dirci che Dio scrive la Sua storia di salvezza in un modo insperato per noi. Anche in questo riferimento a Maria, l’evangelista vuole sottolineare la inaspettata azione di Dio. La maternità di Maria avviene in modo sorprendente per opera dello Spirito Santo. Dio sceglie la povertà, l’umiltà per realizzare il suo piano di salvezza. Anche noi siamo in questa prospettiva. Non sentiamoci piccoli o poveri, perché se ci fidiamo di Dio Egli saprà coinvolgerci nel suo piano di salvezza. Infine vi è un terzo atteggiamento del cuore che dobbiamo avere in questa celebrazione: dopo la lode e l’invocazione vi è quello dell’affidamento. Desidero affidare alla Madre del Rimedio la nostra Chiesa Diocesana, i presbiteri e diaconi, le religiose e i religiosi, tutti i cristiani, uomini e donne. La stagione ecclesiale che stiamo vivendo, come tutti ci rendiamo conto, chiede un rinnovato impegno. Si tratta di uscire da un atteggiamento di passività o del “si è sempre fatto così” per avviarci insieme verso un cammino di corresponsabilità e collaborazione, chierici e laici, per avviare insieme uno stile rinnovato di essere e fare chiesa. Maria, madre del Signore, non si è mai appropriata del suo ruolo di Madre e Gesù stesso, come ci fa notare il vangelo, l’ha fatta crescere nel discepolato con una pedagogia in cui la sua maternità diventava universale, aperta a tutti, disponibile alla volontà di Dio.

Ci stiamo incamminando verso un nuovo stile di comunità cristiana, dove la collaborazione tra più comunità parrocchiali sarà la norma; dove il presbitero non potrà più occuparsi solo di una parrocchia. Sarà chiamato a educare a quella collaborazione e apertura che sarà un arricchimento per tutti. Affido alla Madonna questo cammino che inizia e che non sarà semplice né indolore, perché abbiamo ereditato stili e tradizioni che sono state e sono una ricchezza per le comunità, ma hanno bisogno oggi di essere messe in dialogo con il momento storico ed ecclesiale che stiamo vivendo. Come il vangelo della genealogia di Gesù ci ha fatto scoprire, dobbiamo contemplare la storia della salvezza che Dio realizza attraverso i lenti tempi umani e per mezzo della disponibilità e collaborazione degli uomini e delle donne. Il Signore scrive la storia di salvezza anche servendosi della nostra povera storia di peccatori e trasforma la nostra povertà e umiltà come ha fatto con Maria, che ha preparato per essere Sua Madre. Affido a Lei gli uomini e le donne, i giovani e i bambini, gli anziani, i malati che vivono nei tanti paesi che compongono questa Diocesi. Conosco tante situazioni di dolore, di fatica: dalla mancanza di lavoro, all’esodo e spopolamento inesorabile di tanti piccoli centri; dal disagio che si trasforma in criminalità e droga, alla fatica di trovare, specialmente per i giovani, il loro posto nella società e nel mondo del lavoro. Cosa possiamo fare come Chiesa, come comunità cristiana per tutte queste situazioni? La nostra preghiera non deve essere passiva ma piuttosto stimolo all’azione, per trovare con intelligenza soluzioni e cercare percorsi. Preghiamo per chi ha la responsabilità civile e politica di fare scelte per il bene comune, spesso sono uomini e donne che condividono i valori cristiani, sosteniamoli ma anche stimoliamoli con la nostra presenza perché sempre abbiano a cuore il bene di tutti.

Concludo invocando Maria con le parole dei Gosos che insieme canteremo in questa celebrazione:

 

Tesorera celestiale Divina dispensadora Alcanzade nos Segnora Remediu pro dogni male!

