ARCIDIOCESI di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

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6 agosto 2019 Letto 57 volte
una piccola riflessione sul sacro tempo del riposo
 VACANZE QUALCHE CONSIGLIO:

SAPER PARTIRE, SAPER RIMANERE E SAPER TORNARE

 

Anzitutto un'avvertenza credo molto preziosa:

non farsi prendere dall’ansia della partenza: il rischio è che le ferie diventino un incubo. Mi permetto di offrirvi qualche piccolo suggerimento. L’ansia da vacanza e da viaggio spesso è legata al bisogno di organizzare il tempo libero e alla paura di non saper riempire i tempi vuoti. Anzitutto è indispensabile decidere di partire senza doversi per forza portare il nostro mondo in vacanza. È meglio lasciare quasi tutto qui e partire con pochissime cose. Ecco alcuni atteggiamenti e suggerimenti da prevedere e predisporre: Imparate a riconoscere le vostre esigenze. Anzitutto bisogna decidere e prevedere anche i piccoli dettagli insieme a chi viaggia con noi: meglio non delegare gli aspetti organizzativi: non sono secondari. Il rischio è che altri costruiscano la nostra vacanza facendocela sentire come non veramente nostra. Non lasciate lavori o impegni in sospeso. Durante gli ultimi giorni di lavoro pianificate per tempo le attività che per un po’ resteranno in sospeso o in mano ad altri, evitando di ridurvi all’ultima ora dell’ultimo giorno prima della partenza. In previsione delle ferie è naturale accelerare i ritmi lavorativi, se questo significa staccare davvero la spina una volta partiti. Non temete gli spazi vuoti. O meglio non riempite troppo le vacanze con cose da fare e luoghi da vedere: meglio lasciare qualcosa a sorpresa, da decidere all’ultimo momento. Alcune persone, soprattutto quelle più razionali, quando pianificano una vacanza cercano di tenere tutto sotto controllo e di programmare anche i più piccoli particolari. Questo perché si sentono tranquillizzate da una vita programmata nel dettaglio, e cercano di applicare questa logica anche alla vacanza poiché percepiscono la mancanza di schemi come un vuoto. Ma, per staccare davvero la spina dalla routine del quotidiano, è invece più utile provare ad abbandonarsi a esperienze nuove, vivendo giorno per giorno e lasciandosi trasportare dalle casualità. E anche dall’ozio, qualche volta. Aspettatevi eventuali imprevisti. È necessario un minimo di organizzazione, ma occhio a non inseguire la perfezione. Se anche doveste scordarvi qualcosa, o incappare in qualche contrattempo, troverete sicuramente come recuperare. Imparate ad accogliere i possibili imprevisti con un sorriso e con spirito pratico. E poi è meglio guardare alla vacanza come a un’occasione per mettere alla prova la vostra creatività. Evitate di “strafare”. Si sa che in vacanza gli orari e i ritmi quotidiani cambiano, ma attenzione a non esagerare il rischio è che le ferie invece di rilassarti ti facciano solo stancare. Ricordatevi che, se sottoposto ad attività alle quali non è abituato, il vostro corpo potrebbe non rispondere bene. Una buona alimentazione e un buon esercizio fisico vi aiuteranno ad affrontare in modo più sereno le vostre vacanze. Provate a porvi delle domande. Per esempio: se quello che sto facendo mi fa stare male, che cosa posso fare per sentirmi meglio? Come posso distrarmi da questo pensiero? È proprio necessario pensare a questa cosa? Trovare delle risposte vi aiuterà ad affrontare meglio successive situazioni analoghe. Pensate positivo. Se vi accorgete che avete la tendenza a rimuginare e a preoccuparvi, provate a interrompere il flusso di pensieri negativi concentrandovi su qualcosa di bello. Cercate di mantenere nella vostra mente un’immagine positiva: una foto, un ricordo, un viaggio, qualcosa che vi ha fatto stare bene. Cercarla e trovarla dentro di voi vi aiuterà ad affrontare meglio le situazioni a cui la vita vi espone. Anche se siete in vacanza provate a fare qualcosa di utile per voi stessi: a esempio qualcosa di diverso e piacevole senza nessun apparente utilità: ascoltare musica, leggere un libro o guardare un film divertente. E soprattutto aprite la mente e il cuore guardare e osservate i posti, la geografia e la storia del luogo dove trascorrete le vostre ferie e soprattutto guardate e ascoltate le persone che incontrerete: certamente noterete la cultura e i valori del luogo visitato: sarà una vacanza indimenticabile.

Concedete poi uno sguardo particolare ai segni della fede: sarà come cercare Dio nel tempo provvidenziale che in fondo è un suo dono.

 
4 agosto 2019 Letto 51 volte
Per un uso sapienziale delle ricchezze...oneste
  L’uso dei beni e delle ricchezze per il discepolo di Gesù: possiedi o sei posseduto?

A causa di una lettura superficiale e a interpretazioni errate proposte lungo i secoli, il vangelo è ritenuto dai più una guida non attendibile riguardo al denaro e al suo investimento, anzi, è relegato a una vita più o meno spirituale, eterea, senza alcun riferimento alla vita reale in questo mondo. Ebbene, non c'è niente di più falso, e questa pagina ce lo dimostra.

 

Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede.

