Arcidiocesi di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

Per comunicare con il parroco

Telefono fisso: 0783/296719 

Cellulare: 3475412899 

sanjoseph@virgilio.it    (mail ufficiale della parrocchia)

toninozedda@virgilio.it  (mail personale)

27 ottobre 2018 Letto 40 volte
nella notte tra il 27 e il 28 ottobre. attenzione agli orari comunitari
 Stanotte torna l'ora solare.
 
Ricordiamoci di cambiare i nostri orologi e soprattutto di appuntarci gli orari delle celebrazioni feriali e festive.
Per quanto riguarda l'orario delle celebrazioni del mattino NON CI SONO VARIAZIONI sia nei giorni festivi che in quelli feriali.
Nei giorni Feriali la Celebrazione della Messa, al pomeriggio, sarà sempre alle ore 17,30
L'unica variazione riguarda la celebrazione del Vespro e della Messa al sabato sera: il nuovo orario è il seguente:
ORE 18,10  Celebrazione dei Vespri
ORE 18,30 Celebrazione della Messa 
 
 
30 settembre 2018 Letto 79 volte
un commento al vangelo
 

Il cammino dietro a Gesù come ce lo descrive l’evangelista Marco, ha una meta Gerusalemme. Questo itinerario è un susseguirsi di insegnamenti e raccomandazioni; una specie di manuale catechetico, che serve da continuo confronto per la fede, che pure è solo agli inizi dei discepoli. L’interrogativo posto proprio dal discepolo che Gesù amava Giovanni: “Abbiamo visto uno che scacciava i demoni... ma non era dei nostri” descrive bene il rigido schematismo dentro cui, loro come noi, vorremmo imprigionare la libertà dello Spirito, che soffia sempre dove e come vuole. Non siamo noi cattolici i padroni della salvezza, che Gesù ci ha offerto gratuitamente. Sia pure avendo responsabilità e modalità diverse in seno alla Chiesa, noi cristiani abbiamo solo il compito di far incontrare, tra di noi e agli altri, con la nostra testimonianza, la nostra parola e le nostre opere, la persona del Cristo. La consapevolezza della gratuità del dono ci obbliga a valorizzare tutto ciò che, nel mondo, fa presagire e manifesta la sua presenza redentrice, perché Cristo, unico ad avere una risposta esauriente all’inquietudine presente nel cuore dell’uomo, può inviare lo Spirito Santo a illuminare il cuore di ogni persona. Il nostro desiderio più profondo dovrebbe essere quello di Mosè, quando ha esclamato: “Fossero tutti profeti nel popolo di Dio e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.

23 settembre 2018 Letto 79 volte
la grandezza evangelica della...picolezza!
 

La grandezza del servire sta nel servire con umiltà

 

Il Vangelo di Marco ci ripresenta l'annuncio della passione da parte di Gesù. È il secondo dei tre annunci della passione. Il verbo fondamentale in tale annuncio è "consegnare". È Dio che entra in azione e lascia che il Figlio sia consegnato nelle mani degli uomini. La passione è vista come un obbedire alla volontà del Padre. I discepoli rimangono ammutoliti, non sanno che cosa dire, hanno paura di questo destino tragico. Poi la scena cambia. Si passa dalla strada alla casa. Gesù si siede come un maestro e chiede ai discepoli l'argomento da loro usato durante la strada. Gesù sapeva di cosa avessero parlato, ma i discepoli rimangono in silenzio. Gesù annuncia una catechesi sulla grandezza. Per Lui primeggiare è essere ultimi, è seguirlo sulla via della passione e della croce. La sua persona è modello di ammaestramento.  La sua autorità è nel servizio alle persone. Poi Gesù prende un bambino e lo abbraccia ponendolo nel mezzo. Chi accoglie anche uno solo di questi bambini, accoglie Gesù.

Identificandosi con loro, Gesù mette al centro persone che non contano nulla, che hanno bisogno degli altri, che cercano solo amore.

Solo facendosi piccolo come un bambino, si può entrare nel regno dei cieli. Vorrei soffermarmi su due aspetti. Il primo riguarda il rapporto tra autorità e servizio. Il più importante per Cristo è colui che serve.

