Arcidiocesi di
Oristano
Mons. ANTONINO ZEDDA (don Toz)

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12 maggio 2018 Letto 85 volte
in attesa di stare con Lui
Oggi è una domenica speciale: celebriamo l'ascensione del Signore, celebriamo l'anniversario delle apparizioni della Vergine Maria a Fatima ed è anche la festa della mamma, per cui un augurio speciale va a tutte le mamme! Nell'Ascensione del Signore non festeggiamo l'arrivederci e grazie di Gesù, e neppure il suo addio, ma la sua glorificazione in cielo. Con l'Ascensione termina la sua presenza visibile in mezzo a noi e inizia un nuovo modo di essere presente: egli, per mezzo dello Spirito Santo, è presente e operante nella Chiesa, che è composta da tutti coloro che credono in lui - e alla quale il Signore ha affidato il compito di proseguire la sua opera di salvezza. Gesù, vero Dio e vero uomo, entrando in cielo con la sua umanità glorificata, ci spalanca le porte del paradiso: in Dio c'è posto anche per noi! E possiamo sperimentare ora assaggi di cielo nella misura in cui siamo uniti a Gesù. Gesù ascende alla destra del Padre per essere intronizzato: nella Bibbia la destra indica la forza e questo trono dove siede, non è una confortevole poltrona sulla quale riposare dalle fatiche della terra, ma indica l'esercizio del potere di Dio. Gesù, il Verbo di Dio fattosi uomo, ritorna al Padre con tutta la sua umanità per diventare il Potente, il Signore, Colui che conduce la storia, costituito giudice dell'umanità e nostro avvocato presso il Padre: è lui il centro e il fine di tutto. Noi non siamo immersi in un mondo confuso e senza senso: la nostra storia è orientata e sostenuta dal Cristo, vittorioso sulla morte; e anche se le forze del male sferrano i loro attacchi, scatenando odio, guerre, discordie, noi sappiamo che tutto è in mano al Signore Gesù e in lui possiamo camminare fiduciosi! Il Signore affida ai suoi discepoli l'incarico di proseguire la sua opera. Potremmo dire che con l'ascensione inizia il tempo della responsabilità: ora tocca a noi. Dio ci ama davvero, ci fa spazio, non ci opprime, non vuol fare tutto Lui. Nella vita ci sono presenze-tutele che non fanno crescere. Ci son legami genitori-figli che non lasciano crescere, madri e padri che han paura dell'autonomia dei figli, che a loro volta trovano la casa paterna più sicura. Gesù ha lasciato il testimone ai suoi discepoli, si è distaccato da loro, per farli crescere; gli si stavano attaccando in modo umano, alimentavano attese sbagliate, che generavano delusioni profonde. «Capiamo allora che l'assenza può diventare motivo di crescita. Costringe ad abbandonare le sicurezze esterne che evitano di metterci personalmente in gioco e ci rendono capaci di scelte a proprio rischio e pericolo». Il Vangelo non è un bene qualunque, ma la notizia dell'avvento del Regno di Dio, cioè che Dio può regnare nella nostra vita, inabitando il nostro cuore, liberandoci così dal male che ci schiavizza e degni della vita eterna, perché servire lui è regnare. Ma questo annunzio esplicito ci espone a una valutazione: per chi non l'accoglie, c'è una condanna. Siamo capaci di Dio, fatti dalla e per la Verità, ma possiamo accoglierla o rifiutarla. Il rifiuto però ci condanna a rimaner prigionieri del peccato, del nostro egoismo, e ci espone a una valutazione: se siamo capaci della Verità, perché non l'abbiamo accolta? Cosa abbiamo messo al primo posto? Dio ci ama sul serio, e per questo prende sul serio la nostra responsabilità: la nostra vita non è un fumetto o una storiella dal sicuro lieto fine: nella vita ci si può rovinare. La Chiesa in un antico detto diceva: ricordati le ultime cose e non peccherai in eterno. Attenzione che le cose hanno un esito. Noi tendiamo a confondere misericordia di Dio con la licenza a peccare. Dio non ci dà il permesso di peccare, Dio ci perdona i peccati, che è diverso: in questo mondo il male è male e fare il male ha una conseguenza negativa: offende Dio, danneggia noi stessi e gli altri, privandoci dell'eternità. Questo testo va preso sul serio: ci parla del potere di Cristo e del suo rifiuto, del non cedere al suo corteggiamento, ai suoi inviati, che ci annunziano il bene, la libertà, la salvezza, il perdono dei