Gesù usa ben due verbi: guardate (fate attenzione) e custoditevi (tenetevi lontani). Un verbo riguarda il pericolo fuori di noi, da guardare per essere consapevoli che esiste; l'altro verbo riguarda noi stessi, e fa riferimento a un altro livello di consapevolezza. Il pericolo è la fuori, guardalo in faccia, dagli un nome e un cognome. Tu invece sei il soggetto vulnerabile da custodire e proteggere. Guardate e custoditevi: da chi? Da che cosa? Dall'avere di più, sempre di più, un di più che divora la tua vita, che la svuota, rendendola un'inutile corsa verso il possesso, la bramosia, l'avarizia, l'avidità.

 

Gesù Cristo non ha mai detto che denaro e proprietà siano un male, ha invitato a pagare le tasse, a essere corretti e generosi.

Tuttavia nella pagina che stiamo leggendo il Signore evidenzia fortemente questo pericolo del "di più" e dice chiaramente anche il perché: ipotizzando che tu abbia questo di più, la tua vita non dipende da ciò che hai.

Il problema non è ciò che possiedi: il problema è quando identifichi la tua vita con le tue proprietà, col tuo denaro. Ecco perché la vita eterna è un problema talvolta insormontabile: perché il "di più" per cui tanto ci affanniamo è destinato a essere abbandonato, anche dalle mani che lo stringono con veemenza e avidità. Il richiamo di Gesù non è tanto quello di non possedere, ma quanto più quello di non essere posseduti. Povero o ricco, la tua vita viaggia su un altro binario, e se tu non viaggi nella giusta direzione vieni travolto, stravolto, perché di uno strumento e un mezzo ne hai fatto il fine, il traguardo di una corsa affannata che ha distrutto tutto, anche te stesso, e che ti lascia con le mani vuote, il cuore a pezzi, e tanta tanta fatica inutile.

 

Dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!?.

Questo è quanto ci viene propinato come legge suprema anche oggi: divertiti, rilassati, ridi, mangia, bevi, pensa a te stesso, non cambiare mai. I social network sono stracolmi di queste "perle". Queste sono le parole di un uomo al quale gli affari stanno andando benissimo, i conti tornano e anche molto bene, quindi si appresta a vivere (o a sopravvivere) solo in funzione di se stesso, e usa quattro verbi che mirano a un beneficio esclusivamente materiale; in questa scelta c'è almeno un po' di coerenza da parte di chi per una vita ha pensato solo all'accumulo, al di più. Questo pover'uomo (nonostante sia tanto ricco), è così egoista che parla a se stesso: non ha nessuno con cui condividere il risultato, è profondamente solo, perché in questa sua corsa ha perso ogni relazione.

 

Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà??

La risposta di Dio è una domanda, preceduta da un titolo: "Stolto", o meglio ancora, nel suo significato letterale: "senza mente". Quest'uomo posseduto dai suoi averi è in realtà un contenitore vuoto, il suo unico pensiero è il possedere, il bramare, il desiderare smodatamente. Dopo averlo definito, Dio gli comunica che il tempo a disposizione è finito: time out. Interessante notare che la vita di quest'uomo finisca di notte, nel buio, nella solitudine negativa di chi ha vissuto solo per se stesso, di chi non ha mai gustato un'alba o un tramonto, di chi non ha mai donato un sorriso: è sempre stato buio pesto nella sua vita, e i suoi occhi sempre ottenebrati dalle cose che lo possiedono.

"Quello che hai preparato, di chi sarà?"

Questa domanda è un esame di coscienza, sempre attuale e utile a tutti: per chi stai vivendo? Dove ti stai dirigendo? Per chi o per cosa ti affatichi? Il vangelo non riporta la risposta di quest'uomo, anche perché risposte non ne ha, nessuno ha popolato la sua vita, neppure se stesso. Riposati, mangia, bevi, divertiti sono quattro verbi (positivi se ben intesi), che quest'uomo non ha vissuto e non potrà vivere.

 

Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio.

Questa conclusione da parte di Gesù contiene il vero insegnamento di tutta questa pagina. Così accadrà a chi accumula tesori (il risparmiatore) e non si arricchisce presso Dio. Il risparmiatore è colui che "mette in tasca", tiene stretto il suo tesoro, sempre quello, un tesoro statico, che né aumenta né diminuisce. Chi si arricchisce invece espande il suo tesoro, lo amplia, è un tesoro sempre più grande. Presso Dio: questa precisazione è fondamentale, perché indica che non è la proprietà il traguardo, ma Dio.

Posso possedere tanto, essere ricco, espandere il mio tesoro, ma la mia meta è Dio, là sono diretto, e quando mi verrà posta la fatidica domanda "quello che hai preparato, di chi sarà?" saprò rispondere con un grande grazie al Signore, perché è Dio il senso della mia vita, non il denaro, non le cose. Se mi sono arricchito presso Dio, il mio cuore è pieno di gioia, di pace, di riconoscenza! Non è notte: il sole splende e la mia vita viene messa nelle mani di Dio, anzi è sempre stata in quelle mani. Le mani di chi si è arricchito presso Dio hanno gestito denaro e proprietà senza mai farsi possedere.

La risposta può essere quella del salmista che esclama:

 

"Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita." (Salmo 16,5)

 

Le mani di Dio sono la più grande ricchezza, in questa e nell'altra vita.

 

 

 

 

 

28 luglio 2019 Letto 53 volte
Un Padre infinitamente ricco di misericordia... per chi sa riconoscersi bisognoso di essa.
IL Vangelo di oggi è preceduto da un brano, del libro della Genesi, davvero importante che ha come protagonista il rapporto intensoissimo tra Dio e il Patriarca della fede.
ecco la mia piccola riflessione. 