Quando penso al ruolo che oggi abbiamo come insegnanti, educatori, preti, rifletto sempre sulla bellezza dell'educare. Noi siamo sempre servi umili, al servizio delle persone per aiutarle a maturare, a crescere in modo armonioso e sano, a tirare fuori ciò che di bello è presente in loro. Il nostro scopo è essere maestri di vita. È bello a distanza di dieci- quindici anni, vedere i tuoi alunni delle medie ricordarsi di te e magari chiederti di sposarli, di battezzare i loro figli.  È la gioia più bella per un educatore essere ricordato a distanza di tempo. Anche perché i ragazzi colgono subito se l'educatore li ama veramente! Un secondo ambito riguarda la grandezza e l'uso del potere. Per troppo tempo anche la stessa Chiesa è stata sottomessa al potere o comunque al potente di turno. Dialogare con le autorità è fondamentale, ma la chiesa è chiamata da Gesù a stare dalla parte di chi non ha potere, è per la gente che vive umilmente la propria esistenza e che fatica ad arrivare a fine mese, come troppo spesso succede oggi.  Una comunità che non si autogratifica, ma che sa scegliere la via del silenzio, delle piccole cose, del servizio ai ragazzi e a chi ne ha realmente bisogno.

17 settembre 2018 Letto 75 volte
Ma voi, VOI chi dite che io sia?
 

Il vangelo di Marco, che ci accompagna in questo anno liturgico, giunge a punto nodale: ma attenzione, non è questione di capire, di conoscere, di sapere... dobbiamo entrare dentro per renderci conto che anche per i discepoli di oggi, cioè per noi, è un momento di svolta: una domanda cruciale: chi è Gesù per noi? La risposta deve essere espressa in modo assolutamente personale. Davvero tante cose mi colpiscono ogni volta che ascolto questo brano di vangelo: il fatto che Gesù interrogava... è come se per Gesù sia un'azione che non termina, mai conclusa. Mi dà l'idea che Gesù voglia trasmetterci questo: comunicare significa fare domande. Una volta di più non ci fa male sentirci ripetere questo: Gesù non è uno che offre risposte preconfezionate, ma apre la mia vita e quella dei miei fratelli a domande sempre nuove. Mi piacciono tantissimo anche il luogo e la direzione che Gesù sceglie per porre queste domande: Il luogo: la strada... quello che io considero un luogo magari pericoloso, minaccioso, insicuro, Gesù lo sceglie per dire le cose fondamentali, quelle più importanti... non si accontenta di fare domande lungo la strada: insegna e apre al futuro, quello che riguarda lui e la sua comunità, il tradimento, la consegna, la crocefissione, la sua morte.