 

+ Roberto, arcivescovo 

 

7 settembre 2019 Letto 48 volte
dom Luigi Emanuele Tiana, 58 anni, Ŕ nativo di Cabras
 AUGURI CARISSIMO padre ABATE 

 

Il monaco benedettino dom Luigi Emanuele Tiana, originario di Cabras, è stato eletto Nuovo Abate del monastero di San Pietro di Sorres. Un incarico prestigioso per il monastero maschile più importante della Sardegna, un punto di riferimento per la spiritualità e la liturgia delle Chiese sarde. Dom Luigi Emanuele è stato priore a Subiaco e Procuratore Generale della Congregazione Sublacense-Cassinese. Un grande ritorno per questo figlio della Sardegna eletto dalla piccola comunità benedettina di Sorres. Tra qualche settimana dom LUIGI riceverà la solenne benedizione abbaziale e verrà immesso come guida del monastero del Meilogu.

 

25 agosto 2019 Letto 45 volte
Quanti si salvano? Tutti quelli che seguono le orme di Ges¨ e passano attraverso di Lui
 Sono pochi quelli che si salvano? Credo che sia capitato anche a noi di porci questa domanda, di fronte a certe esigenze della fede o pensando alle persone che non credono o che vivono secondo altre religioni oppure vivono senza Dio, senza il Cristo. Accanto a una certa sensazione di angoscia, questo pensiero normalmente suscita in noi anche la convinzione di essere comunque dalla parte giusta, a differenza degli altri. A meno che non sì lascino cadere le braccia, dicendo fra sé, con un certo fatalismo: «In ogni caso, qualunque cosa si faccia… nessuno si può salvare da solo.

Una cosa è certa: porre la questione teorica del numero dei salvati non serve a nulla.

La Parola è chiara: non preoccupatevi di chi si salva o no... questa è la preoccupazione di Dio. Dio ha deciso, nel suo disegno, di dare salvezza a tutta l'umanità.

Che la porta della salvezza sia stretta e che, per ottenere salvezza, bisogna attraversarla lo sappiamo. Ciò che conta è agire, facendo coraggiosamente tutto ciò che è in nostro potere per arrivare ad entrarvi e restando vigilanti sino alla fine, perché non c’è prenotazione che ci garantisca, una volta per tutte, un posto nella sala del banchetto. Il Regno di Dio nella Scrittura è infatti spesso simboleggiato da un banchetto, un luogo d’incontro e di comunione. Ci è offerto, siamo invitati, ma ci dobbiamo andare: è un dono gratuito, ma deve essere accolto.

Il popolo d’Israele credeva, per la sua storia e per il suo passato, di essere privilegiato e di poter godere incondizionatamente di questo invito.

Anche altre religioni ritengono questo, e anche molti cristiani hanno pensato e pensano che la salvezza sia semplicemente data dall'appartenenza al Popolo di Dio, alla Chiesa: non è così, la salvezza è per tutti.

Dice Gesù: verranno da settentrione da mezzogiorno, dal nord e dal sud... un popolo infinito, gente di ogni nazione, popolo e lingua gli fa eco san Giovanni nell'Apocalisse.

La slavezza è una chiamata per ogni uomo. La strada è per tutti, il passaggio è stretto: occorre sforzarsi, e imitare lo stile di Gesù amando Dio e il prossimo... amando e servendo gli altri. Questa è la strettoia per noi che siamo egoisti.... perciò dobbiamo diventare altruisti è Dio ci salverà

Il profeta che legge in profondità gli avvenimenti, riconosce che il privilegio non è né incondizionato né esclusivo. Gli uomini stanno di fronte a Dio come un’unica e sola umanità. Dall’incontro con lui non è escluso nessun popolo, nessun uomo. Tutti sono fratelli perché un rapporto radicale li lega al medesimo Padre.

Il privilegio di Israele aveva questo significato: proclamare a tutti gli uomini che non è l’unità di origine che fonda l’uguaglianza tra gli uomini, non l’appartenenza a una razza o a una classe che giustifica una ricchezza o una libertà. Tutti gli uomini devono avere le stesse possibilità perché tutti hanno un’identica mèta: incontrarsi col Padre, contemplare la stessa gloria, e quindi operare una convergenza e una uguaglianza universali (prima lettura).