 

Il nome della città palestinese di Hebron in ebraico significa amico", e la maggioranza dei suoi abitanti arabi la chiama al-Khalīl, dall'epiteto coranico Khalil al-Rahman, cioè amico del Misericordioso (quindi di Dio), perché in essa abitò e fu sepolto il grande Padre Abramo, che di Dio era l'amico per antonomasia. Abramo è riconosciuto, da vari millenni, come Padre nella fede sia dagli ebrei che dei cristiani e dei musulmani. Qualche miliardo di persone si riconosce dunque come generazione di Abramo. Il Signore ha cercato e conservato una dimensione profonda col Patriarca fin da quando lo chiamò da Ur dei Caldei. Il Signore infatti lo tratta con una familiarità che non riserva a nessun altro personaggio dell'Antico Testamento, nemmeno a Mosè, « con il quale il Signore parlava faccia a faccia » (Deuteronomio 34, 10). E sicuramente uno degli episodi in cui meglio si manifesta l'amicizia tra Dio e Abramo è l'episodio del loro incontro alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno, narrato nel capitolo 18 del Libro della Genesi. In quell'occasione YHWH accetta l'ospitalità di Abramo, gli promette che da lì a un anno egli avrà un figlio da Sara, quindi svela al patriarca le sue vere intenzioni: punire duramente gli abitanti di Sodoma per il loro grave peccato. In questa domenica XVII del T.O. abbiamo potuto ascoltare l'intero brano: Disse allora il Signore: « Il grido contro Sodoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!" Quegli uomini partirono di lì e andarono verso Sodoma, mentre Abramo stava ancora davanti al Signore. Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: "Davvero sterminerai il giusto con l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lungi da te il far morire il giusto con l'empio, così che il giusto sia trattato come l'empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?" Rispose il Signore: "Se a Sodoma troverò cinquanta giusti nell'ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città." Abramo riprese e disse: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere... Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?" Rispose: "Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque." Abramo riprese ancora a parlargli e disse: "Forse là se ne troveranno quaranta." Rispose: "Non lo farò, per riguardo a quei quaranta." Riprese: "Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta." Rispose: "Non lo farò, se ve ne troverò trenta."

Riprese: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti." Rispose: "Non la distruggerò per riguardo a quei venti." Riprese: "Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci." Rispose: «"Non la distruggerò per riguardo a quei dieci."Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione. (Gen 18, 20-33). Pur nel genere letterario della contrattazione orientale, in cui Abramo rilancia in continuazione, ogni volta che il Signore accetta la sua proposta, abbassando la posta. Alla fine però Abramo nella sua incertezza mette un limite: dieci soli giusti per salvare un'intera città abitata da migliaia di persone!

Mi domando e vi domando: ma come mai Abramo si è fermato? Perché non ha continuato nella richiesta almeno per altri cinque? Se Abramo avesse richiesto altri cinque come avrebbe risposto Dio?

Dal contesto del libro della Genesi appare chiaro che Dio avrebbe accolto ed esaudito la richiesta di Abramo… forse anche fino ad arrivare a uno oppure a nessuno poco importa.

È curioso che Abramo si sia fermato: forse perché in fondo Abramo non ha ancora imparato a fidarsi ciecamente di Dio, non ha conosciuto l’infinita misericordia del Misericordioso.

Ecco il punto. Ancora il grande padre Abramo, patriarca della fede, si trova a fare calcoli miopi e umani, non osa, ha timore di chiedere il Tutto perché non ha fiducia che gli sarebbe stato concesso. Ecco perché le due città furono distrutte. Nessuno ha pregato fino in fondo per loro. Ci sarà bisogno di una fede più grande di quella di Abramo. Ci vorrà la totale fiducia di Gesù che, sulla croce, chiede a Dio: Padre Perdona loro perché non sanno quello che fanno…. Non lo sanno.

Ma per la Preghiera, per l’abbandono fiduciale di Gesù Dio perdona a TUTTI… e così anche la timida richiesta di Abramo sarà esaudita. Nell’ultimo giorno Sodoma e Gomorra si ergeranno nel giudizio. La croce di Gesù ha procurato la salvezza di TUTTO il genere umano: dei buoni e dei cattivi.

Buona domenica!

21 luglio 2019 Letto 81 volte
Marta e Maria due facce di una stessa medaglia: il vero discepolo

 

 

 

