Arcidiocesi di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

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14 agosto 2018 Letto 99 volte
Dov'è il Figlio c'è anche la Madre... dove è la Madre ci saremo un giorno anche noi.
“ Nel mistero dell’assunzione si esprime la fede della Chiesa, secondo la quale Maria è unita da uno stretto ed indissolubile vincolo a Cristo, perché, se madre-vergine era a lui singolarmente unita nella sua prima venuta, per la sua continuata cooperazione con lui lo sarà anche in attesa della seconda…[...] Maria, serva del Signore, ha parte in questo Regno del Figlio. La gloria di servire non cessa di essere la sua esaltazione regale: assunta in cielo, ella non termina quel suo servizio salvifico, in cui si esprime l mediazione materna, fino al perpetuo coronamento degli eletti. Così nella sua assunzione al cielo, Maria è come avvolta da tutta la realtà della comunione dei santi, e la stessa sua unione col Figlio nella gloria è tutta protesa verso la definitiva pienezza del Regno, quando ‘Dio sarà tutto in tutti’. ” Redemptoris Mater di Giovanni Paolo II L'odierna festività chiude il ciclo delle tre grandi celebrazioni liturgiche che riguardano la Santa Vergine Maria, nelle quali si sintetizza il suo 'ruolo' nella Storia della salvezza: l'Immacolata, l'Annunciazione, l'Assunzione. Sono 'momenti' significativi, che la Chiesa esalta e canta, anche come momenti iconici della vita cristiana. Una prima riflessione. L'Immacolata e l'Assunta fanno inclusione. Sono come un mistico prezioso anello che incastona il fulgore della gemma preziosissima: l'Annunciazione del Verbo che si fa carne nel seno purissimo di Maria. L'Immacolata celebra l'intatta, creaturale bellezza di Maria, la "Panaghia", la "Tutta santa", la "Tota Pulchra", mai sfiorata dal peccato. L'Assunta celebra la perfezione assoluta di quella bellezza, raggiunta attraverso il cammino esistenziale della fede obbediente a Dio. Nell’Annunciazione Maria con il perfetto "Sì" della fede obbediente sotto l'onnipotente azione dello Spirito Santo, ha potuto offrire nel suo grembo la carne umana al Figlio di Dio nella sua discesa redentrice nella storia dell'umanità (e del cosmo), divenendo la Madre di Dio, la "Theotokos"! Ma in queste tappe esistenziali di Maria possiamo leggere in filigrana anche la nostra storia. Nell'Immacolata infatti possiamo intravederne la prima pagina: nel divino disegno creaturale l’uomo avrebbe dovuto avere l'intatta freschezza dell'Immacolata. Quel disegno, compromesso, ma non distrutto dal peccato, è stato faticosamente ricomposto sulla croce dal Verbo incarnato e restituito alla libera accettazione dell'uomo nella fede obbediente. Così, mentre nell'Immacolata intravediamo quale avremmo dovuto essere nel piano creaturale di Dio, nell’Assunta, nella quale la nostra ritrovata integrità rifulge nella sua definitiva immutabile pienezza, contempliamo ciò che siamo chiamati a raggiungere nella fede della sequela pasquale di Cristo Signore e nell'obbedienza alla sua Parola, al termine del nostro cammino esistenziale sulla terra. Maria cosi a buon diritto è detta icona escatologica della Chiesa, la quale nelle celebrazioni liturgiche a Lei dedicate, attualizza quella che è chiamata a diventare quando si trasmuterà nella Gerusalemme celeste, suo destino e meta, mentre da voce alla inespressa nostalgia di quello che l'umanità avrebbe dovuto essere nel piano di Dio se non ci fosse stato il peccato... In quest'ottica diamo un rapido sguardo alle Letture della odierna celebrazione eucaristica. La 1^ Lettura tratta dal capitolo 12 della Apocalisse, è una splendida profezia simbolica: "Nel cielo apparve una segno grandioso: una Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul capo." Questa Donna che sta per dare alla luce un Figlio, è insidiata da un dragone, il serpente della Genesi il seduttore della donna, la quale a sua volta indusse al peccato Adamo, quel peccato che secondo la lettera ai Romani (8,21s) ha avuto tragica ripercussione sul cosmo intero, perché coinvolto nella sorte dell’uomo, suo vertice. La profezia della Genesi (3,15) annunciava l'insidia di quel serpente che avrebbe perseguitato la discendenza della donna. L'Apocalisse vede in atto quell'insidia alla quale fa Donna sfugge perché salvata da Dio. II cosmo, ormai riscattato dalla redenzione pasquale dell'uomo, riveste della sua bellezza la Donna che da alla luce un Figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni, perché il suo luogo è lo stesso trono di Dio: è Gesù Cristo. Questa Donna chiaramente 'simbolica, vincitrice del serpente antico, nell'interpretazione dei Padri è il simbolo del popolo santo dei tempi messianici, quindi della Chiesa, ma anche di Maria, la Madre del Redentore, che schiaccia la testa del drago con la vittoria pasquale del Figlio. Nella Liturgia odierna l'Assunta è quella Donna definitivamente vittoriosa. È Lei che viene cantata nel Salmo responsoriale, Lei Regina che sta alla destra del Re, suo Figlio, nello splendore delle sue vesti di Sposa. Nella II^ Lettura Paolo dopo l'affermazione fondamentale della risurrezione di Cristo, con estrema chiarezza afferma che nella sua risurrezione saranno coinvolti tutti gli uomini, come il primo Adamo li ha tutti coinvolti nella morte, conseguenza del peccato. La fede della Chiesa, maturata attraverso secoli di riflessione, alla luce dello Spirito promesso dal Signore quale guida che avrebbe gradatamente introdotto "in tutta la Verità" (Gv 16,13), è approdata (nel 1950) alla dichiarazione del dogma della Assunzione in cielo della B.V. Maria, prima redenta e pertanto prima partecipe della risurrezione del Figlio, dopo averlo 'seguito' nel suo momentaneo passaggio attraverso la morte. È come il frutto per eccellenza della Pasqua di Cristo, nel suo ritorno al Padre e del dono della Vita nuova nello Spirito. Infine nel vangelo di Luca l’esplosione dell'esultanza del 'magnificat' di Maria, nella quale l'attualizzazione liturgica coinvolge la Chiesa e in essa ogni assemblea della celebrazione eucaristica odierna. "La mia anima esulta nel Signore… grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente! Veramente grandi cose si sono realizzate in te, Maria, ma non soltanto in te, perché in ogni uomo redento già vanno compiendosi le meraviglie frutto della Pasqua del Signore. Mentre in Te, Maria, oggi le contempliamo già compiutamente realizzate, sono per noi garanzia dello stesso pieno compimento che un giorno sarà nostro nella Gerusalemme del cielo.
14 agosto 2018 Letto 67 volte
Un Pane donato... un pane da donare!
 