La direzione: Cesarea di Filippo, città pagana, di frontiera, situata all'estremo nord di Israele... era chiamata Panion, in onore al Dio della natura Pan. Ancora una volta Gesù mostra di non avere paura del contatto con persone diverse per cultura, razza, religione... La strada che Gesù ci indica è molto semplice se volete: da una conoscenza per sentito dire alla necessaria conoscenza personale, perché è soltanto quella che ti porta, ti conduce alla fede... é un cammino lungo, complesso, che domanda di mettersi in gioco, perché come non ci si può fermare al "sentito dire", nemmeno ci si può accontentare di una "risposta giusta". Pietro si ferma alla risposta giusta: Tu sei il Cristo, tu sei Dio... e per il momento è incapace di andare più in profondità, non riesce ad accettare il fatto che Dio non sia un vincente e che quindi debba soffrire, essere tradito, morire, risorgere. Quella di Dio deve essere una marcia trionfale, non ci possono essere ostacoli! Gesù chiede anche oggi: Chi sono io per te? La fede in lui non è mai scontata, va ri-scelta ogni giorno... ciò che è decisivo per la mia vita non è ciò che si dice di Gesù, ma il vivere di lui! Con un linguaggio che ultimamente vi ho proposto e ri-proposto, (mi perdonerete se sono ripetitivo), è necessario, insieme all'ostia, mangiare un'azione di Gesù, farla propria assimilandola come si assimila il cibo, farla diventare parte di noi così come l'ostia diventa parte di noi. Ripeto... è un momento decisivo nel vangelo di Marco: riconoscere Gesù come un profeta ha voluto dire per alcuni porlo tra i tanti inviati di Dio; riconoscerlo come Messia, come Cristo... ha voluto dire per Pietro credere in colui che avrebbe portato il popolo alla salvezza ma... mancava un pezzetto, quello del come avrebbe Gesù "salva" il popolo. Il vangelo di Marco è stato scritto per rispondere ad una domanda molto semplice: Chi è Gesù? Si può dire che dal titolo (inizio del vangelo di Gesù Cristo...) in avanti, chi si accosta a questo testo ha la possibilità di vivere un progressivo processo di conoscenza della persona di Gesù... ogni incontro che vive emerge un tratto differente. Sappiamo bene che quello di Pietro è un primo passo, e la rivelazione definitiva, ampia, solare, sarà quella che sotto la croce verrà dalle labbra del centurione pagano: veramente quest'uomo era figlio di Dio... anche oggi Gesù chiede il silenzio su di lui... Pietro e i discepoli non sono ancora pronti, noi non siamo ancora pronti; al versetto 31 Gesù comincia ad insegnare dice Marco... ecco, è un nuovo inizio, è un insegnamento nuovo, vuole guidare i suoi (e noi) a capire che, senza la croce e la risurrezione è impossibile capire chi sia Gesù. Mi piace anche sottolineare, quanto Gesù dice al termine del vangelo di oggi, lo trovo importantissimo per quello che riguarda la nostra relazione personale con Lui: colui che perde la sua vita per me e per il vangelo, la salverà... mi colpisce molto questo paragone, o meglio questa uguaglianza: per me o per il vangelo. Perché Gesù dice così? Perché Gesù e il Vangelo sono la stessa cosa! Il Vangelo non è un libro, è una persona: Gesù! Non lo abbiamo qui, fisicamente in mezzo a noi, però abbiamo il vangelo, la sua Parola, e tutte le volte che prendiamo in mano il vangelo scopriamo qualcosa di bello del volto e del nome di Dio. Il volto di Dio che il vangelo ci vuole trasmettere e di conseguenza il volto del discepolo che è chiamato a prendere la sua croce e seguire il Maestro, sono ben preparati dalla prima lettura che abbiamo ascoltato: don Daniele Simonazzi dice che questo testo, nella sua radicalità pone questioni tanto serie da essere messe da parte. Insomma... sempre meglio parlare di massimi sistemi che non di spendere la propria vita. La prima lettura ci parla di qualcuno che ha deciso di pagare un prezzo, di qualcuno che, come dice una canzone ascoltata con il gruppo degli educatori, è stato disposto a perdere qualcosa...

C'è, dice don Daniele, la sofferenza del profeta che ne accompagna la missione, c'è la celebrazione della sua incrollabile fiducia nel Signore. La sofferenza del servo è la conseguenza diretta della propria missione profetica; il profeta non è soltanto un annunziatore della parola di Dio, ma ne è testimone con la sua stessa vita. Fin dalla sua vocazione egli è coinvolto in un'esistenza di dolore che gli deriva dal compimento della missione ricevuta, eppure rimane profondamente fiducioso nel Signore. Egli sa che la parola per la quale vive e che ritma i suoi giorni (al mattino fa attento il mio orecchio..) gli è stata donata e che egli non può disporne a piacimento, ma piuttosto deve metterla al di sopra della sua stessa vita. Non è lui a plasmare la parola di Dio, ma è la parola di Dio a plasmare la sua vita.  Il Signore Dio mi ha fatto udire le sue parole e io non ho opposto resistenza. Il profeta Isaia oggi ci dice cose molto importanti riguardo al rapporto con la parola di Dio: sei chiamato a farla entrare nella tua vita senza opporre resistenza, perché la tua vita possa cambiare, trasformarsi, divinizzarsi. Lasciarla entrare senza costruire muri, tra se stessi e Dio tra se stessi e i fratelli e le sorelle che incontriamo.

 

12 settembre 2018 Letto 71 volte
un momento diocesano di formazione per i nostri catechisti.
12 settembre 2018 Letto 169 volte
Giovedì 13 settembre ore 20: incontro congiunto CPP e CPAE
SORELLE e FRATELLI in Cristo: salute, pace e grazia nel Signore nostro Gesù Cristo:
vi comunico che Giovedì 13 settembre 2018 alle ore 20, nella Sala Cenacolo, sono convocati i Consigli Pastorale PARROCCHIALE e PER GLI AFFARI ECONOMICI.
Sarà un momento comunitario importante in vista del nuovo anno pastorale che inaugureremo
DOMENICA 14 OTTOBRE con la celebrazione eucaristica delle ore 10,30.
Invito i componenti dei due importantissimi organismi ecclesiali della Nostra parrocchia non solo alla partecipazione e alla presenza, ma anche a farsi portavoce delle istanze, delle richieste e delle esigenze dei vari settori della vita  parrocchiali.
Durante l'incontro cercheremo di stilare il calendario pastorale annuale per la vita della nostra comunità al fine di consegnare a tutti i fedeli il CALENDARIO di tutti i momenti comunitari per  il nuovo anno pastorale.
In allegato la lettera di convocazione.
un forte abbraccio
don TOZ
 
12 settembre 2018 Letto 68 volte
Effatà: Apriamoci alla novità della Parola di Dio.
 