Il vangelo di questa domenica ci racconta la visita di Gesù a casa di Lazzaro e delle sorelle Marta e Maria. Una casa amica: un luogo spesso cercato da Gesù. Ha bisogno di trovare i suoi amici più cari. Gesù dice a Marta: "Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta!" Lungo i secoli, molte volte queste parole sono state interpretate come se fosse una conferma da parte di Gesù del fatto che la vita contemplativa nascosta nei monasteri è migliore e più sublime della vita attiva di coloro che si adoperano nel campo dell'evangelizzazione. Questo modo di leggere mi sembra poco corretto; mi pare molto superficiale, manca di fondamento nel testo. Per capire il significato di queste parole di Gesù (e di qualsiasi parola) è importante sempre prendere in considerazione il contesto, in questo caso sia il contesto del vangelo di Luca sia quello più ampio dell'opera lucana: il Vangelo e gli Atti degli Apostoli. Prima di verificare il contesto più ampio degli Atti degli Apostoli, cerchiamo di gettare uno sguardo al testo in sé e di vedere come è collocato nel contesto immediato. Dovremo riuscire a sentirci anche noi nella casa di Betania, in quell’ambiente familiare che Gesù amava tanto. Col versetto 51 del capitolo 9 Luca ci descrive la seconda tappa dell'attività apostolica di Gesù, il lungo viaggio dalla Galilea fino a Gerusalemme. All'inizio del viaggio, Gesù esce dal territorio di Giudea ed entra nelle terre dei samaritani. Pur essendo mal ricevuto dai samaritani, continua nel loro territorio e perfino corregge i discepoli che pensano in modo diverso. Nel rispondere a coloro che chiedono di seguirlo, Gesù esplicita il significato di quanto accaduto, ed indica loro le esigenze della missione. Poi Gesù designa altri settantadue discepoli per andare in missione davanti a lui. L'invio dei dodici era per il mondo dei giudei. L'invio dei settantadue è per il mondo dei pagani. Terminata la missione, Gesù e i discepoli si riuniscono e valutano la missione; i discepoli raccontano le molte attività svolte, Gesù assicura i discepoli sulla speranza che i loro nomi sono scritti nel cielo. Dopo viene il nostro testo che descrive la visita di Gesù a casa di Marta e Maria. Luca non specifica dove si trova il villaggio di Marta e Maria, ma nel contesto geografico del suo vangelo, sappiamo che il villaggio si trova in Samaria. Dal Vangelo di Giovanni sappiamo che Marta e Maria abitavano a Betania, un villaggio vicino a Gerusalemme. Giovanni ci dice inoltre che avevano un fratello di nome Lazzaro. L'entrata nel villaggio e nella casa di Marta e Maria è una tappa in più di questa lunga camminata fino a Gerusalemme e fa parte della realizzazione della missione di Gesù. A Betania ecco dunque è preparata una cena, una cena normale in casa, in famiglia. Mentre alcuni parlano, altri preparano il cibo. I due compiti sono importanti e necessari, i due si complimentano, soprattutto quando si tratta di accogliere qualcuno che viene da fuori. Nell'affermare che "Marta era tutta presa dai molti servizi" (diaconia), Luca evoca i settantadue discepoli anche loro occupati in molte attività del servizio missionario. Marta fattasi avanti, disse: Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. Un'altra scena familiare, eppure c’è qualcosa di strano. Marta si sta occupando da sola della preparazione del cibo, mentre Maria è seduta, e ascolta il Maestro. Marta reclama. Forse Gesù interferisce e dice qualcosa alla sorella per vedere se l'aiuta nel servizio, nella diaconia. Marta si considera una serva e pensa che il servizio di una serva è quello di preparare il cibo e che il suo servizio in cucina è più importante che quello di sua sorella che zitta, ascolta Gesù. Per Marta, ciò che fa Maria non è servizio, poiché dice: Non ti importa che mia sorella mi lasci servire da sola? Ma Marta non è l'unica serva. Anche Gesù assume il ruolo di servo, cioè di Servo annunciato dal profeta Isaia. Isaia aveva detto che il servizio principale del Servo è quello di stare davanti a Dio in ascolto di preghiera per poter scoprire una parola di conforto da portare a coloro che sono sfiduciati. Ora, Maria ha un atteggiamento di preghiera dinanzi a Gesù. La domanda che dobbiamo porci è allora; chi svolge meglio il servizio di serva: Marta o Maria? Il Signore allora rispose: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». Una bella risposta, molto umana. Per Gesù, una buona conversazione con persone amiche è importante e perfino più importante del mangiare. Gesù non è d'accordo con la preoccupazione di Marta. Lui non vuole che la preparazione del pranzo interrompa la conversazione. Ed è come se dicesse: Marta, non c'è bisogno di preparare tante cose! Basta una piccola cosa! E dopo vieni a partecipare nella conversazione, così bella! Questo io credo possa essere il primo significato, parole semplici e umane di Gesù. A Gesù piaceva parlare e conversare. E una buona conversazione con Gesù produce sempre una vera conversione. Ma nel contesto del vangelo di Luca, queste parole decisive di Gesù assumono un significato simbolico più profondo: Come Marta, anche i discepoli, durante la missione, si erano preoccupati di molte cose, ma Gesù chiarisce bene che la cosa più importante è quella di avere i nomi scritti nel cielo, cioè, essere conosciuti e amati da Dio. Gesù ripete a Marta: Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Poco prima il dottore della legge aveva ridotto i comandamenti a uno solo: "Amerai il Signore Dio tuo su tutte le cose ed il prossimo tuo come te stesso". Osservando quest’unico e migliore comandamento, la persona sarà pronta ad agire con amore, come il Buon Samaritano e non come il sacerdote ed il levita che non compiono bene il loro dovere. I molti servizi di Marta devono essere svolti a partire da questo unico servizio veramente necessario che è l’accoglienza delle persone. Questa è la migliore parte che Maria ha scelto e che non le sarà tolta. Marta si preoccupa di servire. Lei voleva essere aiutata da Maria nel servizio a tavola. Ma qual è il servizio che Dio desidera? È questa la domanda di fondo. Maria concorda maggiormente con l'atteggiamento del Servo di Dio, poiché, come il Servo, lei si trova in atteggiamento di preghiera dinanzi a Gesù. Maria non può abbandonare il suo atteggiamento di preghiera in presenza di Dio. Poiché se lo facesse, non scoprirebbe la parola di conforto da portare agli sfiduciati. Questo è il vero servizio che Dio sta chiedendo da tutti.