peccati, l'amore vero! Ma tutto questo può essere rifiutato, ed è una cosa grave. Il Signore manda i suoi discepoli, la Chiesa, perché l'uomo sia salvato. Ecco i segni che accompagnano quelli che credono, da intendere non solo in senso letterale, ma anche simbolico. Quelli che lo hanno accolto scacceranno i demoni, saranno cioè capaci di combattere e vincere il male; è ciò per cui preghiamo in ogni Padre nostro: liberaci dal maligno. È il potere che Cristo ci dà sullo spirito di menzogna, sulla divisione, sul male che ci tenta. Non si può credere col Signore e continuare a convivere tranquillamente con il vizio, producendo odio, trasgressione, adulterio, ingiustizia, impurità e quant'altro... non si può tenere un piede nel sandalo del Signore e uno nella scarpa del demonio. Con il battesimo abbiamo rinunciato al diavolo e alle sue opere, e bisogna decidersi per davvero! Sanno poi parlare lingue nuove, come vediamo nella Pentecoste; ma la vera lingua nuova, che tutti capiscono è quella dell'amore: quando uno ama per davvero lo si comprende. Ma quando non ci si ama, anche se si parla la stessa lingua, non ci si capisce. Prenderanno in mano i serpenti: siamo al circo? Certo che no! Significa saper affrontare le tentazioni, non vivendo da pusillanimi che fuggono le proprie responsabilità, che non affrontano le proprie debolezze o che cercano solo la via più comoda. E se berranno veleno non subiranno danno: chi ha davvero Dio nel cuore, è capace di affrontare le situazioni che gli stanno attorno. La salvezza non dipende da chi mi sta vicino o dal contesto in cui vivo, ma da ciò che ho nel cuore: la salvezza viene da Gesù. Imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Il testo greco dice e questi avranno bene, cioè staranno bene. Il nostro compito non è far prodigi e miracoli, ma saperci prendere cura di chi soffre, aver occhi e cuore per gli ultimi, perché attraverso di noi, possano sperimentare la consolazione di Dio. Ecco la bellezza di Dio che vuol continuare e continua attraverso di noi, sua Chiesa, la sua opera di salvezza: crediamo davvero in lui e portiamo il fuoco del suo Amore nel mondo. P.R.
12 maggio 2018 Letto 163 volte
Anche quest'anno, nel pieno rispetto dei tempi, è stato approvato il bilancio consultivo 2017 consultabile da questo link: BILANCIO 2017 .
Si allega anche la relazione dalla quale è possibile coprendere la tendenza degli ultimi anni. 
6 maggio 2018 Letto 74 volte
COME: una montagna da scalare
Se domenica scorsa eravamo in campagna, nella vigna, oggi armiamoci di piccozza, corda e coraggio perché siamo invitati a salire un'altissima montagna, la cima del cristianesimo: “Amatevi come io vi ho amati”. Che dobbiamo amare l'abbiamo sempre saputo, ma amare come Gesù Cristo ha amato noi è una novità che ci fa traballare. Una scrittrice francese (Marie Noel) diceva: Quando Dio mi ha creata e ha messo in me il suo spirito, ha soffiato troppo forte, io non mi sono ancora ripresa da quel soffio e vacillo di qua e di là come il lume di una candela. Un’espressione forte che si adatta perfettamente al Vangelo di oggi: quell' amatevi come io vi ho amati toglie il respiro e ci fa vacillare. Lo diceva già il Beato Papa Paolo VI che a causa di quel COME non potremo mai sentirci a posto. Ma allora che fare? Mollare tutto? Ma neanche per sogno, c'è un modo per aggirare l'ostacolo: se eguagliare quel COME è impossibile, dobbiamo e possiamo però almeno tentare di scalare quella montagna, pur sapendo che quella strada è impervia e scivolosa. Dobbiamo cioè accettare di donarci nella debolezza, accettare di zoppicare, rimanendo però sempre su quella strada. Rimanere ecco lo stesso verbo che ritornava per ben 7 volte nel vangelo di domenica scorsa, ritorna anche oggi. Rimanere! Dove? Uniti alla vite, ci veniva detto domenica scorsa. Uniti alla vita, ci viene detto oggi. Solo se rimaniamo in Gesù che è amore, cioè pienezza di vita, capiremo che siamo amati e possiamo amare a nostra volta. Se non rimaniamo, come facciamo a capirlo? Se girovaghiamo ad anni luce di distanza come lo capiremo? Rimaniamo e, a forza di rimanere, qualcosa finiremo per capire. Un po' per volta certo, non tutto alla volta, ma nella misura in cui cominceremo a capire, avremo sempre