 

Gesù, come fa spesso, anche oggi ci è presentato fuori dai confini e fuori dagli schemi. Esce dalla Palestina e si dirige in pieno territorio pagano identificato con la regione della Decapoli, sul Mare di Galilea. Gesù, che è la Parola di Dio fatta carne, invita tutti gli uomini ad aprirsi alla parola e alla novità. Lo fa sturando, letteralmente, gli orecchi a un sordomuto, che grazie al dire e al suo tatto recupera le facoltà sensoriali e viene al contempo sospinto ad aprirsi all'ascolto e alla comunicazione. Effatà, cioè apriti, è l'esortazione che Gesù gli rivolge. Il segno che Gesù opera attesta la presenza di qualcosa di immediatamente vicino o presente, come il fumo che ci dice che nelle vicinanze c'è del fuoco. A differenza del simbolo che rappresenta una realtà globale o un'idea generale (la bandiera indica lo Stato); il segno che Gesù opera con le mani e con la saliva sul sordomuto attesta che Dio è presente in questo preciso istante e nella persona del Signore che realizza la guarigione fisica. In Cristo Dio opera oltre che con il segno anche con la parola, che ha la sua efficacia perché essa stessa oltre che a proferire realizza e attualizza. La guarigione di questo povero malato, impossibilito a parlare e a udire, avviene con parole e segni esplicativi che ne esprimono il messaggio. E il sordomuto recupera vista e udito. Solitamente noi pensiamo che il termine effata=apriti sia un’esortazione rivolta solo al sordomuto e per esteso a tutti coloro che si collocano davanti alla parola di Dio. Papa Benedetto XVI in una sua omelia faceva però un'osservazione importante: è stato innanzitutto Dio ad aprirsi all'uomo facendosi Verbo, ossia Parola Incarnata. E' stato lui che, nel sul Figlio Gesù Cristo, ha comunicato all'uomo la Parola, rivelando tutto ciò che aveva da dire e sempre nell'umiliazione del Figlio che si è fatto uomo Dio si è umiliato al punto di ascoltare, di aprirsi e interiorizzare. Come si sa infatti Gesù, nonostante fosse egli stesso la Parola fatta carne, da Dio - Uomo si è abbassato fino a farsi obbediente, servo e sottomesso e di conseguenza si è disposto all'ascolto del Padre, aprendosi alla sua Parola di verità. Proprio in forza di questa sua umiliazione, Gesù adesso può dire al sordomuto: apriti, ossia disponiti all'ascolto e alla comunicazione, invitando così a prestare attenzione e ad assimilare facendo tesoro di ogni Parola che ci venga proposta. Ciò tuttavia non è sufficiente quando all'ascolto non fa seguito la condivisione e la comunicazione ed è impensabile dover solamente ascoltare senza comunicare. Nella persona di questo sordomuto Dio ci vuole quindi ricettivi, ma non passivi. Ci esorta all'ascolto accompagnato dalla comunicazione costruttiva ed edificante. Un autore anonimo ammonisce: La comunicazione parte non dalla bocca che parla, ma dall'orecchio che ascolta e Dio, che si è dimostrato capace di ascoltare e di parlare invita l'uomo a fare altrettanto.