 

 

Non basta accogliere e servire i fratelli…… è necessario prima di tutto essere disposti ad ascoltarli. Tante volte, più che di pane e di casa… i bisognosi hanno un urgente bisogno di essere riconosciuti come fratelli. Non basta accogliere per un momento e poi fregarsene del destino di tanti che bussano alle porte e ai porti della nostra società… occorre con verità ascoltare il loro grido di giustizia e di condivisione. questo manca nei tanti politici europei che non vogliono ascoltare e soprattutto sanno SOLO demandare ad altri il dovere dell’accoglienza.

Don TOZ

8 luglio 2019 Letto 100 volte
Le prime parole del nuovo Arcivescovo: un programma pastorale...condiviso!

PRIMA OMELIA DEL NOSTRO NUOVO ARCIVESCOVO

Mons. Roberto Carboni

 

 

Carissimi fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace!

La vostra partecipazione a questa solenne celebrazione manifesta in modo immediato e visibile che il cammino di ciascuno di noi nella Chiesa, il mio cammino come vescovo di questa Chiesa, non è solitario. Infatti, vedo qui tanti volti amici e altri che lo diventeranno.

Ringrazio i confratelli vescovi per la loro presenza Mons. Paolo Atzei, Mons. Giovanni Dettori, Mons. Mosè Marcia, Mons. Mauro Maria Morfino e gli altri vescovi della Sardegna che mi hanno manifestato la loro vicinanza e amicizia ma, a causa di impegni improrogabili nelle loro diocesi, non possono essere qui con noi.

Sono particolarmente grato al vescovo Ignazio per il servizio alla nostra Chiesa di Oristano durante i suoi anni di episcopato. La sua presenza qui, oggi, testimonia la comunione e la continuità che deve animare i diversi ministeri nella Chiesa anche nell’avvicendarsi delle persone, per riportare sempre alcentro l’essenziale, cioè l’annuncio di Gesù Cristo. Saluto i presbiteri e diaconi dell’Arcidiocesi di Oristano che sono qui con tanti cristiani provenienti dalle loro comunità. Mi accosto con rispetto a ciascuno di voi, per condividere il servizio che da tempo offrite al popolo di Dio, insieme alle preoccupazioni che pure l’accompagnano. vi invito già da ora ad approfondire il dialogo fra noi e prestare insieme ascolto allo Spirito Santo, coinvolgendo i laici, uomini e donne, per fare discernimento su come rispondere oggi a ciò che il Signore ci dice attraverso i segni dei tempi. Saluto i presbiteri, i diaconi e le comunità cristiane della Diocesi di Ales-Terralba che mi accompagnano con la loro preghiera, amicizia e sostegno: spero, con l’aiuto della Grazia di Dio, di continuare a servire quell’amata Chiesa come ho imparato a fare in questi anni. Ai presbiteri dell’una e dell’altra Diocesi chiedo di trovare insieme quei percorsi di comunione e condivisione che la Chiesa si attende da noi.

Saluto le Autorità che hanno voluto essere presenti a questa celebrazione di inizio del mio ministero episcopale nella Arcidiocesi di Oristano: il Signor Prefetto Dott. Gennaro Capo, il signor Sindaco di Oristano Dott. Andrea Lutzu, il Questore Dott.ssa Giusy Stellino, le autorità Militari, i sindaci che provengono dal territorio della Diocesi di Ales-Terralba e dalla Provincia di Oristano. Grazie a tutti!

Permettetemi di rinnovare a tutti voi il saluto di san Francesco: “Il Signore vi dia pace!”. Esso mi pare oggi particolarmente adatto, sia per rendere omaggio al Serafico Padre san Francesco che mi ha insegnato l’amore alla Chiesa e al popolo di Dio, sia perché in esso il protagonista è il Signore Gesù. Egli, nel presentarsi ai discepoli dopo la Sua Resurrezione offre la “Sua pace”, cioè quell’atteggiamento del cuore in cui il dialogo con Dio, con i fratelli, con il mondo si trasforma in stile di accoglienza e amore. La nostra vocazione comune trova qui il suo significato più profondo: farsi messaggeri di questa pace, dato che in modo speciale oggi – nel nostro mondo segnato dalla violenza e dalla divisione – ne abbiamo maggior bisogno: nelle nostre famiglie, dentro la società, nella comunità ecclesiale, nelle comunità religiose e nella stessa comunità presbiterale.

Nel perìodo che ha accompagnato la mia preparazione a questo momento solenne, ho riflettuto spesso sul ministero episcopale e sull’atteggiamento con cui accogliere questo nuovo servizio che il Signore, attraverso la Chiesa e il Papa, mi ha chiesto. Nei dialoghi e negli auguri di tanta gente ho sentito utilizzare con affetto espressioni che certo fanno parte del linguaggio giuridico-ecclesiastico della Chiesa, ma che al tempo stesso mi sono sembrate limitate e bisognose di essere rivisitate. Ho sentito parlare di “promozione”, di “avanzamento”. Permettetemi di dire, senza voler scandalizzare nessuno, che non vedo adeguate queste parole per descrivere il Ministero episcopale. La Chiesa tre anni fa mi ha affidato la comunità cristiana della Diocesi di Ales-Terralba per amarla, servirla e guidarla e mi chiede ancora di continuare a farlo, e oggi mi affida la comunità cristiana dell’Arcidiocesi di Oristano. Parlando di Chiesa, di cristiani, di fede che tutti ci unisce, credo non siano adeguati i concetti di “piccolo e grande, più e meno, modesto e importante”. Certo la storia, la geografia, le tradizioni, i campanili hanno e avranno il loro peso, ma considero questo ministero – e invito anche voi a farlo – più nella prospettiva di un servizio all’unica comunità cristiana riunita attorno a Gesù Cristo, chiamata a testimoniarlo, piuttosto che solo in termini di strutture o di organizzazione, seppure esse siano di certa utilità.