più voglia di rimanere. E nella misura in cui continueremo a fare piccoli passi, di colpo ci ritroveremo sulla vetta. Certo, questa è una meta molto alta, da vertigini, ma visto che la nostra natura tende già a tirarci sempre verso il basso, dobbiamo perlomeno puntare molto in alto per restare poi appena un po' più su del suolo! Dice Papa Francesco che abbiamo tutti una laurea; quale? Quella di peccatori! Quindi abbiamo da una parte, la Grazia che ci tira verso l'alto e dall'altra, la Laurea che ci tira verso il basso, l'importante è che rimaniamo nel mezzo della strada in attesa dell'ascensore...E siamo anche come le antenne paraboliche che riflettono una luce che viene da altrove. Non abbiamo nessuna luce propria, ma possiamo -anzi, dobbiamo- diventare puri ricettacoli della luce e dell'amore divino; pure scintille del suo fuoco che possono veramente illuminare e accendere tante altre fiammelle ancora spente nella notte della disperazione, tanti cuori ancora assiderati nel gelo dell'assenza di amor Dio. E così tanti nostri fratelli ancora pellegrini nella notte troveranno quella luce e quel fuoco che Gesù è venuto a portare.
1 maggio 2018 Letto 84 volte
il programma, i protagonisti, gli eventi: un occasione per tutti
Nutrito il programma del Festival, organizzato dalla famiglia Paolina in collaborazione con la nostra Arcidiocesi: si terrà dal 1 al 13 nella nostra città. Invito tutti a prendere visione del programma e a partecipare ai vari eventi, tutti importanti e interessanti.
30 aprile 2018 Letto 127 volte
Riflessione e Inno di Lode
Carissimi fratelli e sorelle, in questo giorno solenne della festa del nostro Patrono San Giuseppe, mentre tutta la Chiesa e il mondo celebrano la “festa del lavoro”, siamo chiamati a guardare al nostro amato Protettore. Vogliamo ricordare quanti lavorano e quanti producono lavoro, e per chiedere al Signore che il lavoro sia assicurato ai giovani, ai disoccupati e a quanti soffrono i disagi davanti alla diffusa crisi occupazionale. La Parola di Dio di oggi mostra come il lavoro appartenga alla condizione originaria dell’uomo. Quando il Creatore plasmò l’uomo a sua immagine e somiglianza, lo inviò a lavorare la terra. Fu a causa del peccato di Adamo che il lavoro diventò fatica e pena, ma nel progetto di Dio il lavoro mantiene inalterato il suo valore e il suo senso. Lo stesso Figlio di Dio, facendosi in tutto simile a noi, si dedicò per molti anni ad attività manuali, tanto da essere conosciuto come il “figlio del falegname”. La Chiesa ha sempre mostrato attenzione e sollecitudine per il mondo del lavoro e per tutti i suoi problemi, come testimoniano i numerosi interventi che costituiscono la Dottrina sociale della Chiesa. Il lavoro riveste primaria importanza per la realizzazione dell’uomo e per lo sviluppo della società, e per questo occorre che esso sia sempre organizzato e svolto nel pieno rispetto dell’umana dignità e al servizio del bene comune. Al tempo stesso, è indispensabile che l’uomo non si lasci asservire dal lavoro, che non lo idolatri, pretendendo di trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita. Il Papa Pio XII nel 1955 istituì la festa di san Giuseppe artigiano per dare un protettore ai lavoratori e un senso cristiano alla Festa dei lavoratori. La figura di san Giuseppe, l’umile e grande lavoratore di Nazareth, ci deve orientare verso Gesù, il Salvatore dell’uomo, il Figlio di Dio che ha condiviso in tutto la condizione umana. Così viene innanzitutto affermato che il lavoro dà all’uomo il meraviglioso potere di partecipare all’opera creatrice di Dio e di portarla a compimento; che possiede un autentico valore umano. L’uomo moderno ha preso coscienza di questo valore da quando rivendica, a volte con violenza, il rispetto dei suo diritto e della sua personalità. Troppo spesso alcuni cristiani, disturbati nelle loro abitudini e nel tranquillo possesso dei loro beni dalle lotte sociali, si sono opposti alle rivendicazioni sociali dei lavoratori; ciò spiega perché il primo maggio richiama alla mente di molti contemporanei la lotta del mondo del lavoro contro la Chiesa stessa. La Chiesa «battezza» oggi la festa del lavoro per proclamare il valore reale dei lavoro, per approvare e benedire l’azione