 

L’appartenenza al popolo di Dio non è un privilegio neanche per noi, ma un servizio per gli altri.

 

Un identico invito rivolto ancora da Dio a tutti gli uomini e alle stesse condizioni per rispondervi è il principio di una nuova uguaglianza e di nuovi rapporti fra gli uomini. Tutti dobbiamo arrivare nel Regno, entrare nella casa del Padre, sedere alla stessa mensa. Tutti ci muoviamo nella storia verso un medesimo futuro, una medesima terra promessa. Se c’è una sola mèta, c’è anche una sola porta d’ingresso.

 

L’universalismo intravisto dai profeti viene portato a pienezza da Gesù. Per i suoi connazionali, chiusi nel privilegio, egli presenta la parabola della porta stretta. Sta per nascere un mondo nuovo, in cui Giudei e pagani si troveranno insieme alla stessa tavola, perché l’impurità dei pagani, che vietava ai Giudei di mettersi a tavola con loro, è definitivamente cancellata. La selezione alla porta del banchetto non consisterà nella separazione di Israele dai pagani, ma nella scelta di chi avrà risposto all’invito con sollecitudine e di chi avrà praticato la giustizia, chiunque esso sia.

 

La tradizione, la parentela non gioveranno per sé alla salvezza e neppure le parole, la cultura o l’appartenenza alla Chiesa. Sarà solo l’impegno per la costruzione di un mondo che sia visibilmente la concreta realtà del Regno.

 

L’impegno per realizzare una comunione fa scoprire il volto di chi mi siede vicino o davanti alla mensa del regno. Una cultura cristiana forse lo rendeva meno chiaro e sovente gratificava automaticamente di salvezza facendo dei battezzati gli appartenenti al regno, com’era per gli Ebrei l’appartenenza alla stirpe di Abramo. L’invito al banchetto ha per tutti una sola risposta: donare la vita sull’esempio di Cristo. La Croce è anche il modo con cui egli è entrato: è la porta stretta. Solo chi avrà donato la vita come Gesù potrà entrare nella sala e sedere al banchetto. Egli è davvero la Via, la Verità e la Vita.  (…)

 

Con le parole di questa pagina evangelica Gesù è consapevole di provocare una crisi in coloro che lo seguono; ma si è preparato a questa prova, disposto a lasciarci la vita. E si preoccupa dell’incuria e dell’apatia di coloro che invece dovrebbero illuminare le folle, cioè gli scribi. È a loro che rivolge la parabola della porta stretta. Sta per nascere un mondo nuovo, in cui giudei e pagani si ritroveranno alla stessa tavola; ma le rubriche e le pratiche religiose addormentano nell’incoscienza i maestri del popolo, i quali così perderanno il posto nella sala del banchetto. Anche tanti cristiani si assopiscono, nella convinzione di avere la verità e di godere già la salvezza. A forza di dormire, non potranno più varcare in tempo la porta del mondo nuovo, dove saranno invece preceduti da tutti gli uomini in buona fede, incessantemente alla ricerca della verità e della gioia.

 

18 agosto 2019 Letto 33 volte
fuoco sotto la cenere.... un spunto per meditare la Parola di Dio domenicale
 SOFFIARE SUL FUOCO 

Fuoco e cenere: mi pare siano questi i segni che la Liturgia della Parola, di questa domenica, vengano offerti alla nostra riflessione.