Una seconda parola si è affacciata talvolta in questi mesi: “la presa di possesso”. Anche in questo caso siamo debitori al linguaggio giuridico e tradizionale e non ce ne scandalizziamo. Ma sappiamo bene che il servizio alla Chiesa e nella Chiesa non è una “appropriazione”, ma appunto un “servizio”. Non sono, queste, parole mie, ma del Vangelo, dove Gesù insegna ai discepoli che “potere” significa “servire”. La Chiesa, la Diocesi, non è mia, non è dei preti o religiosi o dei diaconi, non è neanche solo dei cristiani. Come non possiamo dire che qualcuno è “proprietario” della propria famiglia, sia esso il padre, la madre o i figli, così dobbiamo ricordarci che la Chiesa siamo noi e noi siamo di Cristo. Essa si costruisce nella fedeltà a Cristo e vive dell’apporto di ciascuno e ciascuno ha la sua responsabilità nel renderla ospitale oppure ostile, accogliente o distante.

La Liturgia della Parola illumina oggi questa celebrazione, indicando a ciascuno – e per primo a me come vescovo – la strada da percorrere. Il Signore ci chiama per mandarci. Nessuno di noi riceve una chiamata, la vocazione, come un titolo di gloria o una medaglia al valore. Si tratta piuttosto di una “spinta” ad uscire da noi stessi e metterci in cammino. Essere discepoli del Signore non è dunque un privilegio da coccolare e tenere “ben conservato sotto spirito”, come direbbe Papa Francesco, ma piuttosto si tratta di un dono, di un compito e di una responsabilità, oltre che di un Mistero. UN DONO: dato che nessuno può “chiamare se stesso” se non a rischio di fondare la vocazione su motivazioni umane; di UN COMPITO: poiché è una chiamata esigente, che inizia dal battesimo che tutti ci unisce, per arrivare poi alle molte vocazioni che qui oggi sono rappresentate. È pure una RESPONSABILITÀ: che mette specialmente noi ministri ordinati nell’esigenza di non usare per noi la vocazione; non “servirci” delle cose di Dio ma servire le cose di Dio.

Mi è stato chiesto quale fosse il mio “programma di lavoro” entrando nella Arcidiocesi di Oristano. Non vi sono altri programmi diversi da questo: annunziare Gesù Cristo, aiutare le persone ad incontrarLo e trasformare l’incontro con il Signore in carità verso gli altri. Fuori di questo si rischia di trasformare le nostre comunità in moltiplicatrici di attività, erogatrici di servizi, in agenzie sociali, ma forse perdendo l’essenziale: il Signore.

C’è bisogno di questo annuncio oggi, nella nostra Chiesa, nelle nostre comunità cristiane? Sebbene tutti aspiriamo alla salvezza che è fatta di pace, di amore, di giustizia, sappiamo bene che siamo anche capaci di produrre mostri, di creare violenza, negazione e rifiuto. Come cristiani dobbiamo farci annunciatori di una speranza che è fede nel Signore ma anche impegno di ciascuno. È vero che solo il Signore può salvarci dal male, ma, come dice san Paolo, noi siamo “ambasciatori di Cristo” e dobbiamo dire a noi stessi e agli altri “Lasciatevi riconciliare”.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato dice con chiarezza che nel cammino del discepolo missionario bisogna mettere in conto la croce. Se prendiamo sul serio la nostra missione sappiamo che troveremo anche persecuzioni. La croce del Signore, così difficile da accettare per ciascuno di noi, è il segno della vittoria sul male e sulla morte. La croce non è solo ascesa, neanche occasione di itinerario morale, neanche solo una semplice imitazione della croce di Gesù, ma è insieme luogo della speranza e anche della profezia. Come discepoli siamo chiamati a proclamare con la parola e con la vita che è possibile una nuova logica, che non è quella del “mondo di lupi dominati dall’aggressività”, ma di persone che riconoscono l’umanità dell’altro e il segno indelebile della figliolanza di Dio. Nell’invio del discepolo c’è una nuova logica; non quella dell’apparenza, dell’avere, ma quella dell’accoglienza, della condivisione. Non dobbiamo nasconderci che il nostro mondo non sente più bisogno di Dio. Forse tocca anche noi quel sottile pensiero che affascina anche tanti nostri giovani: “si può fare senza di Lui”, si può essere felici (forse) senza di Lui. Non siamo chiamati a lamentarci della prima “generazione incredula” come è stata chiamata, ma piuttosto a svegliarci dal sonno e stimolare in noi la domanda: siamo ancora capaci di far risplendere la bellezza della nostra vocazione cristiana, dell’incontro con Gesù Cristo, della novità portata dalla Sua presenza e Parola? La Parola di Gesù ci ricorda che la messe è abbondante ma sono pochi gli operai.