delle classi lavoratrici nella lotta che esse continuano, in alcuni paesi, per ottenere maggiore giustizia e libertà. La Chiesa fa questo anche per domandare a tutti i suoi fedeli di riflettere sugli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa. In questo giorno festa dei lavoro, sotto il patrocinio di san Giuseppe lavoratore, ci riuniamo in assemblea eucaristica, segno di salvezza, non per mettere l’Eucaristia al servizio di un valore naturale, sia pure nobilissimo, ma perché Dio, che ha lavorato nella creazione «per sei giorni » (Gen 1-2), aggiunge alla sua opera un «settimo giorno» per la creazione di un mondo nuovo (Gv 5,17), e perché questa nuova creazione, alla quale collaborano coloro che sono ormai i figli di Dio, si compie principalmente nell’Eucaristia. L’Eucaristia trova il suo posto in una festa del lavoro, perché essa rivela al mondo tecnico il valore soprannaturale delle sue ricerche e delle sue iniziative. Questo lavoro nuovo, destinato a stabilire la nuova creazione, obbedisce alle leggi naturali di ogni lavoro, ma è compiuto in Gesù Cristo, il quale ci rende figli di Dio senza distoglierci dalla nostra condizione di creature. Parlando di un lavoro compiuto «per Dio» oppure in «azione di grazie» a Dio (si dovrebbe dire in eucaristia, per conservare l’eco del testo originale), il Nuovo Testamento domanda con insistenza che il lavoro umano rifletta già lo spirito del mondo nuovo, mediante la carità e il senso sociale che lo deve animare. La nostra partecipazione. all’Eucaristia, mentre ci permette di col¬laborare di più e meglio al lavoro iniziato da Dio per creare il mondo nuovo, santifica pure il contributo che noi diamo al lavoro umano, insegnandoci che esso è collaborazione all’azione creatrice di Dio e che il vero obiettivo di ogni lavoro è la costruzione dei Regno nuovo. Auguro di vero cuore a tutta la comunità di far crescere (o nascere, se ancora non ci fosse in tutti) una vera devozione e un vero amore per il Santo che, oltre 50 anni fa, l’arcivescovo di allora mons. Sebastiano Fraghì e il parroco fondatore don Italo Schirra scelsero come modello, protettore e patrono della nascente comunità parrocchiale che si estendeva nella periferia di Oristano chiamata allora e ancora oggi Sa Rodia. San Giuseppe, sposo della Beata e Sempre Vergine Maria, nostro celeste patrono domandi per noi dal Signore Gesù Cristo, ogni benedizione del cielo. Amen leggi tutto
28 aprile 2018 Letto 105 volte
una grande piantagione di viti: NOI SIAMO LA VIGNA DEL SIGNORE
Il Vangelo di questa V domenica di Pasqua, tratto da Giovanni, ci porta in campagna a osservare la vigna e la vite, che come ben sappiamo produce uva e dall'uva viene poi prodotto il vino. Gesù non ci invita a essere agricoltori e potatori di viti vere e reali, ma, attraverso questa immagine tratta dalla vita agricola, ci invita a capire e a valutare il nostro grado di appartenenza alla chiesa, da Lui fondata e inviata nel mondo a portare frutti di gioia, pace e fraternità. Come in tutte le vigne e le viti ci possono essere tralci che non vanno, non producono più, anzi assorbono linfa e la vite rischia di essiccarsi e morire. Cosa si fa allora in agricoltura? Si pota, perché i rami secchi vadano buttati via e bruciati, mentre quelli che potenzialmente possono continuare a produrre uva, si potano e così danno più uva, più saporita e giovane. Ebbene, l'immagine assunta da Gesù per illustrare il cammino che la sua chiesa deve fare è utile per capire, come dobbiamo vivere e cosa dobbiamo testimoniare in quanto discepoli di Cristo: bisogna rimanere in Cristo, radicati profondamente in Lui, perché chi rimane in Gesù e Lui noi porta molto frutto, perché senza di Cristo non possiamo far nulla. Non illudiamoci che possiamo fare tutto o poco senza Cristo. Senza di Lui non possiamo neppure alzarci al mattino e aprire gli occhi al nuovo giorno che inizia. Tutto è possibile in Lui e con Lui, in quanto nulla è impossibile a Dio. Per cui, chi non rimane in Cristo e si allontana da Lui con il peccato o rinnegando la propria fede, viene gettato via come il tralcio, che poi secca e di conseguenza lo raccolgono per gettarlo nel fuoco e bruciarlo. Sono immagini tratte dalla vita contadina e che, se