Il pane non è solamente alimento che nutre e che appaga la nostra fame fisica, ma si qualifica anche come elemento di forza e di determinazione. Ogni volta che se ne mangia si riacquista infatti vigore e necessaria tenacia, si recuperano le forze eventualmente disperse nel lavoro precedente e ci si immette nella novità delle varie iniziative. Il pane in un certo qual modo nei suoi enzimi e carboidrati dona un sostegno che va ben oltre la fame fisica. Il pane vivo disceso dal cielo che è Gesù si presenta oggi come alimento di sostegno di forza per tutti e noi siamo incoraggiati a nutrircene appunto per vincere le nostre difficoltà e far fronte ai nostri problemi.
Agli scoraggiamenti siamo soggetti tutti quanti, qualsiasi attività svolgiamo e qualunque sia la nostra posizione. Anche le persone più coraggiose e solitamente determinate ed efficienti non di rado affrontano demoralizzanti esperienze di crisi e di abbattimento, soprattutto quando i risultati non sono proporzionati alle fatiche e quando i meriti sono ricambiati con umiliazioni e deprezzamenti. In casi come questi ci si deprime e si vorrebbe farla finita e piantare tutto in asso.
Se tuttavia lo scoramento sorprende tutti, coloro che sono depositari del mandato della Parola del Signore ne sono maggiormente esposti. Vescovi, sacerdoti, operatori pastorali e missionari impegnati nell'annuncio del Verbo di Dio subiscono infatti non poche contrarietà e opposizioni nel loro servizio e ben pochi sono convinti di quanto sia necessario che vadano sostenuti e incoraggiati costantemente. Un'espressione o una parola di conforto è sempre risolutiva perché il nostro ministero sia qualitativamente proficuo e produttivo; il sostegno dei parrocchiani contribuisce non poco a rianimare il sacerdote nelle immancabili occasioni di sconforto e di insuccesso pastorale. La preghiera e l'assistenza spirituale contribuisce poi ulteriormente ad eludere le tentazioni alla resa e i sentimenti di sconfitta e lo Spirito Santo, quando pregato con fede viva e profonda, non manca mai di recuperarci nella parresia apostolica e nello slancio missionario. Quando ci si scoraggia è sempre di ausilio una sola parola di conforto da parte degli altri, ma non si deve abbandonare la fiducia risoluta in Dio. Così il Signore sostiene Elia quando questi, dopo essere sfuggito all'ira della regina Gezabele per aver ucciso oltre 450 profeti di Baal, si abbandona allo sconforto, si contrista per non aver ottenuto meritate ricompense per il suo successo e viene catturato dalla sfiducia e dall'abbattimento. Dice infatti: Signore, prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri. Dio risponde semplicemente rifocillandolo e il pane con cui lo nutre gli ricupera la forza fisica, morale e spirituale. Riacquista cioè serenità e fiducia in se stesso quanto basta per poter andare avanti nel cammino. Nel pane materiale di cui il profeta si nutre vi è anche l'alimento di sostegno del Signore, il costitutivo del coraggio e della perseveranza, l'imput ad andare oltre e a perseverare. Il pane vivo che da' forza e vigore a chi lo assume con fede.
La scorsa Domenica riflettevamo su come Cristo stesso sia il pane vivo disceso dal cielo e mangiare di lui è appunto occasione per vincere ogni forma di scoramento e di abbattimento. Gesù ci sostiene nella lotta e nelle prova è sempre con noi e nell'Eucarestia ci si propone come farmaco di immoralità e alimento di costanza e di fortezza.
Come Elia fu nutrito dal pane che Dio gli provvide, così noi siamo nutriti e sostenuti da Gesù pane vivo disceso dal cielo. Non è possibile però dissociare il pane dalla Parola, come del resto abbiamo evinto nelle liturgie precedenti: il popolo di oltre cinquemila persone che venne sfamato sull'erba del prato era stato innanzitutto affascinato dalla parola divina che scaturiva dalle labbra di Gesù: si era nutrito della Parola ed era stato saziato con il pane materiale, indicando entrambe le cose che Gesù Cristo è sia l'una che l'altro. Gesù è il vero pane perché è la Parola Incarnata di verità e la fede ci invita ad immedesimarci in ambedue gli aspetti che ci vengono proposti. Nessuno viene a me se non lo attira il Padre, poiché chi possiede il Figlio possiede anche il Padre e Gesù è di fatto il Figlio di Dio fatto uomo, la sua Parola che si è incarnata. E che si è fatta nostro alimento. Mi sovviene una battuta spiritosa in un vecchio film di Totò, nel quale in una manifestazione di protesta gli scioperanti invocavano pane e lavoro. Totò disse: Mah io mi accontenterei solo del pane. In realtà come non si può dissociare il pane dal lavoro, così non è ammissibile disgiungere il pane vivo disceso dal Cielo dalla Parola che esso stesso contiene e ci comunica e per ciò stesso dalla verità. Del resto è pur vero che nell'esperienza eucaristica siamo introdotti per mezzo del Figlio alla comunione con il Padre nello Spirito Santo. Il pane vivo ci dischiude l'accesso al Padre, unico che possa farci conoscere il Figlio e questi nella comunione con lui ci fa dimorare. Alimentarci del pane eucaristico è quindi anche preambolo di piena in Dio, soprattutto nel Dio della comunione trinitaria Padre, Figlio e Spirito alla quale per l'appunto siamo costantemente invitati. La stessa comunione che si dispiega di conseguenza nei confronti dei fratelli e di tutti perché la nostra adesione sia davvero efficiente.  Nutriamoci del pane che è Gesù ma poniamoci innanzitutto in ascolto di lui facendo nostro il suo messaggio vitale, affinché il nutrimento che da questo pane traiamo possa essere apportatore di costanza e di coraggio in tutte le prove della vita. Gesù infatti ci accompagna e ci sostiene quale alimento che si dona per noi, ma anche come Verbo attraverso il quale nello Spirito Santo si approda ai lidi certi della vita piena.