Nel territorio della Decapoli ci invita ad accogliere, assimilare, ascoltare la Parola di Dio che ha mostrato già la sua efficacia e ci invita conseguentemente a condividerla e a donarla. Come affermava Paolo, non si può tacere una volta assimilato un messaggio divino e non lo si può limitare ai nostri interessi: occorre parlarne ad altri: Non è per me un vanto annunciare il Vangelo. Necessità mi spinge e guai a me se non predico il vangelo (1Cor 9, 16). Anche Geremia, pur proponendosi di non predicare più nel nome di Dio per paura dei nemici, non riesce a trattenere un fuoco interiore che lo sollecita a questo (Ger 9,20). Nella prima Lettura il profeta Isaia denuncia che il mancato ascolto della Parola è stato causa di condanna per gli Israeliti, condannati all'esilio di Babilonia; comunica poi un messaggio di speranza: la liberazione è vicina e vicino è anche il Signore che la realizzerà, tuttavia non senza l'attenzione e l'ascolto alla sua Parola che è indispensabile alla salvezza. Ascoltare e mettere in pratica è sinonimo di salvezza, ma torna irrinunciabile la necessità di annunciare e comunicare in seguito all'attenzione e all'ascolto. È risaputo che il segno dell'effatà= apriti viene ritualizzato dopo il sacramento del Battesimo di ogni bambino, al quale il sacerdote, tracciando il segno di croce sull'orecchio e sulla bocca, augura al nuovo arrivato nella figliolanza divina di poter ascoltare presto la sua parola e di professare presto la sua fede in lui. Il sacramento del Battesimo in effetti ci ha aperti alla Parola e predisposti al suo ascolto, mentre tuttavia attorno a noi si imposta la vita sulla vacuità di parole futili con le quali si rumoreggia e non si ha nulla da dire. Nel consorzio sociale odierno siamo avvinti dalla vanità del frastuono e della propaganda, con innumerevoli parole che si perdono per aria o non raggiungono i loro destinatari. Manca di fatto la propensione all'ascolto e restiamo nella condizione iniziale del personaggio sordomuto prima dell'intervento di Gesù: siamo isolati e inerti e la Parola non prende corpo. Aprirsi, ascoltare e comunicare è l'auspicio che dovremmo rivolgere a noi stessi nella Decapoli dei nostri tempi.

GRT

5 settembre 2018 Letto 60 volte
oltre le apparenze
 

Con questa prima domenica di settembre la Liturgia riprende la proclamazione del vangelo di Marco che ci accompagnerà fino alla fine dell’anno liturgico. Gesù, prima di questo episodio, ha avuto tre esperienze fortissime nel contesto del Lago di Galilea. La prima sulle rive del lago: molta gente lo seguiva perché erano come pecore senza pastore. Avevano lasciato lavori, campi e si erano perfino disinteressati del cibo pur di ascoltarlo. E proprio per loro Gesù compie la moltiplicazione dei pani. Gesù accoglie la gente assettata, affamata, tante persone che vogliono sapere, vogliono nutrirsi, vogliono il cibo di vita.

La seconda mentre attraversa il lago: i suoi discepoli sono angosciati per il forte vento e non riescono a remare. Gesù va loro incontro e i discepoli lo vedono camminare sopra le acque. I discepoli sono terrorizzati e credono sia un fantasma. Ma Gesù li incoraggia dicendo: Coraggio sono io, non abbiate paura? (6,45-52). Gesù percepisce la paura, il terrore dei suoi amici: il terrore di affondare nel vento, il terrore nel vederlo, nel vedere cose angoscianti.

La terza, sbarcati sulla spiaggia: tutta la gente arriva da lui, portando i malati e chiunque lo tocca guarisce (6,53-56). Gesù sente il dolore della malattia, della sofferenza, del limite, dei condizionamenti.