trasferite su un piano spirituale, come è facile capire dal discorso fatto da Gesù, si riferiscono al nostro agire, in vista dell'eternità. La vite è Cristo, la linfa è la sua grazia, l'essere ancorati a Lui, significa crescere in santità di vita. Allontanarsi da Lui, significa vivere nel peccato, senza grazia che ci santifica, con le conseguenze ben note di rischiare la condanna eterna ed essere gettati nel fuoco dell'inferno, rappresentato dal tralcio secco, tagliato e bruciato. Forte appello a cambiare stile di vita ed a improntare tutto il nostro essere cristiani sulla grazia che ci fortifica, ci santifica e ci prepara per il Paradiso. Come realizzare questo progetto di santità, mediante la grazia, la vera linfa vitale della nostra anima? Ebbene ci viene in aiuto san Giovanni con la sua prima lettera inserita nei testi biblici di oggi, come seconda lettura della parola di Dio: non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità; poi nella comunione con Cristo, il nostro cuore si rassicura, qualunque cosa esso ci posa rimproverare, se abbiamo una coscienza retta e sensibile. Dio, infatti è infinitamente più grande del nostro povero e limitato cuore, in quanto a Dio è noto tutto. Davanti ad una presa di coscienza delle nostre debolezze o delle nostre ricchezze, bisogna pure capire una cosa importante: ?se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Da dove partire allora per essere graditi a Dio? ?Credere nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e amarci gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. L'amore ci radica profondamente in Dio. Infatti, chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato. L'altro mirabile esempio di come l'amore possa trasformare il cuore di un peccatore in un santo, di un violento in un pacificatore, di un ateo in un credente, di un persecutore in apostolo del Signore, è Paolo di Tarso, di cui gli Atti degli Apostoli ci parlano, oggi, nel brano della prima lettura, in modo speciale del suo ingresso ufficiale nella Chiesa di Gerusalemme, nella quale il suo nome era noto e la sua persona molto temuta per l'odio che nutriva verso i cristiani. Fu Barnaba, compagno dei viaggi apostolici di Paolo, a presentare Paolo alla comunità e ad assicurarla sulla sua persona, in quanto lungo la via di Damasco aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo?. Per difenderlo da queste minacce, Paolo su disposizione della Chiesa di Gerusalemme fu trasferito a Tarso. Nonostante questi problemi di gestione e di organizzazione della Chiesa, essa era in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. Una chiesa in espansione, che si apre al nuovo, alle nuove realtà locali, una chiesa che varca i confini di ogni tipo, una chiesa, come ci ricorda Papa Francesco, in uscita per incontrare e non per stare alla poltrona in attesa che arrivi qualcuno per essere accolto al suo interno, nella comodità massima e nella mondanità del modo di pensare e vivere di chi già ha consolidato il suo essere superficiale e improduttivo all'interno della stessa Chiesa. Per cui, sia questa la nostra umile preghiera che eleviamo al Signore in questo giorno di festa: O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace. Don TOZ
22 aprile 2018 Letto 86 volte
Gesù è il Pastore Bello e Buono
La IV domenica del tempo di Pasqua è tradizionalmente conosciuta come la Domenica del Buon Pastore. Prima di fermarci a riflettere sul brano evangelico ritengo opportuno riflettere un po’ sulla simbologia del Pastore che, nella Bibbia, ha una grande importanza. Noi sardi abbiamo la fortuna di vivere in una terra di pastori, conosciamo perciò molto bene il significato e la forza di questa forma di vita che non è solo un mestiere. Forse i ragazzi, non ne conoscono nemmeno uno. Eppure anche nel territorio della nostra parrocchia ci sono diversi pastori con le loro greggi. Chi di noi non è rimasto affascinato o incuriosito da personaggi così solitari, viandanti silenziosi?! Poeti e scrittori si sono spesso cimentati a dedicare loro delle pagine suggestive. Poesie imparate sui banchi di scuola che hanno catturato l’attenzione di alunni e maestri. Il Pastore è figura affascinante da sempre! Nell’Oriente antico, come nella civiltà