5 agosto 2018 Letto 59 volte
CHI MANGIA... DEVE FARSI CIBO PER I FRATELLI
Prosegue il discorso di Gesù sul pane vivo; domenica scorsa ha moltiplicato i pani, presentandosi come il Messia atteso: san Giovanni, più profondamente, ci ricorda che Gesù è essenzialmente Colui che nutre la fame dell'uomo, figura dei suoi bisogni più profondi, del suo bisogno di vita, di amore, di eternità. Oggi vediamo che le folle lo inseguono, dopo averlo trovato, quasi in tono di rimprovero gli dicono: ma quando sei venuto qui? Com'è che non ci hai avvisato? Gesù sa che lo cercano non perché hanno capito il significato profondo del miracolo, ma perché hanno partecipato a una buona mangiata, per giunta a gratis, senza bisogno di fatica e di lavoro; perciò fa un invito ben preciso: Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Cosa significa? Certamente è giusto darsi da fare col lavoro quotidiano per avere di che vivere e realizzare realizzandosi; ma qui il Signore ci dice: cercate Me al di sopra di tutto, datevi (ancor più) da fare per ciò che vi fa vivere per sempre. Oggi siamo provocati da una domanda che (nella prima lettura) è assolutamente attuale nonostante siano passati oltre tremila anni: gli ebrei, esuli nel deserto dell’Esodo dopo tante proteste e mormorazioni rivolte verso il cielo, mentre rimpiangevano il profumo delle cipolle che cuocevano nei pentoloni della carne (dimenticando che la carne era per i padroni e il brodo di cipolla era per destinato a loro, schiavi e oppressi, rimpiangendo con nostalgia quelle cipolle), sul far del mattino si domandano sorpresi: “MANHU’?”: che cosa è?. È il cibo che Dio ci/vi manda cielo - risponde Mosè… Questa bruciante domanda è per noi: ma questo cibo, questa manna questo Pane eucaristico disceso dal cielo, che cosa è per Me, per Te, per Noi? Cosa cerchiamo davvero nella nostra vita? Per chi vivo? Per che cosa vivo? Qual è l’obiettivo finale della mia vita? Se il lavoro, se i soldi, il piacere, la carriera diventano il nostro fine ultimo, rischiamo di fallire: se al di sopra di tutto cercheremo il Signore, la sua volontà, di fare del bene con le nostre capacità, allora ci realizzeremo. Dobbiamo cercare la santità al di sopra di tutto, cioè l'amicizia con Dio. Diventare santi è alla portata di tutti: la santità non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nel lasciare agire Dio. È l'incontro della nostra debolezza con la forza della sua grazia, è avere fiducia nella sua azione che ci permette di vivere nella carità, di fare tutto con gioia e umiltà [...] C'è una celebre frase dello scrittore francese Léon Bloy; negli ultimi momenti della sua vita diceva: «C'è una sola tristezza nella vita, quella di non essere santi». Non perdiamo la speranza nella santità, percorriamo tutti questa strada!? (papa Francesco). I giudei hanno posto a Gesù una domanda: cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Gesù risponde chiaramente: questa è l'opera che dovete fare: credere in me. Qui vediamo la tentazione di tanti: ridurre la fede a una serie di cose da fare. Le opere sono certo importanti, ma prima di fare qualcosa per Dio, Dio ci chiede di lasciarlo fare nella nostra vita, riconoscendoci bisognosi di lui, lasciandoci amare, perdonare, accettando che sia Lui a salvarci e a guidarci con la sua Parola. Quante volte facciamo tante cose, anche per Gesù, ma senza Gesù? Identificandoci con ciò che facciamo, per primeggiare, per sentirci a posto. O quante volte pensiamo che il tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione della Parola sia tempo sprecato? Quante volte ci facciamo prendere, nelle parrocchie e nelle comunità, dalla febbre del fare?
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1 agosto 2018 Letto 103 volte
per riprendere le forze... per non sprecare il tempo di Dio
 