È noto che esiste un calo notevole di vocazioni al sacerdozio, sia in generale nella Chiesa come nelle nostre Diocesi. Le motivazioni sono molteplici. Fattori che si condizionano reciprocamente con un effetto a catena a cui non è facile dare risposte o soluzioni immediate.

La vocazione è certo un dono di Dio, un’ispirazione dello Spirito Santo, ma come ci insegna la Scrittura, essa ha bisogno di mediazioni per farsi strada. Si tratta di quella che Benedetto XVI, ripreso poi da Papa Francesco, chiama la logica “dell’attrazione e non del proselitismo”. Ciascuno di noi in questa prospettiva ha la propria responsabilità: i laici, la famiglia, gli educatori, i catechisti e certo anche e soprattutto i presbiteri che con la loro testimonianza di una vita donata possono dire, anche senza tante parole, che ne vale la pena, che si può amare e servire il Signore nella vocazione sacerdotale.

A conclusione di questa riflessione, dove ho toccato velocemente e condiviso con voi alcuni temi che mi stanno a cuore e che la Parola di Dio oggi ripropone, desidero ringraziare e lodare La Ss. Trinità, per i grandi doni che ha fatto alla mia vita, attraverso le tante persone che hanno segnato e attraversato il mio percorso umano e spirituale. La bontà di Dio si manifesta nella storia della salvezza, in quella universale che tutti ci accomuna, e in quella di ciascuno di noi e si realizza in persone, avvenimenti, momenti difficili e scelte ispirate dallo Spirito del Signore. Affido il mio cammino e quello della Arcidiocesi di Oristano e della Diocesi di Ales-Terralba alla Madre del Signore – la Vergine Maria – che veneriamo con il titolo di Madonna del Rimedio, Madonna Di Bonacatu e di Santa Mariaquas. È sempre la stessa Madre di Dio, colta nei suoi diversi atteggiamenti di misericordia e intercessione per noi. È Lei che rinnova l’invito per il cammino spirituale di ciascuno di noi dicendoci: “Fate quello che Egli, Gesù, vi dirà”. Amen

Cattedrale di Oristano domenica 7 luglio 2019

 
6 luglio 2019 Letto 130 volte
Sabato scorso Ŕ stato ordinato Presbitero e oggi ha Presieduto la Sua prima Messa
Sabato 29 giugno u.s., nella Chiesa Parrocchiale di Meana Sardo
l'Arcivescovo Mons. Ignazio Sanna,
ha posto uno dei suoi ultimi atti pastorali
in qualità di Arcivescovo e Amministratore Apostolico della nostra Arcidiocesi Arborense,
ha ordinato il 17° presbitero del suo intenso governo pastorale.
Questa mattina, 6 luglio 2019, don Emanuele ha presieduto,
per la prima volta, la Solenne Celebrazione Eucaristica: chiamata Prima Messa.
 
Al novello sacerdote auguri fraterni da parte di tutta la nostra Comunità Parrocchiale.
 
 
 
18 giugno 2019 Letto 101 volte
Domenica 7 luglio alle ore 18 in Cattedrale
Attendiamo
in
preghiera
16 giugno 2019 Letto 61 volte
guardiamo a Dio che Ŕ famiglia d'amore... chiediamo e riceviamo questo grande dono
 Riflettiamo insieme: 

La Santissima Trinità, della quale oggi si celebra la festa solenne, è al centro della nostra esperienza di fede, e non a caso è stata collocata subito dopo la Pentecoste. Il motivo è presto detto: la Pentecoste conclude la celebrazione della Pasqua; la domenica successiva è come un volgersi indietro a riconsiderare nell'insieme gli eventi appena celebrati, il cui protagonista non è semplicemente l'Uomo-Dio Gesù.

Nella Pasqua, con Gesù hanno operato Dio Padre e lo Spirito Paraclito, come è accennato anche nel vangelo odierno e nel brano della Lettera ai Romani, che oggi abbiamo ascolato. La nostra redenzione è opera compiuta insieme dal Padre che l'ha voluta, dal Figlio che l'ha realizzata e dallo Spirito Santo che ce ne ha trasmesso i frutti. Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo: cioè, insieme, l'unico e vero Dio. Così è stato rivelato: il che non significa che tutto è chiaro, rimane il mistero divino; la realtà del Dio-Trinità è il fulcro della fede, e più che mai si avvertono qui i limiti della nostra intelligenza,  non riusciamo infatti a spingerci oltre l'ambito dell'orizzonte sperimentabile: per andare più in là, abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia luce e ci indichi la via. Ecco la fede.
Secondo una diatriba vecchia e stantia ma che ogni tanto ancora si riaffaccia, fede e ragione sarebbero tra loro contrarie e inconciliabili; la ragione che, dicono, è la dote principale dell'uomo, non può ammettere l'esistenza di qualcosa che sfugga alle sue capacità di comprensione e non sia scientificamente dimostrabile; non ci sono prove, dicono, dell'esistenza di Dio, quindi la fede non ha senso. A costoro si potrebbe rispondere come fece Pascal: non esistono neppure prove che dimostrino che Dio non esiste; quindi perché il credere dovrebbe essere contro la ragione, e invece il non-credere sarebbe ragionevole?