omerica, i sovrani e i Re si consideravano volentieri pastori del loro popolo, ai quali la divinità aveva affidato il servizio di guidare e di curare il “gregge” dei sudditi. La suggestiva metafora del pastore era fortemente radicata anche nell’esperienza degli aramei nomadi quali furono i patriarchi di Israele, e nell’anima di un popolo originariamente dedito alla pastorizia, continuava a provocare ricordi forti ed entusiastici. Si spiega così il fatto che, per descrivere la trama di relazioni che legava il Signore al suo popolo, risultava spontaneo il ricorso alla similitudine del buon pastore: “Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce” (Sal 95,7). Così Dio ha guidato il suo popolo nell’esodo, “come un gregge nel deserto”; così Dio riconduce Israele dall’esilio in Babilonia: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11). L'uso del termine pastore lo incontriamo spesso nella Bibbia particolarmente nell’Antico Testamento che usa il termine ebraico רעה (ra'ah), che ricorre ben 173 volte nel senso di "pascere il gregge". Esso viene pure usato in riferimento alle persone umane, come, per esempio in Geremia 3,15: "Vi darò dei pastori secondo il mio cuore, che vi pasceranno con conoscenza e intelligenza". Dio stesso è chiamato il "Pastore di Israele" e Israele "il gregge del Signore" (Genesi 49,24; Salmo 23, 80:1; Geremia 31,10; Ezechiele 34,11-21). Il termine pastore è applicato anche ai re e ai capi del popolo. Una guida ebraica è molte volte definita “pastore del suo gregge”: Mosè e Davide hanno iniziato come veri e propri pastori prima di assumere responsabilità comunitarie. Il pastore dunque non è soltanto chi alleva animali ma è più profondamente un capo. Conoscendo la fragilità del cuore umano Dio assicura tuttavia che il vero pastore è Lui stesso e assume su di sé tutte le mansioni che il buon pastore deve svolgere per essere tale: Provvedere al cibo delle sue pecore secondo le loro necessità e difendere il gregge dai nemici. Il titolo di Pastore d’Israele è riservato a una persona che deve venire. “E tu, Betlemme di Efrata così piccolo per essere tra i capoluoghi di Giudea, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore d’Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele. Egli starà là e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra”. Nel Nuovo Testamento si usa la parola greca ποιμην (poimēn) che viene normalmente tradotta "pastore". Questa parola è usata 18 volte. Gesù è difatti chiamato "buon Pastore" in Giovanni 10,11 "Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore". Gli anziani o vescovi sono incaricati a "pascere il gregge" (la Chiesa) in nome e per conto del solo e vero Pastore, Gesù Cristo (Giovanni 21,25ss; Atti 20:28; 1 Pietro 5,2). Ai tempi del Nuovo Testamento le singole chiese cristiane non erano condotte da un pastore ma da un Collegio di Anziani (presbyteroi) (1Timoteo 4,14) detti anche vescovi (letteralmente sovrintendenti). Per esempio, in Atti 20,7 Paolo convoca gli "anziani" della chiesa di Efeso per dare loro istruzioni prima della sua partenza: "Da Mileto mandò a Efeso a chiamare gli anziani della chiesa". Durante questo discorso, in Atti 20,28 egli dice loro: "Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, che egli ha acquistata con il proprio sangue. I simboli pastorali, come ricorda il salmo 23,17, sono due: il vincastro ed il bastone. Lo sfondo biblico illumina la ricca simbologia del pastore. Erede dell’esperienza di Giacobbe/Israel, il popolo della Bibbia può dire: “Dio è stato il mio pastore da quando esisto fino ad oggi” (Gn 48,15). Nell’esodo dall’Egitto e nella peregrinazione nel deserto Israele sperimenta infatti la provvida cura del suo Dio. Pur camminando tra mille difficoltà e in valle oscura, il credente non teme alcun male perché Yhwh è il suo pastore (Sal 23). Il brano evangelico che abbiamo ascoltato oggi comincia dicendo Io sono il Buon Pastore. Innanzitutto bisogna sottolineare che nel vangelo di Giovanni l’aggettivo tradotto con buono significa in realtà bello, anche se i due termini si equivalgono. L’osservazione è comunque importante, perché permette di ricordare che non si parla qui di bontà come disposizione d’animo di Gesù. Giovanni evidenzia