VACANZE: PREZIOSA OCCASIONE DI CRESCITA

 

Eccoci giunti in piena estate. Questo periodo coincide, per molti, col tempo delle vacanze, attese e agognate, un prezioso intermezzo dopo tanto lavoro. Durante questo periodo c’è quasi una ricerca spasmodica del riposo, dello svago, del relax. Ma vivere il periodo delle vacanze non è solo sospendere il lavoro e cercare un cambiamento al ritmo della vita: potrebbe essere molto di più. Poco importa se alla fine delle ferie si torna al lavoro più stanchi di quando sono iniziate! Certamente per molti le vacanze sono semplicemente non fare nulla, ma se si riesce a trascorre questo periodo (anche solo una decina di giorni) per favorire, da un lato, il risposo fisico e dall’altro il ristoro interiore allora il tempo delle vacanze diventa una stagione fondamentale per allargare gli orizzonti e vivere in pienezza: il nostro “spirito” (mente, cuore e anima) ha bisogno di tempi di vero rinnovamento. Le due dimensioni, quella fisica e quella che chiamiamo spirituale/interiore, devono procedere di pari passo per ricercare il vero riposo e il vero ristoro. È sintomatico constatare che nella nostra società vi sia come un’infermità congenita che si manifesta nel prendere la vita con disinvolta superficialità senza approfondire mai nulla. Rimaniamo sempre (per mancanza di tempo) nella superficie delle cose che viviamo. Qualcuno ha definito l’uomo contemporaneo come colui che rimane in superficie, che non approfondisce mai nulla. Le necessità dello spirito non si soddisfano con una giornata di ozio e neppure con una giornata intensa, magari piena solo di attività turistiche, come la visita a un museo o una buona mangiata di cozze.  Abbiamo bisogno di un tempo più lungo per curare le ferite fisiche e spirituali che la vita ci provoca e che magari durante l’anno mettiamo da parte.

 

 

Le condizioni abituali della vita, a volte frenetiche, lasciano poco spazio al silenzio, alla riflessione, al contatto con la natura, a consolidare le relazioni e l’armonia in famiglia, tra genitori e figli, oppure a rendere stabili e cordiali i rapporti con gli amici anche se fossero solo colleghi di lavoro. Abbiamo bisogno di staccare, abbiamo urgente bisogno di un periodo di vacanza: Un tempo nostro, un tempo da dedicare agli altri. Una vacanza anche dello spirito, un tempo per riscoprire il valore prezioso della preghiera, dedicando spazi prolungati alla lettura della Sacra Scrittura, alla meditazione sul senso profondo della vita e sulle grandi domande della vita. Un tempo per visitare luoghi nuovi oppure per vivere il senso profondo dell’habitat, cioè del nostro spazio vitale col suo fascinoso carico di meraviglie naturali e di appuntamenti comunitari: tutto ciò contribuirà certamente a rinnovarci e a farci vivere meglio.  Il tempo delle vacanze offre opportunità uniche per contemplare il suggestivo spettacolo della natura: un libro meraviglioso e affascinante… alla portata di grandi e piccoli. Sant’Agostino diceva che l’uomo ha a disposizione tre grandi libri: la Bibbia, il libro della coscienza, il libro della natura. Libri non da leggere ma da ascoltare e ammirare. Nel contatto con la natura, la persona riscopre la sua giusta dimensione: piccola ma al contempo unica e irrepetibile, ‘capace di Dio’, poiché interiormente aperta all’Infinito. Spinta dalla domanda sul senso della vita percepisce nel mondo che la circonda l’impronta della bontà, della bellezza e della divina Provvidenza, e in modo quasi naturale si apre alla lode a alla orazione. La preghiera è la vita del cuore nuovo e rinnovato. Essa ci deve animare in ogni momento dal momento che ci situa nella memoria viva di Dio. Il nostro cuore è inquieto e non trova riposo fin che non scopre l’oggetto del proprio amore. Diceva San Gregorio Nazianzeno:  “È necessario ricordarsi di Dio più spesso di quanto si respiri”.