Per noi è importante capire quali fatti precedono questi episodi, perché in queste esperienze Gesù si sente immerso nella vita, nelle profondità dell’esistenza, dove la vita scorre, dove si freme, dove si cerca di vivere, dove si piange e ci si dispera, dove ci si rialza, si confida e si dubita, dove, insomma, c’è intensità. Mentre Gesù vive tutto questo arrivano alcuni farisei e scribi (provenienti da molto lontano: da Gerusalemme) e cercano di mettergli insidie di coglierlo in fallo per avere di che accusarlo). I farisei avevano visto alcuni dei discepoli di Gesù prendere cibo con mani sporche, cioè non lavate. Poiché si credeva che chi toccava certe persone o oggetti ritenuti impuri, o faceva lavori impuri, si contaminava, per essere di nuovo puri bisognava lavarsi le mani. Se poi si andava al mercato, e lì in mezzo alla folla si sa che è facile toccarsi o toccare qualcosa di impuro, bisognava ancora purificarsi. Di fronte a questo grande problema Gesù interviene con forza: diventa furibondo contro questi legalisti. In nessun periodo storico come in quello di Gesù la legge ebraica fu così scrupolosamente rispettata. Gli ebrei non erano gente malvagia. I farisei erano delle brave persone che seguivano la saggezza convenzionale. I farisei, coloro che rifiutarono Gesù, facevano delle cose giuste. Erano dei bravi cittadini; andavano sempre in sinagoga e rispettavano tutti i precetti religiosi. Compivano anche digiuni e non prescritti dalla legge. Il favore di cui i farisei godevano fra la popolazione di quel tempo è fuori di dubbio. Quindi Gesù, che li critica, si scaglia non solo contro di loro ma contro un sistema popolare di valori, che era accettato dalla società. Ciò che Gesù dice è contro la morale comune. Ciò che Gesù diceva era altamente scandaloso.  Le regole dei farisei non erano stupide, è che avevano perso la loro anima. Forse, alcuni secoli prima, lavarsi le mani o rispettare il sabato aveva un senso molto profondo. Era un modo con cui l’ebreo diceva: Devo avvicinarmi a Dio con le mani e soprattutto con il cuore puro; ritaglierò un tempo, il sabato, di preghiera, di silenzio, di pace, per ricordarmi e per vivere che Dio è il signore del tempo e di ogni giorno. In quel giorno non farò niente non perché Dio voglia che io non faccia niente, ma perché nessun lavoro può essere paragonato a Dio. Ma nel corso dei secoli e degli anni questi precetti rimasero senz’anima, vuoti. Non avevano più significato, si facevano perché lo si era sempre fatto, perché si era stati abituati così. Quando un gesto perde la sua anima, allora diventa superficiale, abitudinario e talvolta rischia di diventare fondamentalista.

Un gesto esprime (dovrebbe) un senso, un sentimento del cuore. Un gesto è la conseguenza di un impulso del cuore, di ciò che hai dentro. Se non lo esprime è vuoto. Se perdi di vista l’obiettivo, se il tuo gesto non esprime più l’intenzione è inutile, formale, e perciò falso. Può succedere anche a noi quando diciamo: Sono un bravo cristiano! Vado sempre a messa, non faccio male a nessuno, non rubo e non uccido. Tutto questo è buono. Ma non può bastare. il Dio di Gesù Cristo vuole ben altro: è il Dio della misericordia, dell’amore, del perdono, della vita vera. Dio non è mai formale, superficiale, devozionale. Dio vuole entrare nella nostra vita, vuole scaldare il nostro cuore col suo amore. Vuole fede e azioni…. Non pratiche e devozioni.

 