Nella prima lettura: Il profeta Geremia per ordine del Re Sedecia è calato in una cisterna piena di fango, perché aveva esortato con forza il popolo a non schierarsi coi nemici di Israele, né con gli Egiziani ma neppure coi Babilonesi. Per evitare la deportazione i capi del popolo sono disposti a stringere patti con gli infedeli: questa verità è denunciata profeta. Questa verità brucia come fuoco, è scomoda, si fa di tutto per toglierla di mezzo, per ridurla in cenere. E togliere di mezzo anche chi la annuncia. Ma, per fortuna, questa volta Geremia per intercessione di un suo amico etiope, fu tirato fuori dalla cisterna e dalla cenere. Povero Geremia: era un uomo mite e delicato, voleva starsene tranquillo: quando il Signore l'aveva chiamato aveva obiettato che lui era troppo giovane, non sapeva parlare, era meglio mandare qualcun'altro. Aveva tentato di svincolarsi dall’incarico divino: Basta! Non parlerò più a nome suo. Ma poi un fuoco divorante gli ardeva nel petto e lo costringeva a parlare. C'è niente da fare: quando il Signore chiama, non c'è via di scampo ed è meglio non cercarla la via di scampo, altrimenti si rischia di finire nelle fauci spalancate di qualche balena, com'era successo a Giona. Nessuno può scegliere di fare il profeta come può invece scegliere di fare l'elettricista o l’impiegato: il profeta viene scelto direttamente dal Signore. Così la vita del prete, del laico impegnato, del catechista, del ministro della carità… Quando il Signore chiama e sceglie non c'è scusa che tenga: occorre annunziare la sua parola a tempo opportuno e inopportuno, anche quando diventa segno di contraddizione. Ma la sua Parola, rispetto alle altre parole, ha questo di particolare, che, come Geremia, riesce sempre a emergere dalla cenere e dalle varie cisterne in cui qualcuno tenta di infilarla. La Parola è libera e liberante. È sempre giovane, nonostante i millenni trascorsi, spinge come un fuoco e un vento il profeta a portare la buona notizia, il fuoco del vangelo per ogni uomo. Mentre vediamo che tante altre notizie e parole sono subito invecchiate e sono anche sparite dalla circolazione in men che non si dica. L’evangelo invece rimane con tutta la sua profetica forza anche oggi.

Nel vangelo Gesù afferma chiaramente di essere venuto a portare il fuoco sulla terra: confida agli apostoli però di essere angosciato e preoccupato perché questo fuoco sembra spento. Cosa ci vuole dire? Che il fuoco c'è; l'ha portato Lui, ma per espandersi e divampare ha bisogno di noi. Dobbiamo aiutare il Signore ad accendere il fuoco. Dopo la Sua immersione nella morte che è stata il Suo battesimo di fuoco, lo Spirito Santo è stato effuso sul mondo. Per Gesù la parola spirare non significa tanto morire quanto piuttosto volare, andare con forza, come fa il vento che spirando sulle vele fa muovere la barca, la nostra.

Quindi quando Gesù spirò, effuse lo Spirito su tutti. Per cui ora lo Spirito di fuoco c'è, ma dipende da noi il riceverlo. Anche il sole splende sulla terra, ma se io tengo le tapparelle abbassate, il sole nella mia casa non entra. Ecco perché Gesù ha bisogno di noi perché il fuoco si espanda: ha bisogno anzitutto che noi apriamo l’uscio della nostra casa, il vento vuole entrare dentro e spazzar via la polvere e la cenere. Il Soffio di Dio vuole accendere il nostro cuore, vuole soffiare sulla nostra cenere perché sa che sotto la cenere ci sono le braci, un fuoco sopito, addormentato ma non spento, solo deve essere ossigenato, rianimato. E poi dobbiamo espanderlo negli altri cuori, ancora assiderati nel gelo dell'indifferenza e dell'incredulità; ma per espanderlo, dobbiamo esserlo! Domandiamoci sinceramente e serenamente: ma noi siamo fuoco? O siamo fuoco sotto la cenere? O siamo cenere e basta?

L'ultima raccomandazione che Gesù ci offre in questo Vangelo è di pensare con la nostra testa! Sappiate giudicare da voi stessi! Cosa c’è nella nostra testa? Spesso tanti condizionamenti: quelli che ci vengono dalla moda, dalla pubblicità, dagli schemi e dai teleschermi. Il Signore ci ha dato un maestro interiore, lo Spirito Santo, proprio perché ci lasciamo guidare da Lui, e non dipendiamo da altri che sono lupi rapaci e ci portano dritto nella fossa. Se vogliamo vincere la corsa dobbiamo tenere lo sguardo fisso sull'unico Maestro che ci porterà in salvo perché è l'unico nostro Salvatore.  