Senza serenità nello spirito non vi può essere riposto. Le esperienze solo superficiali e rilassanti credo non siano il modo per ottenere il vero riposo. Lo spirito ci chiede qualcosa di più. Desideriamo tutti essere felici e contenti; tuttavia ciò non si può conseguire se non se va alla fonte da cui sgorga la pienezza della vita.

Fare spazio anche alla nostra dimensione interiore e ricreare il dialogo di amicizia e di amore con Dio che ci ama, coi compagni di viaggio e con l’ambiente ci renderà più riposati e felici.

29 luglio 2018 Letto 67 volte
UN PANE DONATO...da condividere
Domenica scorsa abbiamo visto Gesù commuoversi davanti alla folla accorsa a lui, paragonata a un gregge senza pastore, cioè bisognosa di una guida morale e spirituale. Il vangelo di oggi (Giovanni 6,1-15) esprime però anche la sua concretezza: "Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?" La domanda da lui rivolta all'apostolo Filippo è provocatoria: subito dopo egli compie uno dei suoi miracoli più noti, la moltiplicazione dei pani e dei pesci con cui sfama cinquemila uomini. Il prodigio è annuncio solenne - lo sentiremo le prossime domeniche - alla sua promessa di sfamare tutti gli uomini sul piano spirituale; ma realisticamente richiama l'attenzione sul fatto che a chi ha lo stomaco vuoto sarebbe vano fare bei discorsi: bisogna anche soddisfare le sue necessità primarie. E' quanto da sempre fanno i missionari, che annunciano il vangelo ma insieme distribuiscono cibo, aprono scuole, fondano ospedali e ospizi.? L'impegno dei missionari, tuttavia, per quanto encomiabile è una goccia nel mare del terzo mondo, dove milioni e milioni di persone soffrono letteralmente la fame, a fronte di quei paesi - tra i quali il nostro - che hanno i loro poveri, ma sono pur sempre in condizioni di incomparabile privilegio.
Attualità: MIGRAZIONE per fame Da una parte accoglienza…. dall’altra fare come fanno i missionari che vanno in Africa: di solito emigrano i migliori (mi stupisce sentire che sono laureati… cioè i migliori dell’africa vanno via…. Questo è sbagliato… aiutarli li.
La sollecitudine di Gesù per la fame anche fisica della folla suona come un invito ai cristiani a prendere coscienza degli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo. "Mentre folle immense mancano dello stretto necessario, alcuni, anche nei paesi meno sviluppati, vivono nell'opulenza o dissipano i beni. Il lusso si accompagna alla miseria. E, mentre pochi uomini dispongono di un assai ampio potere di decisione, molti mancano quasi totalmente della possibilità di agire di propria iniziativa o sotto la propria responsabilità, spesso permanendo in condizioni di vita e di lavoro indegne di una persona umana. Conseguentemente si richiedono molte riforme nelle strutture della vita economico-sociale e in tutti un mutamento nella mentalità e nelle abitudini di vita": sono parole del Concilio Vaticano II, difficili da smentire, anche semplicemente considerando quanto costa un solo aereo da guerra, o l'ammontare spaventoso degli sprechi alimentari.? Il vangelo invita i cristiani a impegnarsi per rimediare alle storture del mondo. Non da soli, ma anzi collaborando con quanti condividono le stesse ansie, e però ricordando che il loro operato sarà tanto più efficace quanto più saranno uniti tra loro, nel vincolo della fede comune. Illuminante in proposito è la seconda lettura di oggi (Lettera di Paolo agli Efesini 4,1-6): "Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti".? Ogni commento a questo splendido brano sarebbe superfluo; sia consentita tuttavia una sottolineatura. Dio, che è Padre di tutti, opera per mezzo di tutti. I cristiani dovrebbero avere una forse maggiore consapevolezza di essere strumenti con cui Dio interviene nel mondo, seguendo le indicazioni che Egli ci ha lasciato. In rapporto a quanto detto sopra, tra le tante indicazioni basterebbero due delle beatitudini (Matteo 5,3-12): "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia", e "Beati gli operatori di pace". Per giustizia si intende ciò che è giusto davanti a Dio, il quale è Padre di tutti e vuole che i suoi figli siano trattati tutti allo stesso modo. Se no, lo si è visto tante volte, sono guai: senza giustizia non ci può essere pace, né tra i singoli, né tra le classi sociali, né tra i popoli. La vergine Maria che ha offerto il suo corpo perché il Verbo della vita s’incarnasse per diventare Pane per l’umanità, interceda per noi.
22 luglio 2018 Letto 98 volte
Riposare in Dio
Gesù vide molta folla e si commosse per loro perché erano come pecore senza pastore". Domenica scorsa il vangelo di Marco ci aveva presentato l'invio dei 12: oggi leggiamo del ritorno entusiasta dei primi missionari. Leggendo il brano di oggi godiamo assieme a Gesù nell'ascoltare il resoconto vivace degli apostoli dopo l'esperienza fatta! Vedendo la folla Gesù ha compassione. La compassione di cui ci parla il vangelo non é un semplice sentimento, ma esprime un cuore tenero, attento e pronto ad amare; è il gesto tipico della mamma verso il bambino che ha bisogno; è la compassione di Dio verso Israele oppresso in Egitto. La compassione di Gesù di fronte alla folla stanca del viaggio, senza capi e senza alcuna direzione, ma affamata di Dio, diventa azione, servizio, dedizione e non una semplice emozione momentanea. Vedendo che "erano come pecore senza pastore, egli si mise a insegnare loro molte cose" (v.34). Il suo primo servizio è l'insegnamento, l'evangelizzazione. Nello stesso tempo il racconto di oggi ci parla dell'attenzione di Gesù verso i suoi discepoli che tornati felici, ma stanchi, hanno bisogno di ritirarsi in disparte, di trovare tempo per riposare, per raccogliere le forze, per cogliere il senso della loro missione, per vedere gli eventi più in profondità per non cadere nell'attivismo o nel bisogno esasperato di vedere subito i risultati. Tante sono le necessità e le pressioni della folla che non lasciano tempo per riposare, per il silenzio, l'intimità con Dio, la contemplazione. Anche per noi, preti e operatori pastorali viene il tempo estivo del riposo non solo al mare o in montagna ma…in Dio. Per tutti dovrebbe esserci un tempo di riposo, di silenzio, di preghiera personale: per stare con Dio e con noi stessi e tornare carichi per donarci ai nostri fratelli e alla missione che ci attende!