piuttosto la “bellezza” di Gesù, punta a fare percepire lo splendore della verità di Cristo, la bellezza della sua rivelazione, affinché l’uomo ne rimanga affascinato: tende a fare innamorare di Gesù, di ciò che Egli è e di ciò che fa “per te”. La fede si può realizzare soltanto se l’uomo rimane rapito dalla verità di Gesù, soltanto se la bellezza della sua rivelazione lo conquista. Ma qual è la bellezza di questo pastore, quella che può conquistare il cuore e aprire alla fede? Essa sta nel fatto che lui offre la sua vita per le pecore: lo splendore della gloria di Dio che si manifesta in Gesù è il dono della vita, è la visibilità storica dell’amore di Dio. Questa bellezza attira a sé e permette di aderire a Cristo. Io sono il bel Pastore! A me piace questa traduzione perché ci fa capire che la bellezza del Pastore è il fascino che hanno la sua bontà e il suo coraggio. Capiamo che la bellezza è attrazione, è Dio che crea comunione. Non si tratta tanto di una bellezza fisica, quanto di una bellezza dell’Essere. È il fascino dell’essere o dell’animo umano. È la bellezza della verità. La verità che conosce e percorre sentieri di giustizia e di pace. La bellezza di annunciare e vivere la Parola di Dio. La bellezza di testimoniare Gesù, di mettersi dalla Sua parte anche quando gli altri ci deridono. La bellezza di crescere e maturare nella Sua libertà. Cristo è il bel pastore perché ci conduce verso pascoli fertili, verso ideali raggiungibili, verso sogni da realizzare! “le pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono”. Esiste una conoscenza reciproca tra il pastore e il gregge. Risaltano subito due verità su cui occorre meditare e pregare per capire cosa significa questa “conoscenza”. Innanzitutto sono strettamente legate conoscenza e appartenenza. Il pastore conosce le pecore perché gli appartengono, ed esse lo conoscono proprio perché sono sue. La conoscenza e l’appartenenza nel testo greco, ta ìdia significa l’essere “proprio”, e sono sostanzialmente la stessa cosa. Il vero pastore non “possiede” le pecore come fossero oggetti da riciclo che si usano e si gettano via. Queste pecore gli “appartengono”, perché c’è una conoscenza intima reciproca, un’accoglienza elargita dal tempo vissuto insieme Il primo elemento, è quindi quello della familiarità e intimità. “Le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo, invece, non lo seguiranno” (10,5). Gesù é bello; di questa bellezza abbiamo fatto esperienza al punto da divenirci familiare, ci FIDIAMO e lo SEGUIAMO. Quante volte abbiamo fatto l’esperienza di come sentiamo bella la voce di una persona a noi familiare e cara; quanta tenerezza nel sentirla dopo l’assenza! “Io sono il pastore bello: conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre” (14,-15). Una Voce! il mio Diletto, eccolo viene! Il Cantico dei Cantici è intriso di questa Voce … Con che cosa ci affascina il bel Pastore, come ci fa suoi? Con un verbo ripetuto cinque volte: “Io do la mia vita … la mia vita per la tua”. “Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio”, il comando che dona significato e spessore alla vita è il dono. Come fa Gesù: fra Lui e suo Padre c’è una forte intimità che di conseguenza diviene prolungamento di familiarità del Pastore con le sue pecore. Le pecore rispondono all'amore e al servizio di Cristo con una obbedienza perfetta alla sua voce. Il Buon Pastore chiama e le pecore rispondono. Lui le guida ed esse lo seguono. Lui le precede ed essere camminano dietro i suoi passi. In questo ascolto di Cristo verso il Padre e delle pecore verso Cristo si compie il vero ministero del Buon Pastore. Il Bel Pastore si rivela come colui che ci lascia liberi e per il fatto che ci conosce e ci ama, ci vuole nella verità e nell’amore. La libertà è il dono che ogni giorno fa a quanti lo riconoscono e lo seguono! La sequela presuppone una chiamata da parte di Gesù, anzi un possesso da parte di Gesù. Implica da parte del discepolo, il rifiuto di tutti gli altri pastori: Cristo è l’unico ed esclusivo Pastore della nostra vita. La sequela consiste infine nella reciproca conoscenza, nella comunione, non solo comunione di pensieri ma anche di esistenza, di intimità profonda e quotidiana con l’Amore: questo