15 agosto 2019 Letto 49 volte
una profonda riflessione di 50 anni fa
 

FESTIVITÀ DELL’ASSUNTA

OMELIA DI PAOLO VI

Venerdì, 15 agosto 1969

 

Questo incontro, questo momento di unità spirituale, non è fine a se stesso, giacché pone sulle labbra di tutti la domanda: perché siamo qui? che cosa vogliamo fare questa mattina? Desideriamo tutti rivolgere un pensiero, un atto di omaggio e di devozione particolare a Maria Santissima, per onorare il mistero della sua Assunzione al Cielo.

È una cosa tanto bella che esige una certa tensione di spirito. Allorché celebriamo le feste della Madonna, notiamo come le pagine del Vangelo ci fanno vedere e sentire Maria più vicina a noi. Si tratta di incontri familiari: ad esempio l’Annunciazione, la Nascita del Signore, la visita ad Elisabetta (ricordato proprio nel Vangelo di questo giorno), che rendono facile la nostra conversazione con la Madre di Dio, una conversazione che si svolge con linguaggio umano. Ne è conferma l’«Ave Maria», poiché Ella è nostra, nostra sorella nella umanità.

L’EPILOGO MERAVIGLIOSO D’UNA VITA ECCELSA

I vari misteri della Madonna, anche quelli dolorosi, sono quadri di vita ai quali ci è facile accedere almeno in parte, pur rimanendo noi sempre attoniti di fronte alla loro grandezza e sublimità. Ma il ricordo degli ultimi punti del Santo Rosario: l’Assunzione e la Gloria di Maria, invece, ce la portano lontano. La Madonna esce dalla ,sfera della nostra vita umana; sale, scompare, entra in quell’al di là che conosciamo solo per fede ed anche per una certa intuizione in fondo al nostro spirito, predisposto a tale avvenire meraviglioso. Intuiamo qualche cosa di questo al di là, ma ci manca ogni esperienza. Allora bisogna affidarsi alla immaginazione; bisogna rendere superlativi ed assoluti i termini da noi usati nel linguaggio terreno, temporale, per figurarci in piccola dimensione l’eterno.

Oggi noi celebriamo proprio l’al di là della Madonna, e possiamo considerarlo in due momenti: l’istante della sua resurrezione e quello della sua «entrata» e dimora nel Paradiso, che durerà per tutti i secoli nella gloria del Signore.

Che cosa stiamo guardando?

L’epilogo della storia di Maria. Ci sarebbe più facile trovarne le ragioni che dirne l’essenza: Maria era senza macchia di peccato: il peccato è la causa della morte e quindi è chiaro che la Madonna non doveva subire la pena della morte anche se Ella ne ha subito la sorte: la «dormitio Virginis», come si dice nell’antica liturgia, specialmente in quella orientale. Ma poi quelle membra santissime, innocenti, ,si sono rianimate: hanno ripreso una vita nuova, leggera, trasparente, trasfigurante, e la Madonna è passata da questo nostro piano di vita temporale, terrena, a quell’altro per cui noi restiamo senza parole. Guardiamo, però, e siamo abbagliati, come quando si guarda il sole e ,si vede che è sorgente di luce e vince la forza della nostra capacità visiva. Restiamo confusi a tanta luce e allora avviene il fatto comune di quando si guarda la luce: si accende un lume: il primo sguardo è al lume, il secondo alle cose circostanti che ne sono illuminate. Così avviene nella celebrazione del mistero dell’Assunzione : vediamo Maria diventare una stella del Cielo: la stella più bella; diventare, dice sempre la Scrittura adattata alla figura della Vergine, splendida come il sole, bella come la luna, cioè un astro che illumina l’universo, il nostro panorama terreno.

I PERFETTI RAGGI D’UN GRANDE SOLE

E quale luce ci dà in modo speciale questo mistero di Maria?