15 luglio 2018 Letto 58 volte
Dio ha bisogno di me.... chiamati a vivere il condiscepolato missionario
Tutto il Vangelo di Marco è profondamente intriso di un forte slancio missionario. Fin dall'inizio, Gesù è colui che proclama il Vangelo di Dio (1,14). L'evangelizzazione è l'ultimo comando del Risorto: Andate in tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura (16,15). Ma cosa significa evangelizzare? L'evangelizzazione è l'annuncio che in Gesù il Regno di Dio è la salvezza di tutti gli uomini. Ecco la predicazione. Marco dice che i discepoli predicano la conversione, sono mandati a due a due. Il due è il numero della più piccola comunità, ma è il segno di una fraternità concreta, testimonianza di vita, prima dell'annuncio esplicito. Ogni evangelizzazione è vera se è testimoniata dall'amore. Non ci possono essere discepoli isolati e soli… il cristianesimo nasce e si consolida nella comunità… il condiscepolo è il segno concreto della comunione che regna in tutta la grande famiglia dei figli di Dio.
Gesù, chiamò i dodici e cominciò a mandarli a due a due a portare, con le opere e le parole, l'annuncio del regno di Dio. Finora era stato solo Gesù, a predicare il vangelo. I discepoli lo seguivano, ascoltavano, imparavano. Ora anche loro si sentono mandati.
In seguito all'invio degli apostoli, Gesù "designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi". Gesù manda tutti i suoi discepoli. Ha bisogno di tutti. Meglio, fa l'onore a tutti di essere gente che gli prepara la strada, che aiuta le persone a conoscere e incontrare il Signore. Sentiamoci tutti inviati da Gesù come evangelizzatori, come testimoni. Qualcuno potrebbe dire: Ma io ho tanti impegni, il lavoro, la famiglia, le preoccupazioni... questo è il lavoro dei sacerdoti, dei missionari! Certo per loro è la consacrazione di tutta la loro vita; ma tutti, proprio per l'amore che il Signore ci ha portato, per il battesimo e gli altri sacramenti che ci ha dato, siamo chiamati a essere evangelizzatori. Ma come? Esattamente nella vita di tutti i giorni, nella famiglia, nel lavoro, nelle situazioni della vita della società, con le opere e le parole, cioè con l'amore che mettiamo nelle azioni della nostra giornata e con le parole che cercheranno di essere secondo il Signore. Di fatto, tutti parliamo dalla mattina alla sera. Di che cosa parliamo? Quali gli argomenti così importanti? Di ciò che dice il giornale, la televisione, gli argomenti e i pettegolezzi di tutti: non possiamo parlare del Signore, delle cose belle e importanti della vita, dei valori che ci sono donati nel vangelo, del bene che il Signore suscita in tanti cuori? Non possiamo incoraggiare e aiutare i nostri fratelli nella strada del bene? Si fa molta più fatica, e richiede molto più tempo ed energie, a essere "mondani" che a essere "cristiani". Essere mondani non porta a nulla, essere cristiani porta alla salvezza propria e degli altri. Diventare evangelizzatori non sarà un peso in più nella mia vita ma una gioia, un aiuto che ci farà dimenticare i pesi anzi ci aiuterà a portarli meglio.  Tutti i credenti sono profeti e missionari: a ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di diffondere, per quanto gli è possibile, la fede: così ci ha detto il Vaticano II. Ciascuno è responsabile della Parola che il Signore gli affida e che è resa credibile dalla testimonianza dei suoi inviati; essa deve essere proclamata in obbedienza, e secondo le modalità e i tempi suggeriti dallo Spirito, che si serve delle capacità proprie dei singoli. Come discepoli ci sentiamo strumenti imperfetti, inadeguati, eppure Dio ci ha chiamati così per rendere visibile la sua presenza e per compiere la sua opera nel mondo. Il punto di partenza dell'evangelizzazione è ben espresso dalla preghiera di oggi: Tutto l'impegno sgorga dal non aver nulla di più caro di Cristo. Prima di pensare ai mezzi e ai modi di evangelizzare è necessario essere innamorati di Lui, aver fatto esperienza della sua intimità. Tra la scelta e il mandato, si colloca il tempo in cui gli apostoli stanno con il Signore per apprendere il suo stile di vita e farlo proprio, per imparare a rileggere la storia personale e universale come storia di salvezza, per sperimentare "incarnato" e vero, il lieto messaggio che sono chiamati a proclamare. Il cristiano "missionario" sa di essere un povero e un misero, di possedere mezzi poveri. Egli sa di non poter contare sulle proprie forze, ma vive nella fede e nella speranza, poiché riconosce di essere benedetto da Dio che lo ha pensato e voluto da sempre, che lo ha amato fino ad arrivare a lavarlo nel sangue del suo Figlio. Per evangelizzare è necessario essere interiormente poveri, liberi da ogni condizionamento, da schemi o da interessi, per spendersi in una donazione totale nella fedeltà alla Parola, rispettosi della libertà degli altri che possono accogliere o meno il messaggio evangelico. La Parola annunciata riceve testimonianza dall'esempio di vita e dalle opere che il cristiano "missionario" compie. E sono veramente molti i cristiani che offrono esempi di amore, di opere buone, di giustizia, di pace, di santità. Ringraziamo il Signore e cerchiamo di seguirlo come umili discepoli…
 