27 agosto 2018 Letto 67 volte
Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita piena.
Le letture di questa XXI domenica del Tempo Ordinario pongono la loro attenzione su una pungente decisione che interpella ciascuno di noi: siamo chiamati a scegliere tra la vita o la morte. Siamo alla conclusione del discorso giovanneo sul pane di vita. Fino a ora Gesù ha mantenuto l’iniziativa, rispondendo alle perplessità e alle mormorazioni dei Giudei. Ora sono gli stessi uditori che devono prendere una decisione. Avviene un importante cambiamento di soggetto: se prima erano i Giudei a manifestare incomprensione e ostilità, ora sono i discepoli ad avvertire la durezza di queste parole. Dai discepoli però sono distinti i dodici che, esposti alla medesima tentazione, rimangono fedeli. Essi sono legati alla persona di Gesù, anche se le parole sono ancora incomprensibili per loro. I discepoli che affermano che il linguaggio di Gesù è duro, sono coloro che hanno aderito alla proposta del Signore; questo linguaggio è duro: chi può intenderlo? Nelle parole di Gesù non c’è solo la risposta a una obiezione, ma c’è qualcosa di nuovo sull’Eucaristia. Notiamo che c’è sempre la connessione con la croce. Salire dov’era prima vuol dire salire al cielo, però si sale al cielo attraverso la croce, cioè l’innalzamento, come dice Giovanni. Il discorso del pane di vita, allora, è come un preludio, anticipazione e segno della croce che Gesù legge in questo modo. Gesù afferma che mediante l’Eucaristia noi diventiamo partecipi, nel segno del pane e del vino, del mistero della croce che, per come si manifesta, dice la sussistenza di Gesù al Padre prima del mistero dell’incarnazione. Gesù affronta lo scandalo, ma come accade spesso non ne riduce l’intensità ma l’amplifica: E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?. Con questa affermazione Gesù vuole condurre i suoi ascoltatori a riflettere ancora una volta sulla sua persona. L’ascesa corrisponde alla discesa di cui si è parlato nel discorso sul pane di vita. Ciò che scandalizza anche i suoi discepoli è in fondo la stessa pretesa dei Giudei, quella di conoscerne l’identità. Se si riconosce Gesù come unico mediatore per la salvezza, allora le sue parole non sono più dure, ma sono “Spirito e vita”. A chi crede alla rivelazione e mangia questo pane viene comunicato quello Spirito che può donare la vita. Molti vorrebbero leggere qui un disprezzo per l’uomo. La carne è la natura umana, l’uomo con la sua intelligenza, la creatura. Questo significa che la creatura, con i suoi ragionamenti, qui non serve. Non è un disprezzo dell’uomo, della creatura: sarebbe un fraintendere completamente. È solo un modo per dire: Non potete affidarvi alla carne, la carne non serve qui. È lo Spirito che serve. Prima aveva detto: bisogna lasciarsi trascinare dal Padre. Se Gesù si è fatto carne, si è fatto ciò che non giova a nulla perché, dice: “la carne non giova a nulla”. Questa è la gratuità di Dio. È fondamentale per riassumere tutto ciò che non serve, perché in lui tutto è dono. Allora, questo ci può portare a dire che Gesù non è un illuso sulla bontà delle nostre azioni: Gesù sa della nostra condizione, la assume e noi ci cibiamo di ciò che lui ha assunto. Pensiamo allora alla considerazione che dobbiamo avere per ciò che non giova a nulla, per una vita diversa da quelle da cui si può trarre vantaggio. Questo è un punto molto importante per la nostra fede. Dove lo prendiamo lo Spirito? Come facciamo ad affidarci allo Spirito? “Le parole che vi ho detto sono Spirito e vita”: affidatevi alle parole che vi ho dette. Le parole che io vi dico danno spirito e vita, danno la vita. Lasciarsi attrarre dal Padre, lasciarsi portare dallo Spirito vuol dire afferrarsi alle parole di Gesù. Afferrarsi a quelle parole, fondarsi su quelle. Opponendo la carne allo Spirito, Giovanni non distingue due parti dell’uomo, ma descrive due modi di essere. La carne è l’uomo lasciato a se stesso e ai limiti delle sue possibilità: non può da sé percepire il senso profondo delle parole e dei segni di Gesù, né credere. Lo Spirito è la potenza di vita che rischiara l’uomo, gli apre gli occhi, gli permette di discernere la parola che si esprime in Gesù. Le parole di Gesù sul pane celeste rivelano una realtà divina che è sorgente di vita per l’uomo. Solo lo Spirito può darne l’intelligenza. Gesù dinanzi alla reazione negativa di chi ascolta non modifica nulla di quanto detto o richiesto. Non è Dio che si adegua all’uomo, ma è l’uomo che deve conformarsi alla volontà e alle esigenze di Dio. Davanti alla difficoltà Gesù ricorda quanto ha già affermato: per andare a lui bisogna essere attratti dal Padre. Quest’affermazione apre lo spazio della preghiera, che coltiva in noi il senso della fiducia. La fede, la comprensione profonda di Gesù e del significato della sua vita va richiesta, ma la fede è anche una scelta; rispetto ai discepoli l’interrogativo si pone come un bivio davanti al quale occorre prendere una decisione. Infine una parola sulla splendida professione di fede di Pietro, strettamente legata alla domanda che pone: Signore, da chi andremo?. Ecco l’umiltà e il potere della fede. In fondo, il cammino che Gesù ha fatto fare ai suoi discepoli, è un cammino in cui ha fatto perdere progressivamente a loro ogni sicurezza, che non fosse Lui. Qui è presente il mistero della nostra stessa vita. È la fine di ogni idolatria. Non a caso, per diverse volte, Gesù in questo brano ha fatto riferimento alle vicende del deserto, perché fosse posta fine a ogni idolatria. In fondo, davanti a Dio, va affermata e dichiarata la nostra fede perché, è vero, senza la fede non sappiamo dove andare. Perciò umilmente supplichiamo: Signore, guidaci tu nel deserto della nostra vita.
21 agosto 2018 Letto 85 volte
Prendete e mangiate: questo pane dona la vita eterna
 