infatti è il ricco senso del verbo conoscere. Tra il Buon Pastore e le pecore vi è una perfetta conoscenza di carità e ascolto. Cristo Gesù ama e ascolta il Padre. Si pone interamente a servizio delle pecore. Le pecore rispondono all'amore e al servizio di Cristo con una obbedienza perfetta alla sua voce. Il Buon Pastore chiama e le pecore rispondono. Lui le guida ed esse lo seguono. Lui le precede ed essere camminano dietro i suoi passi. In questo ascolto di Cristo verso il Padre e delle pecore verso Cristo si compie il vero ministero del Buon Pastore. Di tutt’altra specie invece è il mercenario. Lui conduce le pecore solo per avere un guadagno col quale vivere e sopravvivere. Il mercenario è un calcolatore, uno che pensa al proprio tornaconto. Quando vede venire il lupo fugge, salva la sua vita. Abbandona le pecore a morte certa. Le pecore dal lupo vengono rapite, disperse, dilaniate, uccise. Sant'Ambrogio, a ragione, notava: "Quanti padroni finiscono per avere coloro che rifiutano l'unico Signore!" Gesù è invece pastore buono: ci raccoglie dalla dispersione per guidarci verso un comune destino; e se occorre va a prendere personalmente chi si è smarrito per ricondurlo nell'ovile. Non è un mercenario calcolatore; non pasce se stesso o solo una parte del gregge: GESU’ CRISTO è il pastore di ogni uomo la cui unica preoccupazione è di LIBERARCI da ladri, briganti, bugiardi, falsi messia e profeti che saccheggiano e portano morte … a differenza di Lui che è venuto come servo e pastore della vita: perché tutti “abbiano la vita in abbondanza”. Oggi preghiamo per tutte le vocazioni soprattutto per coloro che nella chiesa devono mostrare nei fatti il volto del Bel-Buon Pastore. Preghiamo per i nostri pastori. E pregate anche per me vostro povero pastore e parroco. Don Toz
22 aprile 2018 Letto 138 volte
Incontro di verifica e programmazione
Il prossimo Martedì 24 aprile 2018 alle ore 20 è indetta una riunione dei Consigli Pastorale e per gli Affari Economici della nostra Parrocchia. In preparazione a questo importantissimo momento INVITO i rappresentanti delle varie anime della Parrocchia di farsi portavoce delle istanze, riflessioni, suggerimenti e analisi della vita comunitaria al fine di migliorare il nostro senso ecclesiale di appartenenza e di corresponsabilità: non possiamo SOLO delegare agli altri la responsabilità e l'impegno della vita parrocchiale. TUTTA LA COMUNITA' deve sentirsi impegnata in prima linea a rendere la nostra Parrocchia più impegnata e credibile. Invito TUTTI alla partecipazione e alla preghiera. In allegato troverete la lettera di convocazione con l'ordine del giorno. Nel frattempo vi segnalo la seguente invocazione allo Spirito e vi invito a pregarla in famiglia affinché la riunione sia, non solo fruttuosa e fraterna, ma segni uno slancio ulteriore nella vita della nostra amata parrocchia. leggi tutto
14 aprile 2018 Letto 152 volte
mons. Arcivescovo visita la nostra comunità parrocchiale
Domenica 15 aprile, terza di Pasqua, vivremo un giorno di festa e di gioia. Mons. Arcivescovo sarà in mezzo a noi e presiedendo la Santa Messa conferirà il sacramento della Cresima a un gruppo di ragazzi della nostra parrocchia. Siamo vicini a GIULIA BARBAROSSA, MARCO CABONI, FABIO CERAME, FEDERICO CONGIU, VERONICA CUBEDDU, LORENZO CUCCUI, MICHELE CURRELI, SIMONE FLORIS, NICHOLAS IBBA, FRANCESCO ISU, ALESSANDRO MELONI,CESARE NARDI, EMANUELE e SIMONE PINNA, MATTIA PIRAS, ANASTASJA PIRASTU, DANIELE RENOLFI, GIADA ROSAS, ALESSIA TIANA, GIULIA VINCI, RICCARDO ZOCCHEDDU e la giovane VITTORIA LOI (della parrocchia di san Giovanni evangelista)che riceveranno i doni dello Spirito Santo attraverso la santa Unzione Crismale. Preghiamo CON loro e PER loro perché siano nella parrocchia, nella Chiesa e nel mondo TESTIMONI CREDIBILI del Suo Amore. Per accogliere mons. Arcivescovo chiedo a tutta la comunità di essere presente in Chiesa alle ore 10. Buona Festa alle famiglie, ai padrini, ai catechisti e a tutta la comunità.
8 aprile 2018 Letto 158 volte
Tommaso: il gemello diverso di Gesù
NELLA COMUNITA' CRISTIANA POSSIAMO TOCCARE LE FERITE DI CRISTO E IMPARARE A CREDERE ALLA SUA VITTORIA SULLA MORTE leggi tutto
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