 

 
12 luglio 2018 Letto 69 volte
non è costui il Falegname?
Gesù ritorna nella sua patria (Nazareth) dove è vissuto (30 anni)) e cresciuto. È il giorno dell’a riunione di preghiera in sinagoga in Sabato. Nella liturgia sinagogale, a turno uno dei fedeli veniva invitato a leggere un brano dalla Torah o dai profeti o dagli altri scritti; quindi poteva darne una piccola spiegazione. Quel giorno tocca a Gesù: legge un brano di Isaia: e dice poche parole di spiegazione o meglio di attualizzazione. I suoi concittadini sono stupiti dalla sua sapienza e non riescono ad andare oltre quello che pensano di sapere di lui e così si scandalizzano!  Letteralmente in greco lo skandalon è la pietra che fa inciampare il viandante, figura di un dubbio, di un ostacolo a credere. Qual è questa pietra che fa inciampare i suoi concittadini? Semplice: lo stato di vita di Gesù. Gesù non ha alle spalle una brillante carriera accademica, non appartiene a una famiglia nobile o sacerdotale: è della colasse sociale più povera, il livello sociale più basso, la quotidianità più comune; sua mamma è una semplice donna di paese; Giuseppe, suo papà non è citato, forse perché già morto; i suoi fratelli e sorelle (termine che nel mondo semitico indica la parentela prossima, i cugini) sono gente comune del paese. Gesù non è sposato, non è un intellettuale ma ha sempre fatto un lavoro manuale, il falegname-carpentiere. Giusto per capirne la considerazione dell'epoca, è curioso notare che nell'antico Egitto esisteva la satira dei mestieri: del carpentiere si diceva che aveva le mani rugose come un coccodrillo e puzzava di uova marce di pesce. Insomma, i benpensanti, intelletualoidi, piccoli borghesi e invidioso esprimono un giudizio banale sulle forme esteriori di quest'uomo considerato secondo la gloria locale.  Allora come anche oggi: la reazione delle persone superficiali è sempre scontata: disposti a fermarsi solo ai particolari dell'abbigliamento, delle parentele, sulle piccinerie di paese. Anziché cogliere la straordinarietà delle parole di Gesù, i nazaretani si fissano sull'ordinarietà della sua vita (G. Ravasi) e si chiudono, quasi pensando: ma questo è uno di noi, chi si crede di essere a dirci queste parole? Peggio ancora i parenti di Gesù, che nel cap. 3 si vergognano di Lui, considerandolo persino un disturbato mentale (3,21). Anche noi, tante volte facciamo lo stesso con Dio e con gli altri? Pensiamo di sapere già tutto su Gesù e sulla fede, basandoci magari su errati luoghi comuni, mentre invece Gesù non lo conosciamo proprio. Conoscono davvero tante troppe persone che pensano così: credono di credere, mentre invece non credono nulla: e infatti non siamo disposti a giocarci la vita su questo Gesù e su questa fede. Non vogliamo scommettere la vita sulle Parole di Gesù, perché non abbiamo capito chi sia davvero: Dio!
IL VANGELO di oggi ci presenta Gesù amareggiato: è l'amara sorpresa di Dio di fronte al rifiuto proprio da parte di quelli che sono stati più con lui, la delusione davanti al vuoto spirituale di chi gli sta davanti. Qui c'è anche un problema più profondo: senza umiltà, riconoscere la bellezza e le capacità dell'altro, o gioire per ciò che Dio sta compiendo nella sua vita, è impossibile! Chiusi e incentrati sul proprio io, ecco invidia, non accettazione, banalizzazione degli altri per sentirsi meglio.   Quante volte mettiamo in croce chi sa fare qualcosa, con battute e occhiatacce, perché ci sentiamo da meno? Non parliamo poi del profeta: il profeta già di per sé è scomodo. Un profeta non è un santone che ti dice il futuro (anzi, non vi fate fregare da chi si spaccia per pranoterapeuta e parapsicologo, medium con poteri di ogni sorta; l'unico prodigio che fanno è farvi sparire i soldi dalle tasche!), ma il profeta è colui che parla a nome di Dio, ti rivela il senso profondo delle cose, che le legge alla luce della volontà di Dio e spinge a conformarsi ad essa. Molti atteggiamenti critici sono meccanismi di difesa di fronte a scossoni della coscienza. Figuriamoci poi se si tratta di un profeta amico o di qualcuno cresciuto con noi! Comunque, anche se Gesù con quel clima d'incredulità non poté fare segni e prodigi, guarì tuttavia pochi malati, segno di speranza, di quei ?piccoli? che sanno vedere oltre e accogliere quel Dio straordinario che si è fatto uomo e si presenta in modo semplice e ordinario.  
Anche noi vogliamo aprire il cuore a Gesù, l'Emmanuele, il Dio-con-noi! 
 