Dopo la meravigliosa e significativa parentesi della solennità dell'Assunta, la Parola di questa XX domenica del tempo ordinario torna al discorso eucaristico del pane di vita, riportato dal vangelo di Giovanni, un discorso così nuovo, così fuori da ogni tradizione e perciò così difficile da ascoltare e ancor più difficile da accogliere per i discepoli di Gesù. Come tante volte è stato detto – col rischio di diventare noioso - l'Eucaristia (soprattutto quella domenicale) si intromette nel ritmo della settimana, scandito dal lavoro e perciò dalla produzione, l'Eucaristia manda in crisi, o, almeno, mette seriamente in discussione lo stereotipo dell’uomo visto solo in ottica di mercato, e (mette in discussione) il mercato stesso, quello reale di beni e servizi, e quello virtuale della speculazione finanziaria. Intendiamoci bene: Gesù non è ostile ai beni materiali e non materiali; Gesù ci ricorda che l'uomo è più importante di ciò che produce e consuma. E proprio perché l'uomo è più importante, l'uomo sa riconoscere ciò che veramente conta nella vita, ciò che è degno di lui, degno di un uomo, degno di tutti gli uomini; perché è stato fatto per lui, soltanto per lui! È il pane del Cielo. Lo ripeto: questo pane è fatto apposta per l'uomo, e l'uomo per questo pane! Ma ecco che iniziano le polemiche!

Curioso e drammatico: Giovanni annotta che "i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Costoro sono un po' come molti rappresentanti autorevoli della cultura odierna, della politica, dell'economia... un circolo privato, un'accademia per addetti ai lavori... hanno perso il contatto con la realtà, con Gesù - ammesso che lo abbiano mai avuto, il contatto reale con Gesù - e discorrono, si perdono in strani ragionamenti, chiusi nel loro mondo di principi assoluti, indiscussi e indiscutibili. Mi vengono in mente i due discepoli che scendevano da Gerusalemme a Emmaus, la sera di Pasqua e, strada facendo discorrevano tra loro dei fatti della passione (cfr. Lc 24).  Possiamo discorrere tra noi sui principi fondamentali della morale, sui massimi sistemi. Ma se ci fermiamo lì, facciamo solo teoria! e con la teoria e con le prediche non si salva il mondo e non si salvano neanche gli uomini! È necessario uscire dalla teoria, dai principi primi, dai massimi sistemi! È necessario uscire dalle nostre (comode) accademie, per ritornare a vivere nel mondo, a contatto con i problemi reali, i nostri problemi; con le sofferenze reali, le nostre sofferenze. Ci eravamo illusi che i problemi si potessero risolvere parlandone soltanto.

Non voglio sembrare di quelli che ce l'hanno contro lo studio, contro la riflessione, contro le medaglie e i titoli di laurea...eppure non sopporto quelli che parlano, parlano, parlano... sanno solo parlare! ma non sudano, non si sporcano le mani... In altre parole, sono disincarnati.

L'Incarnazione è il principio cristiano che deve guidare e sostenere lo studio, il nostro lavoro, la nostra produzione,... a servizio di Dio, del mondo e dell'uomo! In-carnarsi fu la scelta del Figlio di Dio. In-carnarsi ha a che fare con la carne di Cristo e il sangue di Cristo, proprio come insegna il Vangelo di oggi. Forse era questa l'idea che ispirò la Chiesa italiana degli anni 70 a lanciare slogan come "Evangelizzazione e promozione umana", "Evangelizzazione e sacramenti". Del resto, anche Gesù scelse di non insegnare e predicare soltanto, come facevano i rabbini del suo tempo e i maestri della Legge. Gesù operava… diceva e faceva, guariva le persone, Gesù condivideva la vita con gli amici, Gesù serviva i poveri, Gesù lavava i piedi ai discepoli...Il Signore non era un intellettuale ozioso, il Signore era un uomo completo, talmente completo da non potersi identificare in nessuna categoria né umana, né professionale.  Dunque, non basta ascoltare gli insegnamenti di Gesù; è necessario vivere come Lui è vissuto; è necessario fare le stesse scelte; è necessario assumere gli stessi atteggiamenti nelle situazioni analoghe. Inutile obbiettare: "Ma Lui era il Signore, Lui era Dio, io non sono Dio!". I santi hanno capito che si crede non solo a parole, si predica non solo a colpi di proclami e di frasi ad effetto... I santi sono persone come noi...ma con un po' più di coraggio. Hanno incontrato il PANE DI VITA e lo hanno mangiato… nella loro vita non hanno aspettato che il pane divenisse duro… lo hanno mangiato prima.

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