Ce ne dà molte, di luci. Ma quella che ci sembra specifica, essenziale, caratteristica è che ci ricorda che la sorte di Maria sarà la nostra; che anche noi siamo dei «resurrecturi», siamo vite che il Signore così ha creato da rendere immortali, da destinare a una vita che trapassa i confini del tempo e gli anni trascorsi quaggiù, così labili, così fugaci, così logoranti, per darci, invece, una vita piena, perfetta, santa e soprattutto, fuori del tempo: non ha orologio, limiti, non ha calendario, non si esaurisce nella sua durata, ma resta assorbita nella sempre fresca, viva, nuova visione di Dio; è la vita eterna. La Madonna ha avuto il privilegio di anticipare questa sorte e di goderla in una pienezza, in una perfezione che noi non raggiungeremo, sia pure se noi avremo la stessa sorte, cioé di riprendere dopo la lunga stagione del nostro sonno nel sepolcro questa nostra stessa carne, queste stesse nostre membra, la nostra stessa persona fisica nel tempo.

Vorremmo domandare, alla luce di tali verità, che il Credo ci fa ripetere ogni giorno - . . . carnis resurrectionem, vitam aeternam - se siamo veramente convinti che sarà così; se siamo sicuri, se crediamo e avvertiamo la meraviglia stupenda che tale verità colloca nella nostra maniera di valutare l’esistenza presente, la quale ha sì una importanza grandissima, ma è fugace, effimera e destinata all’altra esistenza, quella garantita dalla parola del Signore e della quale, nell’odierna festa, abbiamo splendida conferma.

LA VITA UMANA È DESTINATA ALLA BEATITUDINE

Come la gente comune, come noi cristiani, valutiamo il destino a noi preparato? Naturalmente ci crediamo, magari in penombra, per sentimento ed abitudine, magari perché sarebbe troppo doloroso il pensare che tutto diventi cenere e sia distrutto dopo la morte. Tuttavia, appunto perché cristiani, e possessori di questa fede nella resurrezione dei corpi e nell’immortalità dell’anima, vogliamo domandarci, oggi, se tale realtà è presente sia per la indicibile consolazione che offre, sia per la -dignità altissima e l’importanza senza paragone che essa imprime all’esistenza umana. Per siffatta realtà la Chiesa è così gelosa nella difesa della vita che nasce, della vita sofferente, della vita che muore. Tutto concorre ad un atto che Iddio compie per l’eternità, e perciò la dignità della vita umana diviene qualificata con statura incommensurabile, bellissima, grandissima. È la sorte di beatitudine che esige da tutti vicendevole amore.

Una seconda domanda, più pratica ma non meno importante: che rapporto c’è tra la vita presente e quella futura? le cose avvengono automaticamente? si nasce cioè, si muore e un giorno si risorgerà tranquillamente, siccome fatti naturali, insopprimibili? No. Esistono condizioni precise. La resurrezione esige il presupposto, da parte nostra, di essere buoni, veri cristiani, di conoscere la sorte d’essere veramente inseriti nella sorgente della vita che è Cristo, di essere sin da ora attratti e compaginati nella sua misteriosa esistenza. Cristo è la vita: non vi sono su ciò dubbi o riserve; noi dobbiamo essere cristiani, dobbiamo essere uniti a Cristo, giacché se vogliamo davvero che il prodigio della sua vita risorta sia pure nostro, dobbiamo agire in modo di credere ed operare secondo la unione indispensabile con Lui. È la cosa più importante del nostro tempo presente: o cristiani, o falliti; e il fallimento sarebbe di una portata incalcolabile, Dio mio!, perché eterno.