3 luglio 2018 Letto 103 volte
domenica 1 luglio 2018
Domenica 1 luglio 2018 il Gruppo dei Catechisti della nostra comunità parrocchiale ha vissuto un momento importante e gioioso. Ospiti della casa di Anna Bassu, nella pineta marina de Is Arenas, ci siamo ritrovati per verificare il percorso catechistico appena concluso e per programmare il nuovo anno. Alcune ore per analizzare in spirito fraterno e comunionale il cammino svolto coi ragazzi e con la comunità e la celebrazione eucaristica domenicale. Abbiamo pregato, riflettuto e analizzato le varie dinamiche spirituali e di accompagnamento che hanno caratterizzato l'anno catechistico. Abbiamo poi ascoltato la Parola e celebrato la Santa Eucaristia. In conclusione ci siamo trattenuti fraternamente con un Agape fraterna, gioiosa e saporita: segno concreto di amore e di vicinanza ministeriale. Mentre ringrazio tutti per la collaborazione generosa e intelligente auguro un'estate ricca di riposo e di serenità. Arrivederci a settembre per un nuovo cammino di accompagnamento catechistico e di fraterna crescita spirituale.
 
il vostro prete don Tonino
2 luglio 2018 Letto 82 volte
Un commento al vangelo della XIII domenica del T.O.
Il Vangelo di questa tredicesima domenica del Tempo Ordinario mette il nostro cuore dinanzi a tre modi diversi di credere nel potere salvifico di Gesù Cristo. Giairo è un padre addolorato e disperato: chiede a Gesù che vada a casa sua a dare la guarigione alla sua piccola figlia che sta morendo. Quest'uomo crede che Gesù è capace di guarire il corpo, di operare sollievo e guarigione dalle malattie. Crede e perciò osa chiedere. Il Signore ascolta il grido di questo padre afflitto e privo di ogni umana speranza e si incammina con lui. Una donna afflitta da una malattie tremenda, dolorosa e anche inguaribile vive invece una seconda modalità. Lei non vuole disturbare il Maestro, crede che al Messia non si debba neanche chiedere. Per lei è sufficiente anche solo un contatto fisico: “appena sfiorerò il suo mantello certamente sarò guarita”. Dove nessun medico è riuscito, con Gesù tutto si sarebbe risolto in un istante. Questa è la fede della donna malata di emorragia: così lei crede… così accade. La donna tocca il mantello di Gesù e la sua malattia scompare. Gesù chiede alla donna che renda pubblico il miracolo. La sua è una fede che non può restare nascosta. Il mondo deve conoscere di cosa è capace di fare Gesù con il suo corpo. Domani milioni e milioni di persone non solo toccheranno il corpo vero, reale, sostanziale di Gesù Signore. Di esso anche si nutriranno, perché Gesù lo darà come suo alimento. Ora se solo toccando il lembo del mantello la donna è guarita, vi sarà forse miracolo impossibile per colui che lo mangia con la stessa fede? Dovremmo tutti riflettere quando ci si accosta all'Eucaristia. Il corpo di Cristo è vera onnipotenza di trasformazione di tutta la nostra vita. Va però preso con vera fede. Mentre Gesù è in cammino verso la casa di Giàiro, la sua figlioletta muore. C'è ancora spazio per Cristo Gesù o la sua onnipotenza si arresta dinanzi alla morte? Per alcuni il Maestro non serve più. Dinanzi ad un freddo cadavere anche Lui si deve mettere da parte. Gesù conosce se stesso. Sa chi Lui è e rassicura Giàiro dicendogli di non temere e di avere soltanto fede. Quando si dice a qualcuno di avere fede, si deve essere certi della verità di ogni nostra parola. All'altro viene chiesto di fondare la sua vita sulla parola che noi gli diciamo. È questa la terza modalità della vera fede. TOZ
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