Di fronte a certe questioni (come il senso della vita, la distinzione tra bene e male, il destino ultimo dell'uomo) non si può rimanere indifferenti, e allora, se si deve scommettere tra l'esistenza o la non-esistenza di Dio, conviene scommettere sull'ipotesi positiva, che vede l'uomo come creatura voluta e amata per un destino buono che la riunirà al Creatore.
In verità, la fede non è alternativa alla ragione, come se chi crede rinunciasse a ragionare: tutt'altro. La fede non va confusa con l'irrazionale o l'immaginario; essa anzi richiede l'intelligenza: Dio ha dotato l'uomo di intelligenza, anzitutto perché cerchi Lui nelle tracce che ha lasciato di sé.

Cerchi Lui, anche ricordando quanto Egli ha fatto a beneficio dell'uomo (che ha toccato l'apice con la Pasqua di Gesù). Cerchi Lui, nei frutti benefici di chi conduce la propria esistenza secondo la fede.
Ci vuole intelligenza per capire la Bibbia e tradurla fedelmente nel vivere quotidiano; ci vuole intelligenza per riconoscere che vivere secondo Dio e non seguendo i propri istinti è di gran lunga più consono con la dignità dell'uomo. E se, pur applicando l'intelligenza più acuta, l'uomo non potrà mai capire Dio sino in fondo, anche questo è ragionevole: se potessimo conoscere tutto di Lui, significherebbe che siamo uguali a Lui. Ma allora, presunzione a parte e detto brutalmente, di un Dio che fosse come noi non sapremmo che farcene.?
L'umana ragione non può capire tutto di Dio, ma molto, sì. Egli si è fatto conoscere; addirittura, pur restando sempre Dio, si è fatto uno di noi, si è mosso nel nostro mondo, ha parlato con le nostre parole, ci ha ammesso nella sua intimità. L'unico Dio è tre Persone: se non l'avesse detto lui, non avremmo mai potuto saperlo. Saperlo non significa capirlo, ma quanto meno significa che ci ha ritenuti degni delle sue confidenze, capaci di entrare in amicizia con lui e di condividere un giorno la sua stessa vita. Contempliamo, adoriamo e imitiamo questa splendida realtà che è Dio e la sua famiglia.  

3 giugno 2019 Letto 80 volte
per preparare e riaprire l'ovile al suo Gregge
 Nella Scrittura ci sono diversi modi di narrare l'Ascensione di Gesù in cielo, nel suo corpo glorioso, immortale, incorruttibile, spirituale. San Paolo annunzia l'Ascensione di Cristo Signore come vero frutto della sua umiliazione e annientamento: Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre (Fil 2,6-11).

San Giovanni proclama l'Ascensione descrivendo la gloria di Gesù Signore. L'Apocalisse è tutto un inno alla Signoria Universale dell'Agnello Immolato, il Crocifisso che è il Vivente Eterno. A Lui il Padre ha consegnato tutto il suo regno: Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d'oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d'uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d'oro. I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco. I piedi avevano l'aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiuolo. La sua voce era simile al fragore di grandi acque. Teneva nella sua destra sette stelle e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio, e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi (Ap 1,12-18).
Il profeta Daniele afferma che uno simile ad un figlio d'uomo viene presentato al Vegliardo e riceve da lui gloria e regno eterno. Tutti sono sottoposti alla sua Signoria e al suo dominio. L'intero universo è stato a Lui consegnato:
Io continuavo a guardare, quand'ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana; il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scorreva e usciva dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano. La corte sedette e i libri furono aperti. Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d'uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto (Dn 7, 9-10.13-14).
L'evangelista san Luca unisce in modo mirabile la missione degli apostoli all'Ascensione. Gesù sale al Cielo dopo aver aperto la mente dei suoi discepoli all'intelligenza del suo mistero così come esso è contenuto nelle Scrittura e consegnato loro la missione di annunziare la conversione e il perdono dei peccati nel suo nome. I discepoli però non devono partire subito per la missione. Devono attendere che il Padre li colmi con il suo Santo Spirito. Con l'Ascensione di Gesù, finisce la missione visibile di Cristo Gesù, inizia la missione visibile degli Apostoli. Come il Padre e lo Spirito sono stati con Gesù e lo hanno guidato nella sua opera, così ora il Padre, lo Spirito Santo e Cristo Gesù saranno con i discepoli per la missione che è stata loro affidata. Come Cristo mai si è separato dal Padre e dallo Spirito Santo, così i discepoli non dovranno mai separarsi dal loro Pastore.

Il tempo dell'Ascensione non è un tempo per guardare estasiati la via che ha percorso il Signore.... è invece il tempo del cammino, della testimonianza e della missione.

1 giugno 2019 Letto 152 volte
L'Amministratore Apostolico mons. Ignazio Sanna ha ordinato don Enrico Porcedda

 La bella e spaziosa chiesa parrocchiale di Seneghe, a stento, ha potuto accogliere la grande folla di fedeli del paese e di molte comunità della Diocesi, accorsi per la toccante Celebrazione eucaristica, presieduta da mons. Arcivescovo e concelebrata da oltre 40 presbiteri, alla presenza di molti seminaristi (del Regionale e del Minore).

Don Enrico, pur nella sua giovane età (ancora non ha compiuto 25 anni), ha mostrato emozione e serenità nell'accogliere il grandissimo dono del ministero sacerdotale che ha ricevuto per l'imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione del Nostro Pastore.

Al novello sacerdote gli auguri e le preghiera della nostra comunità parrocchiale.

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