SE UNITI A CRISTO ASCENDEREMO CON LA MADRE CELESTE

Ed ecco che la Madonna, con la sua Assunzione al Cielo, ci garantisce la possibilità di ascendere anche noi, se siamo, come Lei, uniti al Cristo. Con tanta Madre, la distanza fra noi e Cristo è abbreviata, annullata; e il Signore ci viene incontro e ci ripete «Mangia di questo Pane e avrai la vita eterna». In tal modo si raggiunge l’immortalità, cioè l’inserimento della vita nuova nella nostra povera giornata terrena, che da sé sarebbe enigmatica e forse tormentata e inghiottita dal dubbio. Siamo esseri mortali che devono rinunciare al grande sogno della vita perfetta e della vita eterna? No, di certo. Il Signore ci dice: Io ti prometto, se tu credi, se rimani unito a me, se accetti di vivere così, che la tua vita sarà un giorno come quella della Madonna: nella unione eterna con Cristo SI da formare con Lui quella luminosa società ed unità del Corpo Mistico, che è il segreto dell’intera creazione, e d’ogni opera di bontà del genio cristiano.

Celebriamo perciò l’odierna festa nella fede della vita eterna, cercando di raggiungere le supreme conseguenze di tale fede.

Se sono eterno, come devo vivere? e basta forse pensare a tale eternità, quasi che essa annulli i valori, gli interessi della vita vissuta nel tempo? Affatto. Tanto più noi abbiamo la fiducia, la sicurezza, il dovere di raggiungere la vita eterna, tanto maggiore è l’obbligo di vivere bene là dove il Signore ci ha posti; di impegnare le nostre facoltà, di ben trafficare, come ci insegna il Vangelo, i talenti datici da Dio per accumulare un vero capitale assicuratoci nella vita eterna.

E il fatto che la Madonna, dall’alto del suo seggio di gloria, ci tende le braccia fa sì che noi sentiamo ancor meglio l’invito, e la certezza della sua protezione, l’esempio e il flusso della sua intercessione. Ella viene sempre in nostro soccorso.

È bello vivere, con questa agilità e levitazione spirituale, la vita presente: i dolori, le fatiche, le delusioni, i pesi, le responsabilità cambiano di gravità; e invece di essere ostacoli diventano i gradini per raggiungere il traguardo, la vetta a cui siamo indirizzati.

Che la Madonna ci aiuti: confidiamo in Lei. La visione, la realtà del suo mistero illumini la nostra vita di speranza, di gaudio anticipato, di forza morale, di gioia cristiana; e ripetiamo così con Lei; quanto è grande il Signore! Magnificat anima mea Dominum. Perché Egli ha fatto cose grandi a Maria e anche a noi che siamo, per divina adozione, fratelli di Cristo e fratelli, nella umanità, di Maria Santissima.

 

12 agosto 2019 Letto 57 volte
Ŕ improvvisamente deceduta la Guida Spirituale di San Pietro di Sorres
 Domenica 11 agosto, Pasqua della Settimana e memoria liturgica dell'Abbadessa Santa Chiara d'Assisi,
è improvvisamente deceduto il Padre Abate
dom ANTONIO MUSI,
monaco benedettino e guida spirituale
del Monastero di San Pietro di Sorres.
Dom Antonio è stato chiamato ai pascoli eterni del cielo
dopo aver guidato per tanti anni, con saggezza evangelica
e vero spirito benedettino,
la cara comunità monastica di Sorres.
Lo ricordiamo con affetto, nostalgia e preghiere.
Questa mattina ho celebrato la santa Messa in suffragio
del carissimo padre Abate.
Dio lo abbia in gloria.
R.I.P.
11 agosto 2019 Letto 42 volte
ABRAMO ci insegna che la fede non Ŕ ferma ma.... in cammino! altrimenti non Ŕ fede
 

CREDERE cioè saper vegliare con la lampada della fede sempre accesa

Nel cuore dell'estate arriva forte e dirompente il messaggio di questa XIX domenica del Tempo Ordinario, nella quale cogliamo l'essenziale messaggio di essere vigilanti con la lampada della fede sempre accesa per fare luce sul nostro pellegrinaggio verso la casa di Dio, nella dimora della luce e della pace eterna. È sempre il vangelo di Luca a fare da apripista alla nostra meditazione e riflessione sulla parola di Dio, riportando uno dei suoi brani più importanti ai fini della valutazione dell'agire umano in prospettiva dell'eternità beata, alla quale tutti aspiriamo anche se per vie diverse e risposte diverse. Siamo invitati a vivere il momento presente ma anche il vangelo con speranza, condivisione, gioia e amore.

 

Nel discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli possiamo trovare alcuni punti di riferimento importanti per la nostra vita spirituale: vendere ogni cosa per darlo in elemosina, cioè fare la scelta di una povertà radicale che liberi il cuore dal possesso delle cose che non sono finalizzate alla salvezza eterna; acquisire tesori spirituali e non economici e saperli conservare e renderli fruttuosi per la nostra salvezza. Per attuare questo progetto di vita evangelica è necessario assumere due fondamentali comportamenti: quello dell'essere sempre pronti alla chiamata di Dio per l'eternità, che potrebbe venire all'improvviso, senza nessun preavviso, o ritardare a venire, senza con ciò distrarci dai nostri compiti di cristiani e di persone che guardano in alto con speranza e fede. L'esempio che Gesù porta è finalizzato proprio ad assumere quell'atteggiamento interiore di dolce attesa, come avviene per una mamma che aspetta un figlio e lo porta avanti nella crescita, spontaneamente, nel suo grembo. Gesù cita come esempio il ladro che non preavvisa se viene a rubare o a portare via le cose più preziose della nostra vita: viene all'improvviso, magari nel cuore della notte per fare razzia di quei beni materiali che fanno attaccare il nostro cuore alle cose più vane e insignificanti del mondo.  Perciò ci rivolge un forte appello: quello alla vigilanza non armata, ma serena e profondamente sincera sul nostro comportamento al fine di rispondere prontamente e ben preparati alla chiamata di Dio all'eternità, in ogni istante della nostra vita che sia breve o lunga. Questo messaggio riguarda tutti e non solo quelli che sono lontani da Dio, ma anche coloro che ci sono vicini e vivono, solo apparentemente, della parola di Dio, perché tutto fanno tranne che pensare all'eternità e il loro stile di vita non ingloba nulla di sapore di infinito, di visione paradisiaca, di speranza messianica e cristiana. Al contrario è ben altra storia quella che tanti cristiani, molto vicini alla Chiesa e alla fede, che poi di fatto vivono nel quotidiano. Il vangelo di questa domenica si conclude con un monito severo che va interpretato e letto alla luce delle esigenze spirituali ed ecclesiali di oggi: A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più. Il discorso dell'attesa gioiosa si afferma in modo più evidente facendo riferimento a quanto leggiamo nei due altri testi sacri che oggi abbiamo ascoltato; nella seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, ci viene offerto una lezione e una testimonianza di vita di fede mediante il modo di vivere del nostro padre Abramo, che chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava e come, per fede, soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Sulla scia di Abramo, anche la moglie Sara visse la fede con coraggio e speranza. Infatti sebbene anziana, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Da qui nasce la consistente discendenza dei figli di Abramo e di Sarà, passata al vaglio del dono di Isacco, che lo stesso Abramo stava offrendo in sacrificio a Dio sul Monte Oreb. Abramo non contratta più, non cerca di ottenere il massimo da Dio. Si affida totalmente e gli offre suo figlio Isacco. Ora Abramo crede veramente: non più calcoli umani. Ma solo affidamento in Dio. Perché? Perché ha capito che amare vuol dire solo fidarsi. Ecco la lezione anche per noi. Senza la fede con c'è speranza nel cuore dell'uomo e non c'è amore, carità e vitalità. La fede che ci viene indicata come cammino personale ed ecclesiale si basa sul coraggio, è coraggiosa e trasmette coraggio e forza agli altri. No demolisce convinzioni e sicurezze personali, le indirizza alle vere sicurezze, quelle che contano per sempre e sono eterne.

Questa fede professiamo, questa fede chiediamo di aumentare, questa fede ci sforziamo di vivere nel quotidiano per essere più santi e soprattutto sempre più preparati per accedere ai granai eterni del dispensatore di ogni bene. Amen.

 

 

 

 

 
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